Musikfest Stuttgart 2014 – serate conclusive

Foto ©Holger Schneider
Foto ©Holger Schneider

La Musikfest Stuttgart 2014 si è conclusa con due appuntamenti di altissimo profilo, a conferma della posizione preminente che questa rassegna ha acquisito tra i festival musicali tedeschi, per l’ intelligenza e la qualità complessiva della programmazione. Come di consueto, una delle serate era riservata a un grande complesso sinfonico, in questo caso i Münchner Philharmoniker. Fondata nel 1893 come Kaim-Orchester, dal nome del fabbricante di pianoforti Franz Kaim che ne fu uno dei fondatori insieme al Philharmonischer Chor München, l’ orchestra si chiamò a partire dal 1910 Orchester des Münchener Konzertvereins prima di assumere l’ attuale denominazione a partire dal 1928. Per storia e tradizione, i Münchner Philharmoniker sono da annoverare tra i complessi sinfonici tedeschi più illustri. Wilhelm Furtwängler fece il suo esordio nel 1906 proprio dirigendo questa orchestra, che nello stesso periodo presentò le prime esecuzioni assolute della Quarta e Ottava Sinfonia di Gustav Mahler sotto la direzione dell’ autore e successivamente di Das Lied von der Erde, poco dopo la morte di Mahler con Bruno Walter sul podio. Nel corso della sua storia l’ orchestra ha sviluppato una solida tradizione interpretativa bruckneriana sotto la guida di Siegmund von Hausegger e poi di Oswald Kabasta, ulteriormente approfondita nel dopoguerra da Rudolf Kempe e Sergiu Celibidache, che la diresse dal 1979 fino alla sua morte e con essa realizzò numerose incisioni audio e video che imposero il complesso all’ attenzione del pubblico internazionale. Dopo la scomparsa di Celibidache nel 1996 e i risultati alterni della gestione di James Levine, i Münchner Philharmoniker hanno conosciuto di nuovo un periodo artisticamente florido con Christian Thielemann, che ne è stato  Chefdirigent dal 2004 al 2011 per poi lasciare il posto a Lorin Maazel, scomparso due mesi fa e che avrebbe appunto dovuto dirigere il concerto alla Liederhalle che l’ orchestra ha voluto dedicare alla sua memoria. A sostituire il defunto direttore americano, i Philharmoniker hanno invitato Semyon Bychkov, una delle bacchette più accreditate del momento, che ha deciso di eseguire un programma interamente dedicato a Richard Strauss, autore del quale ricorre quest’ anno il centocinquantesimo anniversario della nascita  e le cui composizioni da sempre costituiscono un punto saliente nelle stagioni dell’ orchestra bavarese.

Era da qualche anno che non ascoltavo i Münchner Philharmoniker in concerto e mi ha fatto piacere constatare che la formazione monacense ha mantenuto intatta la sua personalità timbrica, con quel suono pieno, ricco e dalla sfumature quasi dorate che Celibidache ha formato e Thielemann si è incaricato di preservare. Semyon Bychkov è uno straussiano di lunga esperienza, che ha diretto anche in Italia diversi titoli operistici di questo autore e anche in questo caso ha fornito una prestazione ampiamente positiva. Forse il Don Juan iniziale mancava un po’ di slancio e di grandiosità nella sezione iniziale, ma al contrario la resa della raffinata trama orchestrale nel Concerto N° 2 per corno, la cui parte solistica è stata eseguita in maniera perfetta da Jörg Bruckner, il primo corno dell’ orchestra, è stata davvero eccellente. Ottima anche l’ esecuzione della Heldenleben, resa da Bychkov con eloquenza e nobiltà di respiro sinfonico e fraseggi calibrati in maniera assai efficace, con sonorità di grande bellezza e raffinatezza. Tra le cose più belle di questa esecuzione sono da segnalare la impeccabile prova di Sreten Krstič, da trentadue anni Konzertmeister dell’ orchestra, negli assoli violinistici della terza parte “Des Helden Gefährtin” e tutta la sezione finale, condotta da Bychkov con scrupolosa analisi di fraseggio e nella quale i fiati dei Münchner Philharmoniker hanno sfoderato finezze timbriche davvero di alta qualità. Grande successo di pubblico anche se la sala era stranamente non pienissima.

Foto ©Holger Schneider
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Al contrario, la serata conclusiva dedicata a musiche di Henry Purcell ha fatto registrare una massiccia presenza di spettatori, sicuramente attratti dalla presenza di Philippe Herreweghe, uno dei massimi interpreti odierni di questo repertorio. Il musicista belga ha portato alla Liederhalle il suo Collegium Vocale Gent, da lui fondato nel 1970 e insieme a cui ha scritto pagine decisive nella storia interpretativa di queste musiche, sia dal vivo che in una cospicua attività discografica. Ho ascoltato Herreweghe per la prima volta nel 1983, quando venne alla Fenice insieme ai suoi complessi parigini de La Chapelle Royale per una produzione del capolavoro di Rameau Les Indes Galantes con la regia di Pierluigi Pizzi. Fu una recita di una raffinatezza ed eleganza che non ho mai dimenticato e da allora ho sempre seguito con interesse l’ attività di questo musicista, filologo e studioso di preparazione solida oltre che interprete sempre alla ricerca di soluzioni inventive e originali. Il fascino della serata era poi accresciuto da un programma di rara bellezza, comprendente alcune tra le pagine più ispirate del catalogo di Henry Purcell, il massimo compositore barocco inglese onorato in Gran Bretagna come uno dei massimi geni nazionali. La serata si apriva con la Music for the Funeral of Queen Mary, uno degli ultimi capolavori del musicista di Westminster, scritta per il funerale della regina Mary II Stuart nel 1695 e che alcunì mesi dopo accompagnò anche le esequie di Purcell. Scritta su testi tratti Book of Common Prayer del 1662, la raccolta è da considerare un autentico capolavoro per l’ originalità delle soluzioni armoniche e strutturali e per lo stupendo tono di commossa e dolente tragicità che la pervade. A completare la prima parte, una scelza di Anthems tra quelli composti da Purcell intorno al 1682. Di atmosfera completamente diversa la seconda parte del programma, dedicata all’ Ode Hail! Bright Cecilia che Purcell compose nel 1692 su invito della Musical Society of London, che dal 1683 celebrava con una serata musicale la festività di Santa Cecilia, su testo del poeta irlandese Nicholas Brady. Anche in questo caso siamo in presenza di uno dei massimi esiti nella produzione di Purcell, per la sontuosità della veste strumentale e la fantasia della scrittura, che Herreweghe ha magnificamente evidenziato in una interpretazione elegantissima, assecondato in maniera pressochè perfetta dagli strumentisti e cantanti del suo Collegium Vocale Gent, capaci di eseguire questa musica con una bellezza di suono e una proprietà di articolazione che pochi altri complessi possono raggiungere in questo repertorio. Una serata di grande profondità artistica, giustamente conclusasi con un meritatissimo successo di pubblico.

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