Omaggio a Richard Tucker nel centenario della nascita

Richard Tucker nel Don Carlo. Foto: Opera News Archives
Richard Tucker nel Don Carlo. Foto: Opera News Archives

Oggi ricorre il centesimo anniversario della nascita di Richard Tucker, forse il più illustre tenore statunitense di ogni tempo, considerato dalla stragrande maggioranza degli appassionati d’ opera come uno dei massimi cantanti mai apparsi sulla scena nel Novecento. La città di New York ha predisposto una serie di eventi per onorare adeguatamente uno dei suoi figli più illustri: oltre a concerti e convegni, il sindaco Michael Bloomberg ha proclamato per oggi il Richard Tucker Day. Del resto la città ha sempre celebrato ai massimi livelli la memoria di Riv Ticker, il vero nome del tenore nato a Brooklyn da genitori ebrei immigrati negli USA dalla Bessarabia. Ricordiamo infatti che Tucker fu l’ unico cantante i cui funerali siano stati celebrati all’ interno del Metropolitan e che la municipalità di New York dopo la sua morte gli ha intitolato il parco adiacente il Lincoln Center, dove si trova un monumento in memoria dell’ artista. Una cosa giustissima, visto che Tucker fu uno dei cantanti che diedero maggior lustro al Metropolitan, sulle cui scene apparve in 724 recite, incluse le esibizioni in tournée. Come ricorda Merle Hubbard sul sito della Richard Tucker Music Foundation:

Richard Tucker was unquestionably America’ s greatest tenor. As with many of his contemporaries, the Second World War gave him the opportunity to establish himself in this country, and for the next quarter of a century, no one surpassed this native son in terms of voice, commitment, integrity, and devotion to the lyric art. His standing in his community, both civic and devotional, equaled his renown in the world of music, and his standards are the level by which all are now judged.

Deeply religious, Richard Tucker brought the same compelling feeling to all of his efforts – be they his 724 performances with the Metropolitan Opera in New York and on tour; his extensive catalogue of recordings – classical, popular, religious; his never ending work on behalf of Israel, or his knowledge of himself and his place as a model citizen, artist, and ideal for succeeding generations of singers and Americans, both here and abroad.

He was more than a great singer; he was a great man.

Richard Tucker, che aveva iniziato la sua carriera musicale come cantore di sinagoga, divenne cantante lirico grazie a un’ audizione procuratagli dal cognato Jan Peerce, che dopo gli esordi come violinista jazz e cantante radiofonico si era affermato come una delle stelle emergenti al Met nei primi anni Quaranta. In seguito a questi incoraggiamenti, Tucker si  mise a studiare da cantante lirico con Paul Althouse, famoso tenore americano che durante otto anni di permanenza al Metropolitan aveva cantato sotto la bacchetta di Toscanini e assistito a tutte le grandi recite di Enrico Caruso.  Dopo essere stato ascoltato in un concerto al Brooklyn Jewish Center da Edward Johnson, il general manager Met, Tucker esordì sulla scena del teatro newyorkese  il 25 gennaio 1945 come Enzo ne La Gioconda. Ecco un brano della recensione scritta da da Noel Straus per il New York Times.

Special interest naturally centered in the company’ s new tenor, Mr. Tucker, who had the misfortune to make his initial appearance in a formidable role too heavy for his essentially lyric type of voice. Nevertheless, he made a definitely favorable impression and was enthusiastically received by the large audience. Although inexperienced in opera, he sang Enzo’ s music with poise and assurance. His tones were steady and of pleasing quality, boasting special richness and resonance above the staff, where the sounds produced were more “forward” than in the thinner lower half of the scale. He sang with warmth and expressiveness and his acting was natural and easy. Besides these virtues he had an agreeable stage presence. But he must be heard in a part more congenial to him before final judgment can be made of his capabilities.

La definitiva affermazione a livello internazionale avvenne nel 1947, quando il cantante fu scelto da Arturo Toscanini per interpretare Radames in un’ esecuzione concertistica di Aida, che fu la prima opera tramessa in diretta televisiva nazionale negli USA. Una recita che fu poi riversata in un disco che divenne un successo di vendita a livello mondiale. Nell’ estate dello stesso anno, Tucker fu invitato da Giovanni Zenatello, il grande tenore veronese che era divenuto impresario, a inaugurare la prima stagione lirica del dopoguerra all’ Arena di Verona, ancora come Enzo nella Gioconda. Come protagonista femminile in quella produzione cantava una semisconosciuta ragazza greco-americana di nome Maria Callas, destinata a diventare uno dei miti del mondo operistico moderno.

Nel 1949, la gestione del Met passò al nuovo general manager Rudolf Bing, che si era conquistato una solida reputazione in Inghilterra come direttore del Glyndebourne Festival Opera fondato da John Christie e Fritz Busch. Come ricorda lo stesso Bing nelle sue memorie, Tucker fu uno dei primi artisti per cui si impegnò a ottenere la riconferma del contratto. Lui e Tucker non riuscivano a mettersi d’ accordo su una differenza tra domanda e offerta di 50 dollari a recita e decisero di fare a testa e croce. Vinse Bing, e il tenore gli rinfacciò l’ episodio durante ogni trattativa contrattuale negli anni  successivi, accusandolo oltretutto di aver usato una moneta sua e di essersela poi intascata…

La reputazione di Tucker al Met divenne in breve solidissima. Anche durante le stagioni dell’ era Bing, nelle quali il teatro era frequentato regolarmente da tutti i massimi tenori di quell’ epoca, il suo ruolo di massimo divo della compagnia non venne mai messo in discussione. Ecco uno splendido saggio della sua vocalità nel duetto dal secondo atto del Don Carlo accanto alla grandissima Eleanor Steber in una recita al Met del 5 maggio 1955.

Qui veramente si possono cogliere al meglio tutte le caratteristiche della vocalità del tenore di Brooklyn. Una voce squillante, omogenea, perfettamente in posizione in tutta la gamma, messa in rilievo da una preparazione tecnica assolutamente perfetta. A questo si aggiunga un senso del fraseggio davvero da grande artista e un forte  temperamento interpretativo, che probabilmente aveva bisogno della scena e del pubblico per esprimersi al meglio. La discografia ufficiale di Tucker è infatti abbondante e qualitativamente sempre di livello, ma la vera arte interpretativa del cantante si coglie al meglio nel cospicuo materiale registrato dal vivo, oggi ampiamente disponibile sia in CD che sotto forma di file da scaricare online. Da conoscere assolutamente è lo storico Riccardo eseguito con il grande direttore d’ orchestra Dimitri Mitropoulos. La registrazione della recita del 22 gennaio 1955 è considerata dagli intenditori una delle più grandi esecuzioni verdiane di tutti i tempi. Ascoltiamo l’ aria del terzo atto.

 

Stupenda la linea di canto, davvero verdiana fin nelle minime sfumature. Quasi certamente si tratta della massima interpretazione moderna di questo ruolo. Anche grandissimi tenori come Carlo Bergonzi e Luciano Pavarotti, che hanno lasciato splendide incisioni del Ballo, spesso stentano a reggere il confronto con la perfezione del fraseggio di Tucker e con lo squillo adamantino dei suoi acuti.

L’ ultima recita di Richard Tucker al Metropolitan avvenne la sera del 3 dicembre 1974, come Canio nei Pagliacci. Successivamente, il tenore intraprese un giro nazionale di concerti insieme al baritono Robert Merrill, suo grande amico e partner scenico in centinaia di recite, e durante un’ esibizione a Kalamazoo, la sera dell’ 8 gennaio 1975, il grande tenore moriva in seguito ad un attacco cardiaco.

E ora, se permettete, vorrei chiudere il post con il ricordo dell’ unica volta in cui ebbi la possibilità di ascoltare Richard Tucker dal vivo. Fu nell’ estate 1972, all’ Arena di Verona nel Ballo in maschera. Avevo 15 anni e già da tre frequentavo le stagioni areniane, approfittando dei pullman che aziende e circoli ricreativi organizzavano in abbondanza. Ero già stato alla serata inaugurale in luglio a vedere Franco Corelli come Ernani ed ero rimasto entusiasmato da quella che è rimasta nella mia memoria come una delle più grandi recite di un tenore che abbia mai udito in teatro. Ritornai in agosto per vedere il Ballo, con Tucker che cantava in quello che era il secondo cast. Nel primo, infatti, il protagonista era Luciano Pavarotti. Queste erano le stagioni veronesi di allora… aggiungo che quell’ anno la terza opera era Aida e come Radames si alternavano Corelli e Tucker, e penso che non serva aggiungere altro. Pur non avendo la possibilità di vedere il Riccardo di Pavarotti, allora considerato la stella emergente tra i giovani tenori, ero comunque molto soddisfatto di poter ascoltare dal vivo il Radames di quell’ Aida diretta da Toscanini che era stata una delle prime incisioni discografiche da me possedute. Sono passati quarant’ anni, ma ricordo ancora distintamente il senso di stupore che provai quella sera di fronte allo squillo, al volume e all’ espansione della voce di Tucker, pressochè intatta dopo quasi trent’ anni di carriera in un repertorio impegnativo. Arrivati al terzo atto, dopo il primo quadro si scatenò un violentissimo temporale, un fatto non infrequente a Verona in agosto. Come accade in questi casi, ci fu la consueta corsa di artisti, maestranze e spettatori a rifugiarsi all’ interno degli arcovoli dell’ anfiteatro, e rimanemmo in attesa di sapere dagli altoparlanti se la recita sarebbe proseguita o no. Passarono, se non ricordo male, circa tre quarti d’ ora e molte persone si stavano preparando ad andarsene, quando udimmo un annuncio: “Il tenore Richard Tucker prega il gentile pubblico di attendere ancora perchè vorrebbe portare a termine la recita, che sarà anche l’ ultima della sua carriera in Italia”. E così fu: dopo un’ altra mezz’ ora lo spettacolo riprese, con un “Ma se m’ è forza perderti” cantato da Tucker in maniera davvero indimenticabile e salutato da un’ autentica ovazione da stadio. La recita terminò quando erano passate le tre di notte, e ricordo ancora Tucker attardarsi di fronte alle transenne che separano le gradinate dal palcoscenico per firmare autografi a centinaia di spettatori entusiasti. Una dimostrazione di professionismo esemplare e profondo rispetto del pubblico, che basterebbe da sola a confermare la gloria di un’ artista. Credo che questo ricordo sia il miglior omaggio che io possa tributare alla memoria dell’ indimenticabile tenore.

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11 pensieri su “Omaggio a Richard Tucker nel centenario della nascita

  1. bellissimo omaggio, ho provato anche un po’ d’invidia..:-) grazie!

  2. Ho letto in ritardo questa opportuna recensione,per un grande artista non ricordato abbastanza oggi dai “siti” specializzati e dalla stampa in genere. Tra le tante caratteristiche positive da te ricordate mi sembra di poter aggiungere che non abusava di portamenti e, se volessimo indicare ad un giovane tenore come si “immaschera”, il primo nome che mi verrebbe in mente e’ quello di Richard Tucker.

    • Molto opportuno quanto aggiungi. A me ha colpito negativamente il fatto che io sia stato il solo blogger di lingua italiana a scrivere due righe sull’ argomento.

  3. Caro Mozart, grazie per lo splendido ricordo. Direi che il duetto del secondo atto del Don Carlo con la strepitosa Steber (bellissima donna, fra l’altro) vale come riparazione dopo quanto visto e sentito una ventina di giorni orsono da Salisburgo. Che invidia, comunque, se nel 1972 si andava a Verona potendo scegliere fra Pavarotti e Tucker…Un Ballo in Maschera (la prima opera che ho ascoltato in assoluto e la mia preferita di Verdi) spero di riuscire ad andarla a vedere in Arena l’anno prossimo…ma mi sa che non ci sarà una possibilità di scelta così sontuosa… 🙂

    • Eh caro, quella fu un’ epoca irripetibile. Per farti un altro esempio, nel 1974 in Tosca si alternavano due cast cosí composti: Santunione-Domingo-MacNeil e Kabaivanska-Bergonzi-Zanasi… ho reso l’ idea?

  4. Eh, quando tu snoccioli i cast delle tue esperienze passate, mi viene sempre un’invidia… 🙂

    • Oltretutto, se qualche lettore (non tu eh…) pensa che io farnetichi, esistono anche gli archivi online che confermano. Comunque, per girare il coltello nella piaga, nel giugno di quello stesso 1972 alla Fenice abbiamo visto il Roberto Devereux con la Caballé e Gianni Raimondi e la Traviata con la Sills e Thomas Schippers. E qui mi fermo o rischio di far venire le crisi di depressione a qualcuno 🙂

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