Anna Netrebko – Verdi

cover

A disperdere in via definitiva le mie ultime briciole di ottimismo sugli esiti artistici del bicentenario verdiano ha contribuito validamente l’ ascolto del nuovo CD di Anna Netrebko, pubblicato in questi giorni dalla DG e dedicato appunto ad arie di Verdi. La superdiva russa è stata ospite del Salzburger Festspiele, accolta da deliri e sdilinquimenti di pubblico e stampa tali da far pensare alla visita di un Pontefice, per un’ esecuzione concertistica della Giovanna d’ Arco in cui le sue condizioni vocali apparivano, più o meno, identiche a quelle esibite nell’ album di cui adesso darò conto. Un disco di livello scadentissimo, tanto per essere chiari in partenza. Raramente, nella mia pluridecennale esperienza di discofilo, mi è capitato di imbattermi in un prodotto dal quale trasparisse un tale senso di sciatteria, di pressapochismo, di tirar via le cose tanto per fare e per confezionare in qualche modo un prodotto da immettere sul mercato in vista dei prossimi debutti verdiani della Diva come Leonora e Lady Macbeth. Va anche detto che in tutto questo la parte strumentale ha precise responsabilità. Abbiamo sempre criticato le direzioni orchestrali nei recital delle star del passato, affidate a onesti praticoni del podio come Lamberto Gardelli, Carlo Felice Cillario o Anton Guadagno, ma Gianandrea Noseda in questa incisione si colloca largamente al di sotto del livello minimo che questi solidi professionisti erano in grado di garantire. Nessuna concezione interpretativa, nessun tentativo di adeguare timbri e atmosfere orchestrali al canto o di suggerire qualcosa. Noseda si mette in disparte e si preoccupa solo di fornire in qualche modo un accompagnamento strumentale, come se tutto il resto non fosse di sua competenza. Una cosa, sotto tutti gli aspetti, avvilente.

Veniamo adesso all’ esame dettagliato dei vari brani presenti in un disco che, oltretutto, non si caratterizza certo per generosità di minutaggio e originalità di scelte. Faccio fatica, tra l’ altro, a capire la logica con cui Anna Netrebko o chi per lei ha scelto le arie da includere in questo album, nel quale davvero non si intravede un filo logico che tenga insieme la successione delle tracks. Come impressione generale, il disco è una impietosa fotografia sonora di una cantante che sembra aver imboccato la parabola discendente. La Netrebko esibisce la solita voce gonfia al centro, pesante e poco manovrabile, con un’ ottava bassa artificialmente ingrossata  e note acute gridate e forzatissime, oltre a una linea musicale come sempre spesso manomessa da prese di fiato abusive e da un legato che si va facendo sempre più precario. Del resto la cantante russa non ha mai proposto nulla di molto migliore, nemmeno quando la voce era in condizioni di maggior freschezza. La sua caratteristica principale è sempre stata quella di proporre un canto dalla sonorità “liricheggiante”, impostato con buona dose di  approssimazione, che il pubblico inesperto o superficiale trova abbastanza a posto; ma un ascoltatore attento avverte facilmente, oltre alle vistose carenze tecniche e alla trasandatezza esecutiva, la non sincerità dell’ intenzione sonora, una innaturalezza stucchevole e la monotonia espressiva derivata dalla assoluta  mancanza di una personalità interpretativa approfondita.

Qui di seguito, l’ analisi dei vari brani.

Macbeth – Nella scena della lettera, malamente introdotta da un Noseda preoccupato solo di fare spazio alla Diva, la voce si dimostra sotto tensione fin dal recitativo. I mi naturali dell’ attacco sono urlati e il salto d’ ottava discendente RE4-RE3 è impreciso, con il RE grave calante. Nell’ aria la Netrebko fraseggia in modo scolastico, senza la minima autorità e con una scansione floscia e artificiosa. Le agilità sono risolte in qualche modo e nel passaggio di conducimento alla cabaletta abbiamo un altro salto d’ ottava discendente approssimativo nell’ intonazione. La cabaletta, priva del da capo, dimostra una completa assenza di forza propulsiva nel fraseggio e la consueta approssimazione nella realizzazione dei passaggi di agilità di forza.

Nell’ aria del secondo atto si sente di nuovo l’ impossibilità di dominare una tessitura aspra, le note gravi sono sistematicamente sforzate e calanti e sui tre consecutivi salti d’ ottava discendente MIb4-MIb3 della frase “compiersi debbe l’ opra fatale” abbiamo ancora suoni mugugnati, stonacchiati e, sull’ ultimo dei tre, un volgare portamento a striscio che Verdi non si è mai sognato di scrivere.  La frase “Ai trapassati regnar non cale” è risolta con una specie di mugugno e nell’ Allegro vivo si nota l’ assoluta incapacità della cantante e del direttore a sottolineare adeguatamente il ritmo puntato di “O voluttà del soglio”, dove il con voce pianissimo e un po’ oscillante prescritto da Verdi rimane una pia intenzione. La chiusa è coronata da un SI naturale impiccato e tenuto davvero per miracolo.

Anche la Scena del Sonnambulismo è caratterizzata da una linea vocale sciatta e approssimativa, senza il benchè minimo tentativo di colorire e cercare notazioni personali di fraseggio. A costo di essere monotono, non posso fare a meno di sottolineare l’ intonazione incerta della maggior parte delle note gravi e un RE bemolle sopracuto anche in questo caso raggiunto in maniera avventurosa. Evidentemente, anche la celebre banca degli acuti della DG soffre di spread, negli ultimi tempi…

Giovanna D’ Arco – Noseda inizia con una introduzione strumentale che, per piattezza e superficialità, avrebbe spoetizzato anche una Ponselle o una Tebaldi redivive. Qui davvero siamo al livello di certe riprese radiofoniche dal vecchio Met dirette da mestieranti come Gennaro Papi o Cesare Sodero. Nel finale del recitativo, la Netrebko emette note acute stridenti e dure. Nell’ aria la cantante russa cerca di trovare qualche minima sfumatura dinamica, ma la voce non obbedisce alle sue intenzioni perchè suona masticata e in bocca e l’ accento è melenso, da Musetta di provincia. Il finale è ancora una volta manomesso nella linea musicale da riprese di fiato arbitrarie. E Noseda? Come se non ci fosse.

I Vespri Siciliani – Le due arie di Elena sono davvero la cosa più infelice di questo disco. In “Arrigo! Ah parli a un core” il legato della Netrebko suona terribilmente precario e la voce sembra letteralmente spaccata in tre parti, ciascuna di colore diverso dall’ altra. La cantante si disinteressa completamente delle sfumature e non riesce a differenziare nemmeno minimamente gli accenti e i colori delle due strofe. La chiusa è ancora caratterizzata da prese di fiato casuali e la tremenda scala discendente finale suona approssimativa in modo davvero intollerabile, almeno per le mie orecchie. Se poi qualcuno dicesse che tutto questo non è importante o che io ragiono in modo troppo sofisticato, non è un problema mio. Per quanto mi riguarda, ritengo che il rispetto della linea musicale scritta dall’ autore dovrebbe essere uno dei requisiti minimi richiesti a una cantante che, a torto o a ragione, gode di rinomanza internazionale. Nel Bolero, preso da Noseda a un tempo floscio e letargico, i pasticci nei passi di coloratura, eseguiti in modo letteralmente saponato, sono talmente gravi da farmi chiedere chi abbia dato il consenso alla pubblicazione di quella che sembra a tutti gli effetti una prima lettura.

Don Carlo – Ancora una volta, la meravigliosa introduzione strumentale a “Tu che le vanità” è buttata via dalla bacchetta. Non c’ è il minimo senso del canto, nessuna capacità di far respirare la melodia, solo un suono piatto e melenso, senza colori e senza profondità. Anche gli archi dell’ Orchestra del Regio di Torino qui non si coprono certo di gloria. La Netrebko anche in questo caso non dimostra il benchè minimo senso del fraseggio, preoccupata solo di dominare una tessitura che mette la sua organizzazione vocale sotto tensione. Sempre mugugnate e di intonazione incerta le note gravi, nei passaggi di tessitura aspra da eseguire di forza la voce, puramente e semplicemente, si disfa.

Il Trovatore – La grande scena di Leonora dal quarto atto è forse l’ unica parte del recital in cui la Netrebko riesce a trovare un minimo di decenza a livello esecutivo. Questo almeno per quanto riguarda il recitativo e l’ aria, nella quale la cantante evita saggiamente le varianti acute. Il legato però suona sempre difficoltoso e anche qui ci sono diverse cose che non funzionano, come ad esempio la seconda frase del recitativo che suona nettamente “In quest`oscura NUOTTE”. Nel Miserere, arriva il buon Rolando Villazon a mettere un carico da quindici, cantando i due interventi fuori scena di Manrico come la Serenata di Turiddu nella Cavalleria Rusticana. Nella cabaletta, eseguita anch’ essa senza il da capo, abbiamo un altro bruttissimo portamento strisciato, inopportuno e plateale, sulle parole “Scordarmi di te!”, agilità sempre strascicate e una chiusa con note acute pericolosamente ai limiti dell’ urlo vero e proprio. Se Madame Anna è proprio intenzionata a debuttare il ruolo in teatro, sarebbe altamente raccomandabile che almeno tagliasse questo brano, come hanno fatto in passato molte cantanti ben più preparate di lei.

Bene, questo è tutto. Se devo dirvi la sincera verità. sono più che altro stupito del fatto che una casa discografica di prestigio come la DG abbia messo in commercio un prodotto così sciatto e poco rifinito. E proprio in questo, se mi permettete, sta il lato rivoltante di un’ operazione che appare chiaramente guidata solo da criteri di basso cinismo commerciale. Si prende una cantante di fama, le si fa incidere alla bell’ e meglio sette od otto arie, si confeziona una copertina che sembra ispirata a quelle dei dischi di Celine Dion o Mariah Carey e si mette in vendita questa specie di pietanza scotta e rancida, contando sul fatto che il disco si venderà solo perchè Anna Netrebko ha il nome. Verdi e il suo bicentenario, in questo caso, sono solo un pretesto. Se per qualcuno tutto questo ha a che fare con l’ arte e con la musica in genere, si accomodi. Se poi quanto da me scritto in questo post dovesse essere letto come mancanza di rispetto per l’ artista, si sappia che la cosa non mi fa nè caldo nè freddo. Certa gente pretenderebbe il rispetto per gli artisti, ma quello per Verdi mai eh?

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12 pensieri su “Anna Netrebko – Verdi

  1. Mi sono fermato al filmino di lancio, mi ė bastato, ottima recensione!
    Dopo Villanzon, ci mancava proprio il cd su Verdi in insalata russa………..

  2. trovo molto triste il fatto che un direttore come Noseda,che aveva dato prova di professionismo e, in talune occasioni, anche di interpretazioni innovative, abbia accettato il ruolo di novello “battisolfa” per la “diva”. Non vorrei che la spiegazione fosse la solita di Figaro:”all’idea di quel metallo…”. Il problema e’ che la bacchetta qui non diviene un “vulcano”, ma anestetizzata da coma profondo

    • Intollerabile. Come ho detto nell’ articolo, molti brani del disco sembrano prime letture. Ma il direttore d’ orchestra e la cantante non devono approvare il materiale prima della pubblicazione? Con che faccia, dico io, hanno dato il loro consenso a mettere in commercio una roba del genere?

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