Violinisti a confronto – Introduction et Rondo capriccioso op. 28 di Camille Saint-Säens

Tra i brani della letteratura violinistica che i grandi solisti prediligono, l’ Introduction et Rondo capriccioso in la minore op. 28 di Camille Saint-Säens occupa da sempre una posizione di primo piano. Il compositore parigino scrisse questa composizione per il grande virtuoso Pablo de Sarasate, che la eseguí per la prima volta il 4 aprile 1867. Come in molti altri suoi lavori, Saint-Säens evidenzia i profondi influssi stilistici che la musica spagnola ebbe sulla sua produzione, come del resto su quella di altri musicisti della sua epoca, ad esempio Georges Bizet ed Eduard Lalo. La partitura, della durata di circa una decina di minuti, si apre con una introduzione di 36 battute, nella quale l’ orchestra sottolinea gli arpeggi virtuosisitici e i passaggi cromatici discendenti del violino solista con blocchi di accordi in progressione armonica. Alla battuta 37 l’ orchestra comincia a scandire un ritmo in 6/8 sul quale il solista espone il tema sincopato del Rondo, basato sulla scala minore armonica per evidenziare il carattere spagnoleggiante della linea melodica. Sulla battuta 88 il violino, dopo una serie di arpeggi sulla dominante, espone il secondo tema, con l’ orchestra che riprende il ritmo puntato dell’ introduzione sul quale il solista si produce in una serie di trilli e salti di ottava che si tramutano poi in una serie di arpeggi discendenti, fino alla battuta 88. Una fioritura funge da cadenza per introdurre la ripresa del tema principale, a cui segue un interludio orchestrale caratterizzato da contrasti ritmici tra il 6/8 dell’ accompagnamento e il ritmo in 2/4 scandito dal violino, che conclude l’ episodio con una lunga scala cromatica discendente e una fioritura nel settore acuto. La terza esposizione del tema principale è seguita da una ripresa dell’ interludio in una nuova tonalità. La riesposizione del secondo motivo è bruscamente interrotta dall’ orchestra, dalla quale il solista emerge con un’ altra serie di passaggi virtuosistici che, attraverso una progressiva accelerazione ritmica, portano alla tonalità di la maggiore delle conclusione.

Dal punto di vista tecnico, la partitura dimostra la profonda conoscenza che Saint-Säens aveva dello strumento, fatto che si traduce in una parte violinistica ideale per dare la possibilità al solista di mettere in mostra tutte le sue qualità tecniche ed espressive. Un brano che richiede eleganza, souplesse virtuosistica e capacità di fraseggio cantabile, proprio per queste ragioni prediletto da tutti i grandi violinisti, ai quali questa partitura offre molteplici occasioni di mettere in mostra la loro classe.

Tra le decine di esecuzioni in studio e dal vivo reperibili sul mercato, ne ho scelto tre che per varie ragioni mi sembrano tra le più significative. La prima che vi propongo è considerata un vero classico nella discografia del brano. Si tratta dell’ incisione realizzata nel 1957 per la Columbia da Zino Francescatti (1902 – 1991), il grande virtuoso marsigliese figlio di un violinista italiano che aveva studiato con Camillo Sivori, l’ unico allievo di Niccolò Paganini. L’ accompagnamento orchestrale è della Philadelphia Orchestra diretta da Eugene Ormandy.

 

 

Francescatti, che ci ha lasciato incisioni leggendarie come quella del Concerto di Beethoven sotto la direzione di Bruno Walter, suona con un’ eleganza e flessibilità ritmica supreme e un fraseggio di tono aristocratico, mettendo in mostra quella perfezione tecnica assoluta per la quale era considerato il massimo interprete paganiniano della sua epoca. Un’ esecuzione che nella sua nobiltà ed eloquenza appare anche oggi esemplare.

La seconda interpretazione che ho scelto è quella di Ivry Giltis, violinista israeliano nato nel 1922 che a otto anni fu scoperto da Bronislaw Huberman, il quale gli diede i mezzi finanziari per andare a studiare in Francia, dove fu allievo di virtuosi leggendari come Jacques Thibaud e George Enescu. Qui vediamo Ivry Giltis in un’ interpretazione registrata per la televisione francese nel 1971. Il violinista israeliano esegue il brano nella versione con accompagnamento di pianoforte, affidato in questa occasione a Georges Pludermacher.

 

 

Il tono è anche qui raffinatissimo. Glitis fraseggia con estrema libertà ritmica e la disinvoltura con cui risolve tutti i passaggi virtuosistici dimostra l’ aplomb del virtuoso di classe eccelsa. Il suono è liquido, cristallino, con una corda di mi timbratissima e di intonazione impeccabile.

L’ unico violinista delle ultime generazioni che può essere accostato a questi due grandi del passato è a mio avviso Joshua Bell, che qui vediamo in un’ esibizione dal vivo con la New York Philharmonic diretta da Lorin Maazel.

 

 

La classe esecutiva del virtuoso americano gli consente di fraseggiare con una raffinatezza e una perfezione stilistica senza confronti al giorno d’ oggi. Il respiro stupendo della linea melodica, il senso finissimo del rubato e la varietà timbrica di un suono liquido, cangiante e di colore stupendo fanno di questa esecuzione un vero e proprio gioiello. Qui siamo in presenza di un violinista che può essere tranquillamente accostato ai grandi nomi che hanno fatto la storia esecutiva dello strumento. Come mi hanno confermato numerosi ascolti dal vivo, nessuno degli strumentisti della nostra epoca può essere paragonato a questo quarantaquattrenne nativo dell’ Indiana, dotato di strepitosi mezzi tecnici e soprattutto della capacitá di utilizzarli al servizio di una fantasia interpretativa che coinvolge l’ ascoltatore ad un livello che ben poche volte mi é capitato di sentire in un concertista. Qui non é questione di tecnica sopraffina, perché quella la possiedono tutti i grandi violinisti della nostra epoca. A fare la differenza é la personalitá, il senso dei colori e del fraseggio e soprattutto la capacitá che ha Bell di far veramente cantare lo strumento, con un legato e una dinamica degni dei grandi cantanti del passato. Tutto questo contribuisce a rendere la sua interpretazione un modello a mio avviso insuperabile al giorno d’ oggi.

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