Don Carlo a Salzburg: cantori attanti

Foto ©Monika Ritterhaus
Foto ©Monika Rittershaus

Dopo i disastri bayreuthiani e la mediocrità pesarese, è toccato al Salzburger Festspiele mettere il definitivo sigillo su quella che senza dubbio si avvia a essere ricordata come l’ estate musicale di livello più infimo da anni a questa parte. I due nuovi allestimenti salisburghesi di Falstaff e Don Carlo sono stati davvero una sorta di pietra tombale su un bicentenario verdiano che finora non ha offerto alcuna produzione anche solo minimamente accettabile dal punto di vista qualitativo. Se quello che si è visto e sentito rappresenta il livello massimo che il mondo operistico di oggi è in grado di offrire, c’ è davvero da disperare dell’ avvenire oltre che del presente. A questo pensavo mentre scorrevano le immagini della ripresa televisiva del nuovo Don Carlo, trasmesso da ARTE con la consueta splendida qualità visiva e sonora, che purtroppo nel caso in esame non consentiva il minimo dubbio sulla qualità di quanto si è visto e sentito. Sulla carta, doveva essere un allestimento che radunava il meglio del meglio del panorama canoro internazionale, uno di quegli avvenimenti epocali destinati a rimanere nella memoria. In realtà, io ho visto e sentito solo un ennesimo esempio di cucina internazionale insipida e disgustosa, quella che Rodolfo Celletti definiva icasticamente Eurosbobba. Questo per concorso comune in colpa di tutti coloro che la direzione artistica ha chiamato a collaborare alla produzione, dalla bacchetta al regista fino ai cantanti.

Veniamo a un esame più approfondito, iniziando proprio dal podio. Antonio Pappano ha scelto la versione modenese del 1886 in italiano, sulla quale ha innestato alcuni brani della prima edizione, quella del 1867 in francese, espunti dall’ autore alla vigilia della prima esecuzione assoluta. Nessuno di questi era una novità, visto che la prima esecuzione moderna di queste parti riscoperte da Ursula Gunther negli archivi dell’ Opéra di Parigi risale addirittura alla produzione diretta da Georges Pretre nel 1973 alla Fenice, e i brani in questione furono ripresi anche da Claudio Abbado alla Scala nel 1977. Personalmente disapprovo questi pasticci tra le varie stesure. Negli anni Settanta poteva essere legittimo far conoscere al pubblico pagine di musica mai ascoltate prima, ma oggi dal punto di vista filologico le cose sono state chiarite in modo definitivo. Esistono tre stesure dell’ opera: il Don Carlos in francese del 1867 in cinque atti e coi ballabili, il Don Carlo in quattro atti in italiano del 1884 e la versione modenese in cinque atti del 1886, con l’ atto di Fontainebleau aggiunto all’ edizione riveduta. Ciascuna di esse è una partitura stilisticamente compiuta a suo modo, e pasticciare con le varie edizioni per costruire una sorta di Frankenstein mai immaginato da Verdi è scorretto. Siccome il maestro Pappano non è nuovo a questo tipo di operazioni, come testimonia la sua incisione discografica ufficiale dell’ opera, ne consegue che la sua idea interpretativa di base è falsa già nei presupposti. In questa circostanza poi, il direttore inglese ha fornito una prestazione assai carente dal punto di vista del livello narrativo. La partitura è indubbiamente tra le più complesse di tutta la produzione verdiana e richiederebbe grandi doti nel fare racconto, senso del grande affresco storico e capacità di lavorare al massimo sui colori orchestrali e sui particolari di fraseggio. Nella direzione di Pappano io non ho ascoltato assolutamente nulla di tutto questo, solo una serie di fracassi incongrui nelle scene di massa, timbri orchestrali generici e banali e un’ assoluta assenza di una concezione interpretativa chiara e definita e della capacità di dare senso e congruenza alla narrazione. Per mettere bene in chiaro i termini della questione, riascoltatevi le registrazioni ufficiali e dal vivo di Claudio Abbado, Herbert von Karajan e Carlo Maria Giulini, tanto per fare tre nomi, e giudicate voi stessi se l’ interpretazione di Pappano reggeva il confronto. Devo anche aggiungere un paio di brutte imbarcate ritmiche nel duetto Posa-Filippo e nel Terzetto della scena del giardino, oltre a una serie di imprecisioni e sbucciature orchestrali da parte dei Wiener Philharmoniker, non in serata e davvero poco concentrati.

La parte scenica era affidata a Peter Stein, uno dei nomi più prestigiosi del teatro tedesco. La messinscena ideata dal regista berlinese, basata sulle scene molto essenziali di Ferdinand Wögerbauer, mi è sembrata complessivamente sobria e non priva di una certa eleganza in alcune scene, anche se afflitta in altre da diverse cadute di gusto. Vedasi il cappellino con la verdura in testa indossato durante il primo atto da una Elisabetta che corricchiava e saltellava come se fosse Heidi o la servetta Adele della Fledermaus e non una principessa di sangue reale, le barriere lignee con lanterne gialle della scena del giardino, che sembravano le palizzate di un Biergarten o i deviatori di corsia installati sulle autostrade durante i lavori in corso e la scena dell’ appartamento di Filippo, comicamente ambientata in una specie di resort da Costa del Sol, col monarca che indossava una Djellaba che lo rendeva simile in modo irresistibilmente strepitoso a Pierluigi Pizzi in vacanza a Ibiza.

Foto ©Monika Rittershaus
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Pericolosamente sfiorante il ridicolo anche la scena finale, con un Carlo V dalla faccia dipinta d’ oro che somigliava terribilmente alla statua di San Gennaro nel Duomo di Napoli. Per quanto concerne il resto, di soluzioni recitative originali se ne sono viste ben poche, e tutti i cantanti del cast semplicemente sembravano recitare se stessi, vestiti con dei costumi abbastanza squallidi, come se ognuno di loro se ne fosse portato da casa uno vecchio che aveva. Routine di classe e nulla più, insomma.

Veniamo adesso a occuparci dei cantanti, iniziando dal protagonista. Il bel Jonas Kaufmann, per il quale critici e fans sono ormai arrivati al delirio puro, tanto che non mi stupirei se qualcuno cominciasse a dire che guarisce i ciechi o ha trasformato l’ acqua in vino, alle mie orecchie ha confermato per l’ ennesima volta la sua natura di baritonuccio sgraziato e corto, con una voce acida, sempre sforzata e disomogenea, di colore incontrovertibilmente brutto, che canta il repertorio tenorile per fare l’ originale, ovvero per fare i soldi. In aggiunta, i soliti falsettucci incastrati tra naso e tonsille con cui tenta di simulare le mezzevoci, le consuete paurose contrazioni di gola che costituiscono l’ unico sostegno di una voce scurita e ingrossata artificialmente e la solita espressione facciale tra l’ imbambolato e il trasognato da lui applicata a tutti i personaggi che affronta, si tratti di Don Carlo piuttosto che di Manrico, Don José, Werther o Cavaradossi. Come sempre il fraseggio era pressochè inesistente, il legato precario e il canto caratterizzato da un senso di sforzo terribile che a me suona sgradevolissimo e insopportabile. Non so davvero come un cantante in queste condizioni vocali pretenda di mettere in repertorio ruoli come Don Alvaro e il Des Grieux pucciniano, annunciati per la prossima stagione. Eppure un simile elemento è adorato dal pubblico e celebrato anche da critici di comprovato valore come uno dei massimi tenori di sempre. Pur nel massimo rispetto delle opinioni altrui, si tratta di un consenso del quale davvero non arrivo a capire le ragioni. Il fatto è che, come ho già detto e scritto altre volte, oggi gli ascoltatori hanno completamente perso la capacità di apprezzare la voce proiettata e in posizione corretta. Alla gente piace sentire la gola, lo sforzo che viene scambiato per fervore espressivo e, sotto questo punto di vista, il canto di Kaufmann soddisfa in pieno le loro esigenze. Aggiungete il fatto che al giorno d’ oggi quando sei arrivato a essere una star alla gente non interessa più se canti bene o male, si va puramente e semplicemente ad applaudire il nome, allo stesso modo in cui si compra un qualsiasi abito solo perchè porta una griffe di prestigio. Il successo di cantanti come Kaufmann è il risultato di operazioni di marketing pianificate nei minimi particolari da esperti senza dubbio abilissimi nel vendere il prodotto. Rimane da stabilire cosa abbia a che fare tutto questo con la musica e l’ arte.

Elisabetta di Valois era interpretata da Anja Harteros, anche lei magnificata come nuova stella del canto verdiano, già partner di Kaufmann nel recente infelicissimo Trovatore a München. Di fronte a una tessitura ben più pesante di quella di Leonora, la cantante tedesca ha letteralmente lottato con le note per tutta la serata nel disperato tentativo di simulare una voce drammatica e arrivare in fondo a qualunque costo. L’ apice dello sforzo si è avuto in un “Tu che le vanità” davvero sfiorante in più punti il disastro, con una prima ottava fioca e sorda nonostante il tentativo di allargare le note artificialmente, un centro sforzato e ingrossato per venire a capo in qualche modo di uno sottofondo strumentale pesante e acuti duri, fissi e fischianti. Niente di dissimile si è ascoltato durante tutto il resto dell’ opera, solo una linea vocale sfilacciata, sempre procedente a sbalzi e strappi e un’ assoluta mancanza di capacità nel fraseggiare. Dal punto di vista scenico, mancavano completamente l’ autorità e la capacità di impersonare un comportamento regale. Più che una principessa della stirpe Valois maritata con un Asburgo, la Harteros sembrava al massimo una Lola Montez.

Nulla di buono anche per quanto riguarda Rodrigo di Posa, una delle parti baritonali più eleganti e cavalleresche mai ideate da Verdi, che richiederebbe un cantante capace di fraseggiare con eleganza, nobiltà e varietà di colori. Sono requisiti totalmente al di sopra delle capacità attuali di Thomas Hampson, cantante che anche nel suo periodo migliore è sempre stato assolutamente estraneo al vero fraseggio italiano. Siccome la voce del baritono americano si è indurita, appesantita e accorciata a causa del declino vocale dovuto all’ età, ne è venuta fuori un’ esecuzione noiosa e monotona, con qualche momento accettabile nei passi di tessitura centrale come il cantabile “Carlo ch’ è sol il nostro amore”, ma difficoltosa nei brani dove la scrittura della parte batte con insistenza sul registro superiore come la scena della morte, nella quale Hampson ha esibito tutta una serie di note acute fisse, afone e gridate. Leggermente migliore, dal punto di vista puramente vocale, la Eboli del mezzosoprano russo Ekaterina Semenchuk, anche lei tecnicamente poco rifinita come tutte le cantanti russe delle ultime generazioni, dalle agilità eseguite in modo rozzo e approssimativo, ma quantomeno in grado di esibire un mezzo vocale di una certa consistenza e solidità. Il suo “Don fatale” è stato, sotto questo punto di vista, la cosa più accettabile di tutta la serata, ad onta di un do bemolle toccato di sfuggita e gridacchiato.

Dovremmo parlare adesso dei bassi, ossia del Filippo II di Matti Salminen, dell’ Inquisitore di Erik Halfvarson e del Frate di Robert Lloyd. Qui, per quanto mi riguarda, mi rifiuto categoricamente di entrare in particolari. Di fronte a una serie di suonacci sforzati, cavernosi, duri e senescenti come quella messa in mostra dai succitati signori, tutto quel che posso dire è che prestazioni del genere non meritano di essere recensite perchè totalmente al di sotto del minimo decoro professionale. Va bene essere indulgenti ma questo non era canto, almeno non nel senso che io sono solito dare a questa parola. Per come la penso io, la grandezza di un artista si valuta anche in base alla capacità di sapere quando è il momento di ritirarsi dalle scene. Soprattutto nel caso di Salminen, continuare a esibirsi in queste condizioni significa umiliare se stessi e il proprio passato, innegabilmente illustre.

Resta da descrivere la cronaca del successo di pubblico. Nonostante la presentatrice di ARTE, Annette Gerlach, si sia prodigata per tutta la serata a magnificare le virtù canore dei prodi componenti il cast e a parlare di trionfo, io ho ascoltato consensi fiacchi dopo le arie, nemmeno tutte applaudite,  battimani piuttosto mosci alla conclusione, anche se duraturi e rinforzati dalle consuete grida di “Bravo!”  provenienti forse dalla claque, come sempre accade alle prime in cui sono presenti i divi di cartapesta odierni e, subito prima dell’ attacco del quarto atto, un sonoro e italianissimo “VERGOGNA!”, al quale personalmente io, nel concludere questo post, mi associo.

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10 pensieri su “Don Carlo a Salzburg: cantori attanti

  1. Bravo! Finalmente qualcuno che dice cose chiare (e vere) per quanto riguarda Kaufmann: emissione intubata, colore brutto, inespressivo come attore…
    Questa è una grande e molto dettagliata analisi di questo Don Carlo, grazie per il lavoro e dire le cose come sono.

    • Io scrivo sempre le cose che penso, per qualcuno potrà essere un difetto ma sono fatto cosí e ormai ho un’ età alla quale non si cambia. Ci vuol altro che qualche migliaio di tifosi isterici e di recensioni adoranti e sempre uguali per convincermi della qualitá artistica di una simile esecuzione.
      Saluti e grazie.

  2. ma perchè nella foto Elisabetta è vestita come Mary Poppins?
    scherzi a parte, Bella estate! sarà anche colpa del duplice centenario, ma un’ infilata simile di disastri non la ricordavo.

      • quello di Kau lo ascolterò con le cuffie da Fnac, che il ciel mi fulmini se spendo un centesimo per una roba simile; quello di anna dei miracoli no, non ce la faccio, così stonata non la reggo proprio…

  3. Caro Mozart, commento ineccepibile. Commento in ritardo questa tua recensione: ero anch’io davanti al computer il 16 Agosto e tra l’altro sono stato uno dei tuoi compagni di sventura sulla chat del CdG durante quella diretta (sono Franz75). Tralasciando le nefandezze vocali, è stata proprio la direzione di Pappano ad indispormi particolarmente. Già non mi pare segno di particolare acume interpretativo l’aver mescolato le diverse versioni; che senso ha proporre il compianto di Filippo sul cadavere di Posa (era la prima volta che lo sentivo e non mi ha fatto una grande impressione) avendo un Salminen in quelle condizioni da rottamazione ? Possibile che un direttore non riesca ad evitare simili figure ad un cantante del suo cast ?
    Seguendo proprio un tuo consiglio, ho ascoltato qualche giorno fa il “Don Carlo” presente sul sito di Radiotre, una vecchia edizione degli anni ’70 della Rai: penso che Sir Antonio dovrebbe davvero ascoltarsi Schippers (e tutti i sommi da te citati) per capire cosa vuol dire dirigere il “Don Carlo”. Ultima considerazione. In quell’edizione i due protagonisti sono Prevedi e la Zylis-Gara, che personalmente non mi sono piaciuti moltissimo. Ma, se tanto mi dà tanto, penso che ai nostri giorni verrebbero portati in trionfo alla fine di ogni rappresentazione, visto il confronto con i “divi” di oggi.
    Grazie ancora per la recensione e chiedo scusa per la lunghezza del commento.

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