Traviata alla Scala

traviata

Come degna conclusione di un bicentenario verdiano a tratti imbarazzante per il livello davvero infimo delle proposte, la Traviata inaugurale della Scala è servita a sottolineare una volta di più, se ce ne fosse stato bisogno, la crisi profonda di idee e capacità gestionale in cui si dibattono i teatri lirici. Per l’ ultima apertura della sua gestione, il sovrintendente Lissner ha puntato su un altro nome del cosiddetto Regietheater, il russo Dmitri Tcherniakov, che negli ultimi anni si è fatto un nome per il tono audace e provocatorio dei suoi allestimenti. Ma cosa abbiamo visto di innovativo o interessante in questa produzione? Provo a descrivere quello a cui ho assistito durante la diretta televisiva.

Dopo il consueto Preludio a scena aperta, ormai obbligatorio come l’ IVA o la Mehrwersteuer, abbiamo visto un primo atto tutto sommato abbastanza normale, a parte un paio di coristi che si dimenavano come se stessero ballando musica house e la presenza muta, durante la grande aria, di una Annina abbigliata come Wanna Marchi. Nella prima scena del secondo atto, invece, abbiamo avuto la prima grande trovata registica del gggenio. Pensando che Traviata sia una cosa somigliante a Masterchef o alla Prova del Cuoco, la messinscena ci mostra Alfredo che entra in casa con la spesa e si mette a impastare una pizza. Qui, per essere coerenti, si dovevano allora cambiare le parole del testo, più o meno come segue:

Dei miei bollenti forni il giovanil ardore
ella temprò col placido sorriso al pomodor, pomodooor!
Dal di che disse pizzza io voglio solo con te mangiarrrrrr…
dell’ universo immemoreee… io viiiiivo io vivo quasi io vivo quasi al Bar!!!”

E comunque scusatemi, ma se Alfredo cucina in scena allora, in nome dell’ aderenza al reale, al naso degli spettatori (e possibilmente anche a quello dei telespettatori) devono arrivare gli aromi delle pietanzine…
Io, come dicono a Roma, guardando questo pezzo di commedia dell’ arte pensavo tra me e me: “Quasi quasi a ‘sto russo je darebbe ‘na pizza…”.

Il punto è che il Regietheater è ormai diventato, per molti aspetti, una perversa degenerazione del marinismo.

È del regista il fin la meraviglia,

parlo dell’ eccellente e non del goffo,

chi non sa far stupir, vada alla striglia!

(cit. da La Murtoleide: Fischiate del cav. Marino, riadattata per l’ occasione).

Ma ormai nelle testoline dei dirigenti teatrali e di certi critici e spettatori vige il concetto che siccome il pubblico è conservatore e codino, più un regista viene contestato più è “moderno” e gggeniale.
Questa sarà la morte del teatro d’ opera, non certo la mancanza di pubblico ma la sua disaffezione nei confronti di spettacoli fatti appositamente per non coinvolgerlo.

Andiamo avanti con la descrizione. Nel prosieguo della scena Violetta, abbigliata in uno stile a metà tra la Krankenschwester e la cameriera di un Biergarten, sorseggia con nonchalance un tè mentre discute con un Germont padre impettito e abbigliato col tipico cappottone da funzionario del KGB o della Stasi.

Quasi nulla da segnalare nei due quadri successivi, tranne il bodyguard seminudo nella festa da Flora e Violetta che si attacca alla dive bouteille di rabelaisiana memoria durante il preludio al III atto. Anche qui, una modifica al testo sarebbe stata opportuna, il Dottor Grenvil avrebbe dovuto dire: “La cirrosi non le accorda che poche ore”.  Ma poi, io sinceramente non ho capito di cosa moriva, questa Violetta. Non di tisi, visto il continuo correre avanti e indietro e l’ iperattività motoria. Forse era pazza, drogata o ubriaca?  Ci sarebbero diverse altre cose da censurare, tipo la recitazione isterica e sempre sopra le righe di tutto il cast, i cachinni e le risatine gratuite e di dubbio gusto durante le scene di festa, la continua e fastidiosa presenza dei personaggi di fianco a fare le controscene senza alcun rapporto con l’ azione e la banalità della concezione scenica di base, ma preferisco fermarmi qui perchè un allestimento brutto, puerile, banale e stupido come questo non merita che se ne parli ulteriormente. Non era uno spettacolo minimalista (il minimalismo non è un disvalore in sé, comunque. Peter Brook in questo campo ha fatto cose stupende). E non era neppure questione di bellezza o bruttezza dell’ impianto scenico: una scenografia bellissima può contenere una regia orrenda. E viceversa. Alla Scala, per fortuna, si è optato per la massima coerenza: orrenda regia in orrenda scenografia. Per non parlare dei costumi e delle parrucche, spesso ridicole. In sintesi, una messinscena mediocremente concepita e altrettanto mediocremente tradotta in pratica, da parte di un regista che con questa concezione moderna sì, ma anche non troppo, basata su un insulso politically correct ha finito per scontentare sia i tradizionalisti che i cultori degli allestimenti d’ avanguardia. Io comunque non avrei fischiato, perchè si sa benissimo che per Tcherniakov e tutti quelli come lui, i fischi sono una sorta di decorazione sul campo di battaglia e servono per guadagnare qualche titolo di giornale in più. Come ripeto, questo non era uno spettacolo innovativo ma solo una cosa brutta, noiosa e mediocre, basata unicamente su trovatine da avanspettacolo banali e risapute. Una brutta operetta, come qualcuno ha detto in rete.

Di livello assai scadente anche la parte musicale, a partire dalla protagonista che era il soprano tedesco Diana Damrau. Veniamo a esaminare alcuni dettagli della sua prestazione. Nel primo atto, la Damrau esibisce una voce spaccata in tre tronconi, che sotto sforzo diviene spesso dura e stridula nella seconda ottava. La linea vocale è sempre approssimativa, per metà parla e per metà emette aria, stona e prende tutte le note sopra il FA4 con la spinta da sotto, come la Gruberova anziana, interpola continue risatine isteriche da alcolizzata all’ ultimo stadio, concludendo l’ aria con un MIb acuto in cui la stecca è stata evitata proprio per un pelo.

Prima scena del II Atto forse un filo meglio, ma proprio un filo, anche se,  tutto sommato, a guardare e ascoltare questa Violetta, il pensiero di mollare Alfredo per far piacere al rompiscatole paterno genitor  sembrava non importarle granchè, ammesso che capisse davvero quello che stava cantando. Clamorosa la svista esecutiva durante il secondo quadro, nel quale la Damrau ha mancato la sua entrata, costringendo l’ orchestra a suonare da sola per una ventina di battute almeno. Il fatto che nessuno tra il pubblico in sala e nei siti dei grandi giornali abbia notato un simile errore, degno di una filodrammatica parrocchiale, la dice lunga anche sulla qualità e preparazione degli spettatori e dell’ informazione culturale italiana. Io non so cosa succeda ultimamente dietro le quinte dei palcoscenici operistici italiani. Però so per esperienza personale che una volta nei teatri seri c’ era l’ usanza di fare in modo che i cantanti entrassero in scena quando devono cantare, e mi sembrava una buona usanza…

La cantante di Günzburg passa completamente inosservata durante il finale II, cantato senza nerbo e senza voce, oltretutto ingoffita e mortificata da un costume ridicolo e da una parrucca che la rendeva simile a Dustin Hoffmann nei panni di Tootsie oppure a Michel Serrault in La cage aux folles, quando il personaggio di Albin impersona la cantante di night club Zazà nel locale del suo compagno. Andrebbe ricordato al signor Tcherniakov, ammesso che gliene importi qualcosa, che il vero regista sa valorizzare la presenza scenica dei suoi attori e non li ridicolizza o imbruttisce.

Nel III atto, le Violette formato Koloratur puntualmente e regolarmente annegano e la Damrau non fa eccezione, esibendo un canto vocalmente schizofrenico, con la voce che in diversi passaggi si spacca e la costringe in più punti ad accennare e fare acuti in growl. La lettura della lettera è recitata con un tono da filodrammatica di quartiere, evocante Paola Borboni o Emma Gramatica. La prima ottava suonava vuota e allargata artificiosamente, in una spasmodica ricerca di risonanza. Per quanto riguarda il fraseggio e l’ interpretazione, di Alfredo (che il geniale regista faceva entrare in scena portando con sè una scatola di cioccolatini e “quelmazzolindifioricheviendallamontagna ebadabenchenonsibagna”), stando a ciò che si è visto e ascoltato, non le fregava nulla. Dal tono isterico e sempre sopra le righe della recitazione, a tratti sembrava addirittura che lo volesse prendere a pugni, tanta era l’ aggressività immotivata e senza commozione. Per finire, un’ ultima osservazione.  Oggi un certo tipo di giornalismo fa dei grandi blablablá sul fatto che i cantanti odierni sono belli e fascinosi, mica come quei ciccioni di una volta. Ma secondo voi un donnone cosí alto e in carne come la Damrau era credibile nei panni di una malata di tisi?

Per quanto riguarda Piotr Beczala, cantante che di solito stimo e dal quale ho ascoltato cose pregevoli in diverse recite a Zürich e Berlino, ho trovato la sua prova molto deludente. Da qualche tempo, la voce del tenore polacco suona usurata e in disordine oltre che affaticata. Nel primo atto, ho percepito diverse imprecisioni nelle fioriture del brindisi e del duetto, nel seguito il canto di Beczala era spesso forzato e appannato nelle note di passaggio. Ah, prima che me ne dimentichi: chi è stato il genio che gli ha suggerito quell’ orrenda cadenza prima del da capo della cabaletta, musicalmente improbabile e realizzata anche peggio?

Degno padre di tale Alfredo era il baritono serbo Zeljko Lucic, che ha esibito un vocione mugghiante incastrato fra naso e gola, in una sorta di borbottio indeterminato nel quale i concetti di fraseggio e dinamica erano del tutto assenti. Non aggiungo altro, perchè un cantante del genere non merita neppure una stroncatura dettagliata.

La direzione di Daniele Gatti, dopo una discreta esecuzione del Preludio,  ha messo il sigillo definitivo sulla mediocrità di questa produzione con una condotta orchestrale statica, pesante e macignosa, un suono annegato perennemente in una sorta di melassa vischiosa e lutulenta e un fraseggio strumentale perennemente oscillante tra il catatonico e lo schizofrenico. Nessuna concezione interpretativa e un rapporto tra buca e palcoscenico spesso incerto. Vedasi il caso della grande scena di Germont padre, con l’ Andante diretto a fisarmonica, in un continuo alternarsi di rallentandi e accelerandi e la cabaletta resa con un tono pimpante e saltellante che ridicolizzava una pagina già di suo non eccelsa musicalmente. Sinceramente parlando, durante tutta la serata ho rimpianto la musicalità e il senso del teatro di bacchette come Giuseppe Patanè e Angelo Campori. Una direzione piatta, fracassona, noiosa e mediocre, in perfetta sintonia con tutti gli altri aspetti dello spettacolo.

Accoglienze finali come da copione predisposto in partenza. Dopo unanimi consensi alle uscite collettive, esiti contrastanti alle chiamate singole. Daniele Gatti e il gggenio buatissimi, consensi abbastanza chiari per la Damrau, un misto di applausi e fischi per tutto il resto, il Masterchef, il funzionario della Stasi, la Vanna Marchi e gli Arcoristi Anonimi. Un esito sicuramente auspicato dalla direzione artistica e da certa stampa, che adesso potrà sfogarsi dando fondo a tutto il consueto repertorio di filippiche e piagnistei sul pubblico conservatore, passatista, nemico della Kultura e  del progresso, incapace riconoscere il talento dei gggeni. Un film già visto decine di volte, ma che funziona sempre.

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47 pensieri su “Traviata alla Scala

  1. Io mi ero accorto della mancanza delle battute di Violetta, ma credevo fosse un’altra efferatezza deliberata del regista.
    Ritengo, comunque, che il guaio più grosso sia stato il rifiuto del regista, comunicato agli interpreti, di rappresentare un dramma umano, preferendo tradurlo in farsa. Ciò si è riflesso anche sull’esecuzione musicale, ma soprattutto sul pubblico (almeno su di me). E ha guastato, in particolare, le ultime scene.

  2. Buongiorno,
    Io ieri sera alla prima c’ero, nella mia nota di recensione ho spiegato quello che abbiamo saputo nel backstage riguardo al disguido della Damrau. “Piccolo giallo: a questo punto Violetta dovrebbe entrare accolta da Flora (“Qui desiata giungi”) ma non arriva, e la musica va avanti lo stesso. Si saprà la ragione dopo, nel backstage: la Damrau entrando è caduta e stordita dal dolore ha dovuto cercare di riprendersi. Secondi interminabili, ma si va avanti. ” Sul resto, come si può eventualmente leggere nella mia recensione, concordo su tutto

    • Grazie della testimonianza diretta. In ogni caso, uno spettacolo squallido e dilettantesco, una serie continua di errori vocali, musicali, scenici, tecnici, assolutamente impensabili nella Scala di qualche anno fa o in qualsiasi grande teatro internazionale. Una ennesima prova del fare non come si deve o come si vuole, ma semplicemente come si può.

      Olimpicamente ne attendiamo la difesa d’ ufficio da parte dei soliti “relativisti”.

  3. iconfermo: colleghi critici ieri sera si sperticavano in lodi. ero tra i pochi ad essere quantomeno perplessa

  4. Non ho la competenza musicale per discettare dell’interpretazione vocale dei cantanti… Mi piace l’Opera e adoro Verdi, ma fatico a capire quando un cantante è davvero bravo o meno. Posso dire che il tenore in effetti mi è sembrato un po’ sgangherato, anche se della Cabaletta del secondo atto ho apprezzato l’attacco e il piglio del direttore che, mi è parso, ha dato un po’ di nerbo a un brano invero bruttino forte… Certo avrei apprezzato ancora di più se, in luogo di quella brutta cadenza e “da capo”, si fosse optato per un bel taglio dopo la prima esposizione, come un tempo si faceva e come, secondo me, si potrebbe tornare a fare per alcune pagine.
    La regia – uccidetemi – non mi è dispiaciuta. E’ vero, molto spesso si esponeva al ridicolo, ma perlomeno nel primo atto mi ha catturato e mi è sembrato che funzionasse; e il soprano si è dimostrata ottima attrice se non commendevole cantante.
    Nel secondo atto cominciano i problemi, perché un approccio così “moderno” e pop diventa ovviamente problematico mano a mano che il Dramma volge al tragico. Quindi non tanto ridevo per Alfredo che tira la pasta o fa il minestrone, quanto per Germont che latra “piangi, piangi” e la Violetta manco lo calcola e va a cercare una foto in dispensa…
    Il secondo quadro in effetti mi ha lasciato interdetto: ero appena riuscito ad elaborare Zingarelle & Matador fatti SENZA né le une né gli altri, che succede quello che non mi era MAI capitato di vedere, tantomeno alla Prima della Scala: il soprano che manca clamorosamente il suo ingresso e la povera Flora costretta a dialogare con il muro. Chissà cosa diavolo sarà successo! Complimenti a Gatti che ha avuto il nervo di tirare dritto e recuperare la situazione. Il Concertato invece, perlomeno da un punto di vista musicale, mi è piaciuto molto: il tempo molto lento ha accresciuto quell’effetto di quasi suspense che Verdi riesce sempre a creare in questi brani meravigliosi (vedi anche i finali atto primo e secondo del Macbeth).
    Anyway… Non ho fatto in tempo a vedermi anche il terzo atto e lo recupererò in replica, ma devo ammettere che questa edizione mi ha moderatamente “catturato”. Capisco però il nervosismo dei veri appassionati e cultori, specie se – come dice il padrone di casa – la prova vocale era davvero così scadente.

    Un saluto!

  5. ne approfitto e dico…ma venite al Teatro Regio di Torino che è meglio :)..spesso anche se non sempre ovviamente

  6. Tenendo conto che le impressioni e competenze ecc vanno rispettate, dopo aver letto l’articolo lei caro mozart 2006 mi da l’idea di quel musicista che ascolta piu se il FA4 al min 4.02 è corretto che le restanti 2 ore di Musica con la M maiuscola. Basta guardare subito il suo accanimento sulla caduta della Damrau, “oratoriale” senza poi sapere che non è stato di proposito. Certamente e lungi da me pensare che la tecnica non sia necessaria, anzi, aiuta molto la quadratura della struttura e aiuta nel portare la frase e le proprie idee musicali a compimento. Ma la musica è anche altro che tra le sue righe non ho colto… Certo che arrivare a dire che la Damrau non è all’altezza e tutto il resto mi pare veramente azzardato. Condivido qualche scelta eccessiva nei costumi e nella regia in generale e magari che ci sia anche stata qualche sbavatura tra i cantanti (come in tutte le recite d’opera degli ultimi 413 anni). Ma dare un voto cosi negativo ed essere conservatori fino in fondo (mi passi il termine perchè questa sua critica è in questo stile) non aiuta nella crescita dell’interpretazione musicale… non si può fare oggi una traviata identica come 100anni fa….se mi permette forse ho capito e quindi non la fischio, perchè mi sa che per Mozart2006 e tutti quelli come lui, i fischi sono una sorta di decorazione sul campo di battaglia.

    • Vede caro, io sarò un talebano, ma quando ascolto una prima della Scala mi aspetto che buca e palco siano coesi, che tutti i cantanti vadano a tempo, rispettino i ritmi e l’ intonazione anche nei passaggi difficili; dalla buca e dal podio mi aspetto che si riesca a mantenere inalterato un tempo preso per più di 5 battute consecutive, che si rispettino i segni d’ espressione senza inventarne di nuovi a ogni sistema, che i passaggi di singole sezioni strumentali non risultino mai impastati e confusi anche ritmicamente.
      Su tutto il resto sono pronto a discutere, anche dovessi vedere una Violetta seduta sul cesso. Ma sui punti che Le ho elencato no, che non discuto.
      Noto invece che i fondamentalisti dello spartito, che spesso abusano del termine “filologo”, in certe occasioni spariscono dai media: persino le note indecise, i portamentoni da montagne russe e i vibrati modello interferenza radiofonica che gli esimi artisti ci hanno servito ieri sera, in questo caso diventano “modalità espressive”. A questo punto anche i mancati ingressi in palco lo sono, visto che indubbiamente hanno fatto sorgere emozioni molto forti in chi ascoltava, a me per esempio è venuto il batticuore e non capivo cosa stesse succedendo.
      La regia “innovativa”? Sarebbe questa cosa da recita parrocchiale? Sa cosa ne ho ricavato dalle idee di Tcherno Bill? Nella sua “concezione”, Violetta muore impasticcata e alcolizzata, per una cirrosi che si è sommata ad una schizofrenia latente sin dalle smorfie del primo atto (la scena in cui controlla le lampadine del Maria Teresa mentre Alfredo le canta “Croce e delizia” conferma la mia diagnosi) e poi il gesto di Grenvil quando esce di scena parla chiaro a chi l’ intende: “Cara Annina, la tisi? Tze… questa l’ è fora de testa!”.
      Infine, il colpo di grazia: le meringhe al limone cucinate, ovviamente, da Alfredo chef all’hotel Savoy.
      Per un attimo ho pensato che Violetta volesse lanciargliene una. Peccato che Tcherny non ci abbia pensato: in effetti, questa è stata una Traviata da torte in faccia.
      E questa sarebbe la crescita dell’ interpretazione musicale? Bella roba…

      • A ripensarci, mi vado convincendo che il messaggio vero è: “malata immaginaria, non è veramente morta”.

      • In questi due giorni ci ho riflettuto sopra. Fossi stato nei panni del regista, invece che far vedere Alfredo pizzaiolo lo avrei mostrato seduto sulla tazza del water con la Gazzetta dello Sport in mano. Se non altro, l’ atto della defecatio mattutina avrebbe evidenziato al meglio la qualità complessiva dello spettacolo…
        Saluti!

      • Ma forse il filtro di giudizio decisivo è questo: LEI si sarebbe sottomessa a una regia così? O, piuttosto, si sarebbe visto l’amico in rovinosa fuga verso gli Urali?

      • Per la serie “facciamoci del male” ho rivisto la registrazione e notato un particolare di regia che mi era sfuggito: nessuno aveva notato che Alfredo, nella foga di tagliare zucchine e carote, si è tagliato un dito? Ha fatto finta di niente e continuato a tenersi il dito fino al primo piano sulla lettera. A quel punto ci si poteva attendere il peggio, tipo splatter horror, ma evidentemente era solo un tagliettino.
        Registro anche l’ opinione di Alina Marrazzi che, intervistata, ha molto apprezzato l’ appeal cinematografico, gli esterni che facevano capolino dalla finestra stile Orson Welles di Quarto potere. Insomma, di tutto un po’, abbiamo avuto un Verdi quattro stagioni, visto che si parla di pizze…

  7. Caro Gianguido,

    concordo praticamente su tutto, e, da musicista, avevo notato subito la mancata entrata di Violetta che ha lasciato Flora e l’orchestra sole in maniera imbarazzante…..apprendo ora che pare sia dovuto ad un incidente “fisico” occorso alla protagonista, e non ad un incidente musicale, e di ciò me ne compiaccio.

    Cosa aggiungere alla tua precisa e puntigliosa analisi? Forse ribadire il fatto che sarebbe ora di smetterla una volta per tutte di chiamare, e pagare profumatamente, registi che dell’opera sanno poco o nulla, in nome di una presunta modernità, che invece altro non fanno se non stravolgere l’essenza stessa del teatro d’opera, che è anche passione, partecipazione, pathos…tutte queste cose alla prima della Scala mancavano, si è ridicolizzata una delle opere più eseguite nel mondo riducendola alla stregua di un musical di quart’ordine….

    Del tutto fuori luogo quella serie infinita di scene istreriche a cui ha sottoposto Violetta, quasi cabarettistica la scena della cucina, e che dire della grande regia televisiva che per tutta la durata dell’aria di Germont si è soffermata sul nevrotico taglio delle verdure di Alfredo???

    Dulcis in fundo, la ciliegina sulla torta, rappresentata dal “la cena è pronta” detta a torso nudo da uno che pareva più uscito da “Uomini e donne” che da un teatro d’opera….Giustificatissimi quindi i buu al regista, dunque, ma anche al direttore, che in più di un’occasione ha staccato tempi inverosimili…

    Una chiosa finale: ho trovato fastidioso quella sorta di riverbero continuo che si percepiva ad ogni suono prodotto dagli interpreti, o almeno questo è ciò che ho udito io dalla ripresa televisiva

    • Grazie. Io comunque qualcosa da questa regia ho imparato. Finalmente mi è stata spiegata l’ origine delle “fettuccine Alfredo”, piatto tipico della cucina italoamericana completamente sconosciuto in Italia. Ci voleva Tcherno-Bill per farmele conoscere e di ciò gli do atto.

  8. Ho molto apprezzato e inserito l’articolo in Facebook con questa motivazione: “Al di là della prima impressione, non è una critica esageratamente cattiva o volutamente comicheggiante, ma dice esattamente quel che è stata l’esecuzione di questa orrida “Traviata”.
    Aggiungo che per età, ho potuto assistere a tutti gli spettacoli scaligeri dagli anni ’50 e seguirne anche le prove fino all’esecuzione, e con molto rammarico devo dire che il tracollo qualitativo iniziato quasi impercettibilmente negli anni ’70 è continuato sempre più accentuandosi.
    Qui mi fermo per non entrare in particolari che richiederebbero un libro intero con nomi e cognomi con relative responsabilità.

  9. “Dov’e’ mio figlio, piu’ non lo vedo…” caro babbo, e’ a cena “Chez Alfredo”
    Caro Gianguido, concordo su quanto scrivi, ma qualcosa questa traviata lo ha ottenuto: il tenore ha dichiarato che non verra’ piu’ a cantare in Italia.
    Invece a Catania, nel corso di una Lucia, il tenore, pur affetto da tracheite, e’ riuscito a fare un ReB, e chiamare lui al posto del cuoco ?

    • Caro Massimo, io nel 1997 ebbi la grande fortuna di poter seguire a Torino le prove dell’ Otello diretto da Abbado e con la regia di Ermanno Olmi. Ricordo bene come il grande regista chiedesse ad Abbado prima di provare certe scene: “Scusa Claudio, possiamo fare in questo modo o disturba la musica?”. E si trattava di un regista cinematografico pluripremiato a livello internazionale. Credo che se questo genialoide russo dei miei stivali e i suoi reggicoda che in questi giorni ragliano nei forum e socialnetwork prendessero a modello l’ umiltà di Olmi, il teatro ne trarrebbe enorme giovamento.

  10. I miei pochi amici ancora rimasti alla Scala mi assicurano che il segnale per l’entrata della Damrau le è stato comunicato regolarmente, ma lei ha risposto che era troppo presto ed è poi entrata indubbiamente troppo tardi. Dovendo poi giustificarsi in qualche modo ha inventato la storia dello scivolone in quinta.
    Sono più propenso a credere a questa versione dei fatti.

    • Anch’ io e aggiungo: se davvero si sentiva male, come ha fatto a cantare il resto dell’ opera? E cantava esattamente come nella prima parte, non si sentiva nessuna variazione.

  11. Caro Mozart meno male che internet c’é! e ci permette di leggere recensioni come la tua, se dovessimo limitarci a quel che scrivono i cosidetti critici accreditati sui giornali non sapremmo nulla, alcuni hanno spudoratamente negato, dico spudoratamente negato che i cantanti siano stati fischiati (quando lo stesso tenore lo scriveva sul suo account facebook!), sono più realisti del Re!

    • La fabbrichetta milanese del consenso. Del resto, non penso di rivelare segreti di Stato quando ricordo che già ai tempi di Ghiringhelli la stroncatura era assolutamente vietata ai critici dei giornali milanesi accreditati alla Scala.

  12. Oddio, non so gli altri giornali, ma sul Corriere Isotta stroncava tutto lo spettacolo, dalla Regia ai Cantanti, quindi nessun “gomblotto”, mi pare. Certo poi è abbastanza normale che in TV e nei TG si tenda a sottolineare l’aspetto mondano della serata, tralasciando le cose realmente importanti. Tra l’altro – tornando ad Isotta – sembrava avesse letto questo blog, perché alcuni passaggi della sua recensione erano quasi identici. A un certo punto paragona anche lui Annina (forse sarebbe meglio dire Annona) alla Vanna Marchi.

    • Non è questione di “Gombloddo”, amico mio. Però non posso fare a meno di notare che in rete si sta imponendo proprio la tendenza che indicavo in chiusura del post. I progressisti un tanto al chilo che danno la colpa al pubblico italiano reazionario e codino. Peccato che io abbia visto personalmente fischiare Tcherniakov in quattro grandi teatri europei, e molto peggio di cosí. Come va questo fatto? Anche all’ estero sono tutti scemi?
      Saluti.

  13. Niente, più riguardo la registrazione e più muoio dal ridere.
    No, perché lei che sta per crepare con in mano… che era? Una meringa?

    No, un macaron proveniente da una delle migliori pasticcerie di Tirana!

  14. Carissimo, io non sono un esperto come te e come tanti di coloro che scrivono qui. Ma, al netto della regia (dove abito non si capta Rai5, a questo punto debbo dire fortunatamente), mi pare che basti fare qualche raffronto con una qualunque delle cosiddette esecuzioni “storiche” per rendersi conto dell’abisso che separa gli intepreti che piacciono tanto a passatisti come me e quelli di oggi. Non è cattiveria, è un dato di fatto. E comunque, secondo me, il peggiore in campo è stato Gatti, che davvero ha dato l’impressione di non capirci nulla. Penso che neanche Boehm o Masur sarebbero stati così catatonici nel duetto Violetta-Germont o nel finale secondo. E pensare che cinquant’anni fa alla Scala fischiarono Karajan…

    • Il teatro d’opera ha sempre avuto bisogno di alcune caratteristiche irrinunciabili per essere qualitativamente al top. Il cosiddetto “zoccolo duro” dei maestri collaboratori che ai tempi d’oro erano i migliori al mondo e sapevano preparare i cantanti al meglio con un mese di prove al pianoforte mentre oggi non sanno assolutamente fare questo tipo di preparazione; poi c’erano i direttori che PRIMA DI ARRIVARE ALLA DIREZIONE AVEVANO FATTO DIVERSI ANNI DI TIROCINIO COME MAESTRI SOSTITUTI e quindi erano in grado essi stessi di preparare i cantanti nel caso che il maestro designato non fosse all’altezza; da troppi anni invece abbiamo direttori che non sanno nulla del teatro d’opera come del sinfonico, e dirigono le orchestra convinti che fare il direttore sia “un’investitura divina” senza necessità di “gavetta”. Poi abbiamo il caso peggiore dei registi che non sanno niente di opera e “usano” l’opera per appagare il loro senso di esibizionismo pari solo alla loro incompetenza (il che è quasi sempre una questione caratteriale simile all’esibizionismo di chi rivendica il “gay pride” mostrandosi in pubblico vestito, o meglio svestito, e truccato da baldracca di “sesta categoria”). Stesso discorso per Sovrintendenti e direttori artistici che sono costretti ad affidarsi, data la loro specifica incompetenza, ad agenzie a cui non importa niente tranne che piazzare i loro cantanti al maggior costo possibile per averne il maggior guadagno. Questo purtroppo è il teatro oggi nella maggior parte dei casi.

      • egregio Tonini, quello che lei scrive è sacrosanto!
        A saltare è stato proprio lo zoccolo duro, quello che permetteva alla grande tradizione vocale e musicale del teatro d’opera Italiano di trasmettersi nel tempo e oltrepassare i confini nazionali; erano loro che portavano la conoscenza vera del teatro d’opera a New York, a Buenos Aires, o a San Pietroburgo e ovunque si sentiva cantare all’italiana. Ora il tumore è arrivato al midollo, questo zoccolo duro non c’è più. Ognuno si inventa una tecnica, ognuno canta nell’italiggliano che crede più consono alla propria nazionalità o voce, ora si sale sul podio della Scala anche se sei un ragazzotto ventenne praticamente privo di esperienza (e quindi di cultura). Il teatro d’opera è sempre più spesso datto in mano ad ignoranti ed esibizionisti che usano questo costosissimo giocattolo solo per appagare il proprio ego.

  15. Come da me previsto nel post, ed era fin troppo facile immaginarselo, la NON regia di Tcherniakov finisce con l’ essere il capro espiatorio e passano in secondo piano le magagne della parte musicale, che è stata fischiata molto più a ragione della regia.
    Macchè teatro di regia! questi poveretti e ingenui registi non hanno ancora capito che sovrintendenti e direttori artistici incompetenti di tutto il mondo li usano per distrarre il pubblico dall’ infima qualità musicale che propinano nei loro teatri! Basta una qualunque vaccata in scena e il direttore o cantante cane di turno passa in secondo piano…

    • Sono d’accordo sul fatto che certe sciagurate NON regie facciano, ahimè, passare in secondo piano le vaccate musicali di cantanti e direttori ma non credo che i sovrintendenti e i direttori artistici lo facciano scientemente: sono semplicemente dei somari (senza offesa per il nobile animale) presuntuosi e nulla più. D’altra parte se si pensa che un direttore che oggi va per la maggiore, quando studiava composizione fece un’enorme fatica, e col classico “calcio nel sedere” = spintarella, a passare l’esamino di armonia (e già cominciava a dirigere perché “aveva un bel gesto”) senza riuscire a spiccicare 4 note sul pianoforte o altro strumento, e si faceva leggere le partiture da un musicista vero mentre lui dirigeva “a rimorchio” davanti allo specchio… beh, siamo veramente alla frutta.
      p.s.: in un post pubblico si dice il peccato e non il peccatore, .. ma in privato… è un’altra cosa!

  16. Grande recensione sì e pure grandi commenti. Non essendo un melomane, mi permetto solo di dire che effettivamente una Traviata così… non l’avevo ancora vista mai. Mi si passi l’eresia, nel suo genere l’ho trovata, a differenza di mia moglie che a un certo punto si è messa a pure urlare per la disapprovazione, perfino divertente.

    • Posso immaginare. Ma il fatto è che la Traviata NON deve sembrare divertente, e se questo spettacolo ha provocato a te e ad altri una simile reazione, vuol dire che il regista ha fallito.

  17. Bellissimo pezzo, col quale sono pienamente d’accordo. Io non mi intendo molto di musica, ma amo la classica e vado volentieri all’opera. La mia perplessità rispetto a quella Traviata era totale: non capivo se Alfredo, conciato da villico, fosse stato scambiato per Masetto! Seguirò il tuo blog, nella convinzione che mi aiuterà a comprendere meglio quest’arte affascinante. Grazie di essere passato da me e di aver condiviso il mio dissenso rispetto alla Grande Bellezza. L’Oscar non mi ha minimamente fatto cambiare idea.

    • Grazie a te. Io, lo confesso, ne ho piene le scatole di questo tipo di regie, oltretutto sempre uguali nel loro insulso tono di gggeniale rilettura. Sarà anche perchè io abito in Germania e ti posso garantire che ho visto cose che voi umani…
      Ciao!

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