Internationale Bachakademie Stuttgart – Jeffrey Tate

Foto ©Holger Schneider
Foto ©Holger Schneider

Dopo la presentazione ufficiale della stagione 2014/15, la Internationale Bachakademie Stuttgart ha proposto il penultimo appuntamento con gli Akademiekonzerte alla Liederhalle, dedicato a musiche di Haydn e Britten. Per quanto riguarda il programma, la Musikfest, che coinvolgerà come sempre diversi luoghi della città, si presenta ricca di proposte interessanti. Tra gli interpreti spiccano i nomi di Annette Dasch, Rene Pape, Frank Peter Zimmermann, Roger Norrington con la RSO des SWR, Lorin Maazel coi Münchner Philharmoniker e la Freiburger Barockorchester come complesso residente. La prossima stagione degli Akademiekonzerte sarà aperta con il ritorno di Helmuth Rilling, che dirigerà un programma mozartiano. L’ Intendant Gernot Rehrl e il direttore artistico Hans-Cristoph Rademann nella conferenza stampa di presentazione hanno sottolineato il lavoro di sviluppo delle attività divulgative dedicate al pubblico giovanile e della parte didattica, da sempre uno dei punti qualificanti del lavoro svolto dall’ istituzione. I complessi della Bachakademie riprenderanno in questa stagione anche l’ attività internazionale, con tournées in Germania, Italia e Sudamerica. Un programma di assoluto rilievo, per un sodalizio che negli ultimi anni si è guadagnato un posto di rilievo nella vita musicale tedesca, per la qualità della programmazione e l’ interesse culturale delle sue proposte.

Veniamo ora a parlare del quinto Akademiekonzert, che aveva il principale motivo di interesse nalla presenza di un grande nome della bacchetta, il settantunenne direttore inglese Jeffrey Tate. Un grande artista e uomo straordinario, che ha saputo lottare vittoriosamente contro le terribili difficoltà impostegli dalla sua condizione fisica e superarle, fino a diventare uno dei direttori più ammirati dal pubblico internazionale, con presenze regolari sul podio di tutte le grandi orchestre e teatri d’ opera del mondo. Tate è oltretutto una persona di cultura vastissima, con alle spalle studi di Medicina e attività clinica, svolta prima di dedicarsi interamente alla professione di musicista, iniziata come assistente di grandi maestri come Karajan, Solti e Boulez, che lo volle al suo fianco nella preparazione del celebre Ring del centenario a Bayreuth. Per il suo primo concerto con i complessi della Bachakademie, il direttore britannico ha scelto due partiture di non frequentissima esecuzione. La prima era la Messa in re minore di Haydn, conosciuta come Missa in angustiis oppure Nelson-Messe, in quanto commissionata dal principe Nikolaus II Esterhazy nel 1798, durante le difficoltà causate dalle guerre napoleoniche, e poi ripetuta in occasione di una visita ufficiale ad Eisenstadt dell’ ammiraglio Horatio Nelson, subito dopo la sua vittoria contro la flotta napoleonica ad Aboukir. La Missa in angustiis fu eseguita nel 1932 in occasione del trasferimento ufficiale delle spoglie di Haydn nella Bergkirche. Jeffrey Tate in questa esecuzione ha scelto la versione originale della partitura, che prevede una strumentazione di soli archi, trombe ed organo, che fu poi sostituito con i legni nella versione del 1803. Tra le grandi Messe di Haydn, la Nelson-Messe occupa una posizione particolare per il tono scuro e di severa espressività drammatica che caratterizza la maggior parte del lavoro e la struttura basata su una serie di microsezioni, con gli interventi solistici che non assumono mai la forma di aria. Come tutte le sei grandi Messe composte dopo la sua esperienza in Inghilterra, qui Haydn evidenzia lo sviluppo della sua tecnica compositiva, maturato tramite le dodici Londoner Sinfonien. Tra le cose più belle della partitura, si segnalano gli assoli del soprano, qui eseguiti in maniera eccellente dal giovane soprano tedesco Johanna Winkel, dalla voce luminosa e ben proiettata, e il raffinato trattamento della scrittura corale. Stilisticamente perfetta la lettura di Tate, che ha ottenuto dal Bach- Collegium Stuttgart e dalla Gächinger Kantorei tinte strumentali e corali di grande bellezza e ricercatezza. Buona anche la prova degli altri solisti, il mezzosoprano rumeno Roxana Constantinescu, dalla voce di buon timbro ed omogeneità, il tenore Thomas Walker e il basso-baritono Markus Butter.

La seconda parte era dedicata alla Saint Nicolas Cantata op. 82 di Benjamin Britten. Il musicista originario del Suffolk compose questo lavoro per il centenario del Lancing College, dove sia lui che il suo compagno Peter Pears avevano studiato. Il testo della Cantata, che si compone di sette episodi descriventi diversi episodi della vita del santo, fu scritto da Eric Crozier, uno dei fondatori, insieme a Britten e Pears, dell’ englisch Opera Group ed autore anche del libretto dell’ opera Albert Herring, utilizzando come argomento una serie di leggende popolari riguardanti la figura del vescovo di Myra. La partitura, scritta per un organico di musicisti non professionisti, prevede una strumentazione comprendente archi, percussioni, organo, pianoforte a quattro mani. La parte vocale comprende il coro, tre bambini solisti e un tenore impersonante Saint Nicolas. Come Britten stesso ricordava, la struttura complessiva della partitura è influenzata dal modello di grandi Oratori come Die Schöpfung e la Matthäus Passion, e in effetti la scrittura declamata della parte di Saint Nicolas Ricorda a tratti i recitativi dell’ Evangelista bachiano. In ogni caso, la musica è piacevolissima all’ ascolto per la ricchezza e varietà delle atmosfere e la grandiosità degli affreschi corali, nei quali sono inserite anche due melodia ecclesiastiche abglicane che il pubblico deve intonare insieme al coro. Assolutamente ideale l’ interpretazione che ne ha dato Jeffrey Tate, ispiratissima e ricca di accenti incisivi e fraseggi di ampio respiro, splendidamente realizzati dall’ orchestra e dalla Gächinger Kantorei, rinforzata qui dall’ Ex-Semble Frauenkammerchor. Assai ben realizzati anche gli interventi dei tre bambini, appartenenti al gruppo corale del Collegium Iuvenum Stuttgart. Molto bravo anche il tenore Thomas Walker per la flessibilità della declamazione e la raffinatezza degli accenti. Nel complesso, una bellissima esecuzione di una partitura raramente eseguita ma davvero ricca di interesse, che il pubblico ha dimostrato di apprezzare.

 

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