La Bohème alla Staatsoper Stuttgart

Foto ©A. T. Schaefer
Foto ©A. T. Schaefer

Il nuovo allestimento della Bohème, penultima nuova produzione stagionale della Staatsoper Stuttgart, ha richiamato in teatro la folla delle grandi occasioni. Un fatto logico, trattandosi di uno dei più popolari titoli del repertorio lirico. Per questa nuova produzione, la Staatsoper ha invitato come scenografo Stefan Strumbel, trentacinquenne pittore originario di Offenburg nella Schwarzwald, che dopo i suoi inizi come pittore di graffiti si è affermato come uno dei più notevoli esponenti tedeschi della Street Art, con uno stile che mescola elementi della Pop Art con spunti di realismo e critica sociale. Sulla scenografia ideata dall’ artista del Baden, Andrea Moses ha impostato una regia che, nelle intenzioni degli artefici, avrebbe dovuto essere una sorta di riflessione sul ruolo dell’ artista nella società di oggi. Purtroppo, la raffinatissima drammaturgia del capolavoro di Puccini, con la sua sapiente e perfettamente calcolata mescolanza di comico, sentimentale e drammatico, si prestava molto male a una simile operazione. Il risultato è stato decisamente deludente e quello che si è visto era uno spettacolo che, pur con una sua logica di costruzione e un suo stile complessivamente bene evidenziato, in molti punti sembrava letteralmente contraddire le ragioni della musica. Il sipario si apriva su una sorta di cortile interno o retrobottega da alternativi, però dotato di tutta una serie di apparecchiature multimediali del valore apparente di qualche decina di migliaia di Euro. Rodolfo scrive il suo articolo su un notebook Apple e le due arie del tenore e del soprano erano inscenate come una sorta di show, con Rodolfo che canta al microfono e poi si mette al mixer per il racconto di Mimí. Nel quarto atto, che secondo le indicazioni di Puccini dovrebbe svolgersi nello stesso ambiente, come sottolineato dalla partitura che qui ripropone tutti i temi salienti del primo, i quattro artisti, che evidentemente hanno fatto fortuna, vivono in un atelier dalle pareti di vetro dove entrano ed escono i clienti e la morte di Mimí è ancora inscenata come uno show video. Un po’ più pertinente era la realizzazione del quadro della Barriera d’ Enfer, nel quale il cabaret diventava un bordello di periferia popolato da prostitute abitanti in un container. Totalmente mancata l’ atmosfera del secondo quadro, che ha sempre posto problemi a tutti i registi che hanno affrontato l’ opera e che qui era trasformato in una sorta di parodia della Markplatz di Stuttgart durante il Weihnachtsmarkt, dominata da una gigantesca pressa per Spätzle color oro e da un albero di Natale sormontato da un puntale che voleva rappresentare il celebre simbolo della pace degli anni Sessanta e che all’ atto pratico evocava comicamente lo stemma della Mercedes, popolato da figuranti in costumi pop che mimano una sorta di show e con una Musetta abbigliata in stile Lady Gaga che canta il celebre Valzer, ancora una volta, davanti a un microfono. In definitiva, una regia fuorviante e oltretutto molto superficiale nella caratterizzazione dei personaggi. Un vero e proprio incidente di percorso per Andrea Moses, i cui spettacoli ultimamente mi erano sembrati apprezzabili.
Per quanto riguarda la parte musicale, la Staatsoper Stuttgart per questa profuzione ha puntato su un cast composto dai migliori giovani elementi dell’ ensemble, voci promettenti che però avrebbero avuto bisogno di essere guidate da una bacchetta migliore di quella di Simon Hewett, il nuovo Erste Kapellmeister del teatro che qui per la prima volta era impegnato in una nuova produzione e che ha sostanzialmente fallito anche lui la prova. Una direzione smorta, slavata, con sonorità secche e grigie e mancanza assoluta di respiro melodico e flessibilità ritmica, come se i direttore volesse ripulire la partitura da tutti gli elementi sentimentali. Ora, se un musicista ritiene che Puccini sia un compositore melodicamente orecchiabile e superficiale, padronissimo di avere le proprie legittime opinioni in merito ma allora sarebbe opportuno che lasciasse perdere questo tipo di opere e si dedicasse a dirigere altre cose piuttosto che misurarsi con una partitura nella quale, da quel che si è sentito, non crede affatto. Con una concertazione del genere i cantanti, quasi tutti al debutto nei rispettivi ruoli, hanno reso in maniera alterna. Il migliore è stato sicuramente Atalla Ayan, tenore brasiliano davvero molto interessante e dotato non solo di una bella voce, ma anche di un fraseggio sfumato e personale e di un settore acuto notevole per sicurezza, squillo e proiezione. La giovane sudafricana Pumeza Mashikitza è anche lei molto migliorata nel controllo della voce, soprattutto per quanto riguarda il medium, ma la sua Mimí è apparsa irrisolta sul piano interpretativo anche per colpa di una pronncia italiana molto scadente. Spigliato e abbastanza incisivo il baritono rumeno Bogdan Baciu nel ruolo di Marcello, cosí come il giovane basso polacco Adam Palka, un Colline di buoni mezzi vocali, e André Morsch, abbastanza corretto e garbato Schaunard. Yuko Kakuta, eccellente professionista in Mozart e nelle opere moderne, come Musetta era assolutamente fuori parte e oltretutto ha mostrato evidenti incertezze di intonazione nel Valzer. Simpatico e senza eccessi gratuiti il Benoit di Mark Munkittrick, uno dei veterani dell’ ensemble della Staatsoper. Buona come sempre la prestazione del coro e dell’ orchestra. Grandissimo successo per tutti: Puccini, alla fine, trionfa sempre anche a dispetto dei registi...

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4 pensieri su “La Bohème alla Staatsoper Stuttgart

  1. Non posso che sottoscrivere la tua ultima osservazione: Puccini, alla fine, trionfa sempre anche a dispetto dei registi…. Ovvero: per quanto ci si provi, da parte di registi post moderni (o presunti tali), non si riesce a rovinare le sue opere! Bella e spesso divertente recensione! 😀

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