Falstaff alla Staatsoper Stuttgart

Foto ©A. T. Schaefer
Foto ©A. T. Schaefer

In omaggio al bicentenario verdiano, la Staatsoper Stuttgart ha presentato, come prima nuova produzione della stagione, un pregevole allestimento del Falstaff. Uno spettacolo molto ben riuscito, sicuramente uno dei pochi allestimenti verdiani che hanno onorato davvero la memoria del compositore, tra quelli andati in scena quest’ anno nei teatri tedeschi. Chi frequenta le sale teatrali straniere, sa benissimo che quando si mette mano al Falstaff c’ è da aspettarsi il peggio, perchè i registi nel novanta per cento dei casi esagerano gli aspetti caricaturali della commedia sovrapponendovi trovate gratuite e volgari. Andrea Moses, direttrice del team registico della Staatsoper, ha confermato gli esiti eccellenti raggiunti nella sua pregevole messinscena della Cenerentola di qualche mese fa, con una lettura caratterizzata da una cifra stilistica sobria, elegante e assolutamente aliena da eccessi e cadute di gusto, nella quale si coglieva un assoluto rispetto del nucleo drammaturgico originale. Non è davvero poco, se pensiamo a cosa combinano abitualmente i registi che affrontano l’ ultimo capolavoro verdiano. Personalmente, questo è esattamente ciò che chiedo a un regista operistico: limitarsi a raccontare la storia, senza sovrapporvi le proprie paturnie personali o elucubrazioni psicosociologiche estranee al testo e al carattere tratteggiato dalla musica. La trasposizione in epoca moderna non dà fastidio, se queste premesse sono rispettate. Nell’ allestimento della Staatsoper, basato sulle scene essenziali di Jan Pappelbaum (elementi scenici lignei spostati a vista da figuranti durante le pause) e sui costumi ideati da Anna Eiermann, la Moses è riuscita a ottenere da tutto il cast una recitazione mossa, vivace e calibratissima, una spigliatezza e naturalezza d’ insieme e una ricchezza di carica teatrale che hanno reso piena giustizia a tutti gli aspetti della commedia. Eccellenti, in particolare, la seconda scena del secondo atto e quella della foresta, con la beffa a Falstaff condotta con uno spirito e una eleganza d’ insieme davvero rara da vedersi, soprattutto qui in Germania dove siamo abituati alle sconcezze gratuite e intellettualoidi del cosiddetto Regietheater. Come ho già detto, dopo la riuscitissima Cenerentola, questo Falstaff conferma che, nel caso di Andrea Moses,  ci troviamo di fronte a una regista di grande capacità e intelligenza, il cui lavoro merita di essere seguito con attenzione. È forse presto per poterlo affermare con sicurezza, ma spettacoli come questo danno l’ impressione che qualcosa si stia muovendo, nel mondo operistico tedesco, e che la stagione del Regietheater, negli ultimi anni divenuto oltretutto un cliché stereotipato che propone sempre le stesse soluzioni, potrebbe volgere finalmente al termine. Vedremo come evolveranno le cose; per il momento, registriamo con piacere questi segnali di novità.
Di ottimo livello anche la parte musicale, con una compagnia di canto ben amalgamata e omogenea in tutti i componenti. Si sa, il Falstaff non è opera che richieda agli esecutori prodigi vocali nel senso letterale del termine. Quello che conta è l’ equilibrio d’ insieme e la capacità di interagire, praticamente ciò che in senso sportivo si chiama gioco di squadra. Sotto questo aspetto, il cast rispondeva pienamente alle esigenze della partitura. Da sottolineare soprattutto la pronuncia italiana chiara e definita di pressochè tutti gli elementi, senza nessuna sbracatura. Tra le prestazioni individuali, da segnalare particolarmente il Ford del trentenne baritono albanese Gezim Mishkyeta, debuttante sulle scene tedesche, dotato di voce ampia e sonora e spigliatissimo scenicamente, e quella del giovane tenore brasiliano Atalla Ayan, voce davvero di bellissimo timbro, luminosa e morbida. Elegante e misurata l’ Alice di Simone Schneider, così come la Nannetta della giovane sudafricana Pumeza Matshikiza, che ho trovato vocalmente in progresso rispetto alle sue precedenti prove qui alla Staatsoper. Vivace e spiritosa Hilke Andersen. mezzosoprano di timbro forse un po’ chiaro per la parte ma omogeneo, come Quickly; buona anche la Meg di Sophie Marilley. Eccellenti, per vivacità di fraseggio e spigliatezza di recitazione, Heinz Göhrig (Dr. Cajus), Torsten Hofmann (Bardolfo) e Roland Bracht (Pistola), caratteristi storici della Staatsoper il cui impeccabile professionismo abbiamo avuto modi di apprezzare in decine di ruoli.
Come protagonista, la Staatsoper aveva invitato Albert Dohmen, un nome illustre della lirica tedesca, che ha fortemente voluto questo debutto in occasione dell’ anniversario verdiano. Un protagonista molto meditato, che rinuncia a sovrapporre al ruolo gi aspetti del buffo di carattere e le esagerazioni tipiche di molti altri interpreti. Il Falstaff tratteggiato da Dohmen è un uomo maturo e disincantato, che alla fine prende pienamente coscienza della delusione provocata dalla burla organizzata contro di lui e si rifugia in un’ ironia venata di amarezza. Dal punto di vista vocale, si sente che gli anni sono passati e che il timbro si appanna di tanto in tanto nel settore acuto, ma l’ autorevolezza del fraseggio e l’ intelligenza dell’ interprete sono eccellenti. Una prova di notevole rilievo.
Partendo da questi presupposti, la lettura orchestrale luminosa e trasparente di Sylvain Cambreling ha garantito una perfetta resa d’ insieme. Il Generalmusikdirektor della Staatsoper, qui alla sua prima direzione verdiana, ha offerto un’ interpretazione di grande raffinatezza e scorrevolezza d’ insieme, con una condotta narrativa vivace, teatralmente mossa e sonorità strumentali eccellenti per bellezza di suono, nitidezza e amalgama. Eccellente la prova di orchestra e coro. Insomma, per dirvela tutta, rispetto ad altri Falstaff messi in scena quest’ anno da teatri e festival di gran nome e con un budget almeno dieci volte maggiore rispetto a quello della Staatsoper, questa produzione di Stuttgart ha reso un servizio incomparabilmente migliore a Verdi, e questo va detto con chiarezza. Se n’ è accorto anche Il pubblico che gremiva il teatro e che ha tributato grandi ovazioni a tutti gli interpreti, meritatissime. Foto A.T.Schaefer © Staatsoper Stuttgart

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