Siegfried alla Staatsoper Stuttgart

Foto ©A. T. Schaefer
Foto ©A. T. Schaefer

Dopo il grande successo della nuova opera Wunderzaichen di Mark Andre, che ha fatto registrare addirittura tre repliche a teatro esaurito, la Staatsoper Stuttgart ha presentato la prima delle due produzioni wagneriane in cartellone quest’ anno. In attesa del nuovo allestimento di Tristan und Isolde diretto da Sylvain Cambreling, previsto per luglio, il teatro ha riproposto la messinscena del Siegfried allestita nel 1999 da Jossi Wieler e Sergio Morabito, terza parte del famoso Stuttgarter Ring andato in scena tra il 1999 e il 2000 e affidato a quattro registi diversi: Joachim Schlömer per “Das Rheingold”, Christof Nel  per “Die Walküre”, Jossi Wieler e Sergio Morabito per “Siegfried” e Peter Konwitscnhy per “Götterdämmerung”. Un allestimento che ricevette grandi consensi di pubblico e critica, ricordato ancora oggi tra i risultati artistici più significativi della gestione di Klaus Zeheilein, trasmesso più volte dai canali televisivi tedeschi e disponibile anche in DVD. Del resto, le produzioni wagneriane della Staatsoper Stuttgart hanno sempre goduto di notevole rinomanza.Negli anni Sessanta, la Württembergiche Staatsoper era addirittura definita la Winterbayreuth per la qualità degli spettacoli e la presenza fissa nei cartelloni di artisti come Wieland Wagner e Wolfgang Windgassen, che hanno scritto pagine fondamentali nella storia interpretativa di Wagner. Una tradizione wagneriana che ha radici antiche: va ricordato che Stuttgart fu la prima città tedesca ad allestire una propria messinscena del Ring dopo quella originale di Bayreuth e che il Bayreuther Festspiel ha sempre potuto contare su una forte presenza di orchestrali e coristi provenienti dalla Staatsoper. Ancora oggi, questo teatro annovera tra il pubblico molti appassionati wagneriani, tanto che le esecuzioni delle opere del compositore di Leipzig sono sempre tra quelle per cui occorre prenotare i posti con molto anticipo. Per chi viene ad assistere a una rappresentazione wagneriana a Stuttgart, tutto questo si nota dalla concentrazione assoluta con la quale il pubblico della Staatsoper assiste all’ esecuzione e nell’ affinità stilistica istintiva con cui orchestra e coro eseguono una musica che per i musicisti rappresenta davvero una sorta di lingua madre.
Anche in questa occasione, l’ esecuzione musicale è stata di notevole livello e qualitativamente ben superiore, tanto per fare un esempio, al mezzo disastro artistico accaduto a Bayreuth la scorsa estate con il nuovo Ring. Merito innanzi tutto della direzione di Marc Soustrot, che dopo l’ eccellente esito della “Götterdämmerung” di un anno fa si è confermato anche in questa circostanza interprete wagneriano di ottimo livello. Una narrazione orchestrale equilibrata, ricca di colori e di senso del racconto, grandiosa e appassionata, culminante in un duetto finale di intensissima espressività e senso del fraseggio vario e appassionato.
Molto buona la resa di tutta la compagnia di canto, interamente rinnovata rispetto alle recite originali. Il tenore americano Daniel Brenna, che già aveva interpretato qui il Tambourmajor del “Wozzeck” con esiti notevoli, è stato un protagonista di voce solida e ben amministrata. Dopo un primo atto amministrato con una certa cautela, soprattutto nella tessitura durissima della scena conclusiva, Brenna ha fornito una prestazione in crescendo, con una resa complessiva perfettamente adeguata alle grosse difficoltà vocali di una parte tra le più faticose che esistano. Notevole anche la Brünnhilde di Christiane Libor, una cantante che avevo già notato qualche anno fa in una notevole interpretazione del ruolo di Eglantine, in una esecuzione dell’ Euryanthe di Weber a Karlsruhe. Pur senza grandi invenzioni di fraseggio, la cantante ha impressionato per sicurezza vocale e capacità di reggere una tessitura impegnativa come poche altre. Autorevole nel fraseggio il Wanderer di Markus Marquardt, capace di accenti significativo ad onta di una voce di grana un po’ ruvida e a volte appannata nelle note alte. Molto bravo anche il tenore austriaco Wolfgang Ablinger-Sperrhacke nella parte di Mime, un ruolo da lui già interpretato in produzioni importanti andate in scena per il bicentenario wagneriano, come quelle di Amsterdam, Parigi e München. Interessante anche la Erda di Renée Morloc, per il bel timbro scuro e omogeneo in tutta la gamma. Adeguate le caratterizzazioni di Attila Jun come Fafner e Michael Ebbecke come Alberich, cosí come il Waldvogel della giovanissima Josefin Feiler, un prodotto dell’ Opernstudio della Staatsoper. Riassumendo, di fronte agli autentici disastri vocali accaduti in teatri di gran nome lo scorso anno con le produzioni wagneriane, questa era un’ esecuzione musicale che ha reso piena giustizia alla partitura.
Per quanto riguarda l’ allestimento scenico di Jossi Wieler e Sergio Morabito, che rivedevo dopo diversi anni, devo dire che rispetto a molti allestimenti successivi questo non appare più cosí scandaloso. L’ idea di fondo è quella di personaggi che si muovono in un mondo atemporale e spersonalizzato, reso in maniera efficace dalle scene di Anna Viebrock. Anche se in una simile ottica il mondo magico e mitico della natura tradotta in realtà sonora dalla musica di Wagner passa in secondo piano, lo spettacolo si fa comunque apprezzare per una recitazione complessiva sobria, efficace e soprattutto senza cadute di gusto e volgarità inutili. In sintesi, uno dei migliori spettacoli wagneriani tra quelli andati in scena qui in Germania durante questa stagione, giustamente premiato da un vero trionfo di pubblico, con dieci minuti di applausi per tutti gli interpreti.

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