Tristan und Isolde alla Staatsoper Stuttgart

Foro ©A. T. Schaefer
Foro ©A. T. Schaefer

Dieci anni dopo il fortunato allestimento di Dirk Perceval, la Staatsoper Stuttgart ha presentato una nuova messinscena del Tristan und Isolde, come spettacolo conclusivo del cartellone di quest’ anno. Lo spettacolo, complessivamente di buona qualità, ha purtroppo presentato una volta di più il contrasto, frequentissimo in questo periodo, tra un’ esecuzione musicale davvero buona, se non addirittura eccellente, e una parte scenica che ad essere benevoli si potrebbe definire come minimo irrisolta. Jossi Wieler e Sergio Morabito hanno impostato la loro lettura scenica del capolavoro wagneriano sul tormento psicologico che anima tutti i protagonisti della vicenda, ben serviti dai costumi essenziali ed efficacemente realizzati da Nina von Mechow e dalle immagini sceniche ideate da Bert Neumann. In apertura di sipario, la nave che si muoveva su uno sfondo costituito da un fondale marino dipinto e onde di cartapesta, quasi ad evocare il Puppentheater ottocentesco, era visivamente assai gradevole, cosí come la foresta stilizzata del secondo atto che, con un contrasto efficacissimo, si mutava in una parete di luci al neon a simboleggiare perfettamente il brusco passaggio dalla notte al giorno immaginato da Wagner. A dominare il tutto, una torre stilizzata evocante il Panopticon, carcere ideale progettato nel 1791 dal filosofo e giurista Jeremy Bentham e che nel nostro secolo è stato citato come metafora di un potere invisibile da pensatori e filosofi come Noam Chomsky e Michel Foucault, qui riprodotto nella sua veste originale sul velario che nascondeva la scena durante le pause. Anche la scena del terzo atto, sempre dominata dalla parete di neon la cui luce, che gradualmente si affievoliva, faceva da sfondo al relitto della nave vista nel primo atto, era visivamente assai efficace. Purtroppo, la regia ha compromesso tutto con una recitazione complessivamente poco logica e forzata, sporcata spesso da gags buone al massimo per un’ operetta o una commedia. Tanto per fare un esempio, perché Isolde deve accendersi una sigaretta durante la scena di apertura? A cosa serve un simile gesto nella caratterizzazione scenica del personaggio? E cosa c’ entravano gli strusciamenti reciproci dei protagonisti nel celebre duetto d’ amore al secondo atto, volgarmente allusivi in senso sessuale? Perchè Melot aveva movenze sceniche da nano deforme, quasi fosse un Nibelungo imparentato con Alberich? Questi sono solo alcuni esempi presi a caso. Si potrebbe aggiungere il Kurwenal che nel primo e terzo atto si accuccia ai piedi di Tristan che gli accarezza la testa come se fosse un cane. Mi dispiace, ma una cosa del genere travisa completamente il carattere del personaggio, che secondo la musica deve essere un servo fedele animato da una forza ardente, quasi una proiezione delle virtè eroiche possedute dal suo padrone. Anche la caratterizzazione del protagonista durante il terzo atto mi è sembrata completamente travisata. Tristan cammina appoggiato a un bastone, come fosse Tannhäuser, si alza in piedi dopo la morte e durante il Liebestod mima una specie di danza rituale prima di uscire di scena. Anche in questo caso, la lettura registica contraddiceva in modo stridente l’ atmosfera musicale, che nel finale deve essere completamente concentrata sulla trasfigurazione della protagonista.
Ho citato solo alcuni esempi di una regia che, secondo il mio giudizio, ha mancato completamente l’ obiettivo principale, che dovrebbe essere quello di servire e mettere in rilievo la drammaturgia scenica e musicale ideata dall’ autore, perdendosi in una serie di particolari inutili, quando non addirittura disturbanti. Come accade sempre più spesso negli ultimi tempi, il pubblico ha sfogato la sua disapprovazione alle chiamate finali, con una nutritissima e ripetuta salva di fischi e “bùù!” rivolta al team registico. Un esito a mio avviso ineccepibile per una produzione scenica che a tratti contrastava violentemente con il plot originale, cosa che per me è assolutamente censurabile. Come ho già detto in occasioni analoghe, io non sono un nostalgico ad oltranza e non ho nulla contro le riletture sceniche di stile moderno, a patto che l’ intenzione del regista sia quella di servire l’ autore e non di utilizzare una drammaturgia preesistente come pretesto per raccontare un’ altra storia. La Traviata scaligera delle pizze e Isoldchen am Spinnrad (avevo dimenticato di dire che, in questa messinscena, Isolde attende l’ arrivo di Tristan in apertura del secondo atto filando all’ arcolaio, come la goethiana Gretchen oppure Senta, chissà…) sono appunto esempi di questa mentalità sbagliata, di fronte alla quale il pubblico sta progressivamente perdendo la pazienza.
A risollevare le sorti della serata ha fortunatamente provveduto un’ esecuzione musicale di ottimo livello. Merito innanzi tutto di Sylvain Cambreling, che ha formato in questa circostanza una delle sue interpretazioni più complete ed efficaci. Il direttore francese concepisce il Tristan come un dramma di sentimenti, un vero e proprio cortocircuito espressivo di passioni e tormenti psicologici al calor bianco e ha messo in rilievo con straordinaria efficacia la modernità della scrittura wagneriana, tramite una sottolineatura attenta dei cromatismi armonici e delle dissonanze, con un suono orchestrale chiaro, lucente e perfetto per morbidezza e lucentezza sonora. Cambreling attacca il Preludio in tono languido e trasognato, per poi arroventare gradatamente l’atmosfera teatrale fino a un Finale primo di forza espressiva davvero straordinaria. Intensa, passionale e di grande respiro anche la lettura del secondo atto, con una resa magnifica del duetto d’ amore e una perfetta sottolineatura del precipitare drammatico degli eventi nel finale. Il terzo atto è stato reso da Cambreling con atmosfere sonore allucinate e una tavolozza dinamica cesellata con grande raffinatezza, anche qui con una tensione teatrale spasmodica e senza la minima caduta di tensione. Una delle migliori direzioni del Tristan tra quelle da me ascoltate in teatro, anche per merito della splendida prova fornita da una Staatsorchester in serata di grazia. Anche la compagnia di canto era complessivamente all’ altezza della tradizione esecutiva della Staatsoper Stuttgart, che in quest’ opera, solo per limitarci agli ultimi cinquant’ anni, ha presentato cast che comprendevano nomi storici dell’ interpretazione wagneriana come Carlos Kleiber, Martha Mödl, Catarine Ligendza e Wolfgang Windgassen. La migliore prova, a mio avviso, è stata quella del tenore americano Erin Caves che ha delineato un protagonista vocalmente sicuro e fraseggiato con grande incisività, soprattutto nel terribile terzo atto che costituisce una sfida quasi al limite delle possibilitá della voce tenorile. Un Tristan scavato ed introverso, ottimamente delineato in tutti i dettagli. Isolde era Christiane Iven, anche lei come Caves al suo debutto nel ruolo. La cantante amburghese, dalla quale qui a Stuttgart abbiamo ascoltato eccellenti interpretazioni di ruoli come Agathe, Senta, Kundry, Marie del Wozzeck e Ariadne, è stata una protagonista buona nelle intenzioni e in diversi particolari di fraseggio, ma purtroppo la sua voce è messa a dura prova dalla tessitura della parte, con diverse note acute che suonavano metalliche e forzate, soprattutto nel secondo e terzo atto. Eccellente, per risonanza e padronanza dello strumento, il mezzosoprano svedese Katarina Karnéus come Brangäne. Notevolissimo anche il Kurwenal di Shigeo Ishino, dalla voce robusta e dal fraseggio efficacissimo per i toni ardenti e baldanzosi, soprattutto nei numerosi passi di tessitura pesante presenti nel terzo atto. Molto autorevole e imponente il König Marke di Attila Jun, anche se lo strumento comincia a mostrare segni di usura. Efficace il Melot del giovane baritono André Morsch. Molto buone anche le prestazioni di Torsten Hoffmann (Hirt), Motti Kastòn (Steuermann) e Daniel Kluge (Stimme eines junges Seemans) tutti pressochè impeccabili per comportamento vocale e scenico. Come già detto in apertura del resoconto, il pubblico ha censurato apertamente la parte scenica e ha invece tributato consensi chiari e calorosissimi al direttore e a tutta la compagnia di canto. 

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