Guillaume Tell a Pesaro o il trionfo della “filologggia”

Non varrebbe proprio la pena di occuparsi del modestissimo Guillaume Tell che, nelle intenzioni degli organizzatori, doveva rappresentare lo spettacolo di punta del Rossini Opera Festival di quest’ anno, se non fosse per discutere dei presupposti che stavano alla base dell’ operazione. Ciò premesso, veniamo ai fatti. La rassegna pesarese vorrebbe caratterizzarsi come il luogo dove si eseguono le opere di Rossini secondo lo scrupoloso rispetto delle fonti testuali e della prassi esecutiva corretta. Peccato che da anni accada di notare che l’ applicazione pratica sia in contrasto stridente con le intenzioni di base, un fatto perfettamente testimoniato da questa esecuzione. Come si è detto e stradetto nei giorni precedenti, questa voleva essere una rilettura che riconduceva il ruolo tenorile di Arnold alla vocalità del primo interprete, Adolphe Nourrit figlio, che era un tenore di grazia. Ciò è stato affermato anche dal professor Marco Beghelli in una intervista diffusa durante l’ ultimo intervallo della diretta radiofonica. Ora, cerchiamo di capirci bene in modo che poi non ci siano equivoci. Se per “tenore di grazia” si intende una tipologia vocale come quella di Juan Diego Florez, chiamato a interpretare la parte in questa esecuzione, non ci siamo proprio. Anche se non possediamo registrazioni della voce di Nourrit, sappiamo che per lui furono scritti ruoli come Eléazar de La Juive, il protagonista di Robert le Diable e Raoul in Les Huguenots, e che Donizetti aveva scritto il Poliuto proprio pensando alla sua vocalità. Si tratta di ruoli che, a prescindere dalla stradibattuta questione degli acuti di petto introdotti da Duprez, successore di Nourrit all’ Opéra, non coincidono assolutamente con una tipologia vocale come quella di Juan Diego Florez, tenore di mezzo carattere dotato di grande estensione in alto ma assolutamente privo di quelle caratteristiche eroiche richieste in più punti dal ruolo di Arnold. Il vero tipo vocale del contraltino antico può essere rintracciato nelle registrazioni di André D’ Arkor e Giacomo Lauri Volpi, tanto per fare solo due esempi. Voci dotate di squillo e penetrazione ai massimi livelli ma basate su una tecnica stilisticamente scrupolosa e rifinita che permetteva loro di alternare fraseggi sfumati e scansione drammatica. Ha qualcosa a che fare tutto questo con un tenore come Florez, voce estesa in acuto ma non voluminosa, e oltretutto  afflitta da fastidioso vibrato stretto nei centri? Con tutto il rispetto che io posso provare per un artista da me sempre apprezzato per la sua professionalità, assolutamente no. Basta scorrere lo spartito per rendersi conto che il tenore peruviano non è e non può essere il tipo vocale per cui Rossini ha composto il ruolo.

Ma poi, scusate, io amo i cantanti tecnicamente preparati ma soprattutto gli interpreti dotati di personalità e creatività nel fraseggio. Nell’ esecuzione pesarese di Florez io non ho ascoltato nulla che mi potesse far pensare a tutto questo, al massimo una discreta resa del duetto nel primo atto. Dopodichè, man mano che Arnold comincia a virare verso una tessitura sempre più epicheggiante, quello che si è ascoltato era solo il disperato sforzo di un cantante che cercava in qualche modo di arrivare in fondo. Fraseggio, dinamica, penetrazione, incisività? Nemmeno a parlarne, Florez ce l’ ha fatta a finire senza danni e questo era obiettivamente il massimo che si potesse pretendere da lui, ma non si risolve un ruolo del genere in questo modo, ci vuole ben altro. Anche se le comunità di melomani si esaltano cosi facilmente e si entusiasmano per quel che lo star system delle case discografiche – e non solo – impone loro, come certe “vacanze intelligenti”, io non so che farmene di un Arnold bianco, anemico, palliduccio, cosi poco eroe, senza densità e mi chiedo come sia possibile tessere lodi sperticate per un canto in punta di spillo, senza colore alcuno. Anche perchè la presenza di un Arnold peso piuma ha logicamente imposto alla drezione artistica di calibrare il resto del cast in base alle sue caratteristiche. Ne è venuta fuori una compagnia che, per spessore e volume vocale, poteva essere adatta al massimo a un Don Pasquale o a una Cambiale di matrimonio. Questo sempre in nome di un’ operazione che già in partenza era stata salutata come GGENIALE e FILOLOGGGICA… Come risultato, abbiamo ascoltato una Mathilde (Marina Rebeka) dalla voce di bel colore ma di peso adatto al massimo per una Micaela. Nessuno ha speso una parola in proposito, ma questo aveva qualcosa a che fare con le caratteristiche vocali di Laure Cinti Damoreau, la prima interprete del ruolo, che cantava regolarmente i ruoli Colbran e fu la prima Anaï nel Moïse et Pharaon e la prima Isabelle in Robert le Diable? Oppure la filologia si tira in ballo solo quando fa comodo? Melensa e meccanica come interprete, la Rebeka ha esibito note acute strillate, intonazione non sempre irreprensibile e agilità eseguite aspirando, con un effetto che a me in casi del genere ricorda il gorgoglio di una pentola di fagioli. Sempre ragionando FILOLOGGGICAMENTE, non credo che Rossini avrebbe accettato un Jemmy (oltretutto gratificato dall’ esecuzione dell’ aria normalmente tagliata nel terzo atto) come quello eseguito da Amanda Forsythe, soprano che al di sopra del sol emetteva sistematicamente vere e proprie urla. Lo stesso dicasi del Pescatore di Celso Albelo, che ha scroccato clamorosamente due volte nella Serenata. Per quanto riguarda gli esponenti del registro grave maschile, ivi compreso il pallido, inconsistente e vocalmente opaco protagonista impersonato da Nicola Alaimo, inutile occuparsene in modo dettagliato. La solita sfilata di voci ingolate e dure, stomacali nell’ emissione, gorgoglianti e sfalsettanti a perfetta vicenda, e di fraseggi meccanici e melensi. Come ulteriore aggravante per quasi tutto il cast, devo aggiungere una pronuncia francese che al di là delle Alpi non consentirebbe nemmeno di ordinare un caffè.

Veniamo adesso a parlare della parte orchestrale e corale, per quel che si poteva capire dalla ripresa radiofonica come sempre contraddistinta dal pessimo suono di Radiotre. Michele Mariotti, alle prese con una partitura lunga e complessa come questa, ha gestito in modo sommario tempi e dinamiche e ha dimostrato di non essere ancora pronto: esecuzione secca, a volte slabbrata, non controllata, non logica, mancante di spessore e di forza drammatica. Freddissimo e totalmente privo di emozione il sublime Finale. Va detto però a sua parziale discolpa che il Tell,  con tutta la buona volontà, è decisamente al di sopra delle attuali possibilità dell’ Orchestra e del Coro del Comunale di Bologna: la prima con violini filiformi, (la Sinfonia sembrava quella di un’ opera comica…) ottoni imprecisi e in particolare corni assolutamente insufficienti in tutta l’ opera, e il Coro apparso spesso ritmicamente incerto. Anche con un numero maggiore di prove, penso che nè Mariotti nè altri direttori avrebbero potuto fare di più. Devo comunque riconoscere al giovane maestro una certa prontezza nel sostenere i cantanti: vedi ciò che è accaduto alla fine della grande scena di Arnold, quando Mariotti ha impresso una decisa accelerazione di tempo all’ orchestra essendosi accorto che Florez stava letteralmente scoppiando. Per quanto riguada la regia di Graham Vick, di cui chiaramente non posso dir molto avendo visto solo qualche foto della produzione, da quanto lui stesso ha affermato in un’ intervista sembra abbia messo in scena la Rivoluzione d’ Ottobre o roba del genere. Per il resto, la diretta Rai mi ha fatto sentire gran rimbombo e rumore di piedi sul legno del palcoscenico, come ci fossero mandrie di mucche svizzere impazzite al galoppo….

Bene, questo è tutto. Per qual che mi riguarda, non credo che questa esecuzione aggiungerà qualcosa di significativo alla storia esecutiva dell’ opera e alla carriera di Juan Diego Florez, che oltretutto ha preso dei rischi che in futuro potrebbe pagar caro in termini di salute vocale. Anche questo è un prezzo da pagare in nome della FILOLOGGGIA?

Beh, non so se a voi questo basta, a me personalmente no. Non sono un passatista a oltranza e non credo che si sia smesso di cantar bene dopo l’ era del 78 giri. Credo nella misura in ogni caso: non tutti gli spettacoli di un tempo erano meravigliosi, non tutti i cantanti cantavano e fraseggiavano con gusto, ma non per questo sono disposto ad accettare il manierismo esasperante e fine a se stesso che traspare da questo tipo di esecuzioni. Soprattutto mi innervosisco ogni volta che cercano di mascherare con le le ragioni della filologia e della cultura il tentativo di rifilarci la solita bassa operazione commerciale ad uso del divo discografico di turno, che in tre casi su quattro fa oltretutto regolarmente cilecca.

P.S. In giro per il web si parla di trionfo per tutto il cast, compreso il regista. Questo solo perchè le arie sono state applaudite. Evidentemente oggi ci si accontenta di poco. Io i trionfi veri li ho visti di persona, sono ben altra cosa rispetto ai venti secondi di applausi reattivi dopo un’ aria.

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7 pensieri su “Guillaume Tell a Pesaro o il trionfo della “filologggia”

  1. Finalmente una recensione in disaccordo con le lodi sperticate e gli incensi dei critici di corte e del pubblico impreparato. Il Guillaume Tell di ieri sera non mi ha dato niente e per me, invece di prodursi in rivisitazioni al ribasso per adattare il capolavoro al livello degli esecutori del ROF, avrebbero fatto bene a lasciare le partiture nel cassetto per altri 18 anni. Mariotti Jr ha riempito i vuoti espressivi e la mancanza di spessore dell’ouverture producendosi in gesti plateali e buffe smorfie ad esclusivo fine folkloristico. Movenze puntualmente abbandonate durante il resto dell’opera dove è riuscito a rendere piccole e noiose le parti grandiose come il giuramento rallentando in maniera inspiegabile il ritmo e addirittura comiche parti struggenti come “fia per me salvato il figlio e il genitor” accelerando l’esecuzione. Spesso i cantanti non si distinguevano dal coro ne vocalmente ne visivamente dando l’impressione di un vociare da stadio e, il solitamente grande Florez era semplicemente fuori ruolo. Privo della verve eroica ha risparmiato la voce fino all’ultimo dando l’impressione di voler portare solo a termine il compitino. Stenderei poi un velo pietoso sui balletti in stile “maria de filippi” che hanno mortificato la celestiale musica rossiniana con movimenti isterici ed epilettici. Il Tell di ieri invece di una grandiosa opera eroica sembrava una farsa semiseria e quindi oggi mi ascolterò il DVD del Guglielmo Tell diretto da Muti alla Scala per tentare di andare a letto questa notte con il ricordo di una esecuzione e di un finale degno di questo immenso capolavoro.

  2. però, questa è la recensione di un ascolto radiofonico…………
    io dico, molto banalmente, che sarebbe meglio andare a teatro.

    • Chiaramente è così. Io vivo in Germania e non ho il tempo e la possibilità di venire in Italia. Comunque, per esperienza personale, io dico che non c’ è una enorme differenza tra ascolto dal vivo e radiofonico, nel senso che un brutto spettacolo ascoltato alla radio tale resta anche dal vivo, come mi è successo di notare con opere e concerti ascoltati sia per radio che in teatro.

      • forse potresti avere ragione, se uno spettacolo è brutto…….è brutto.
        Però il teatro è un posto speciale, lo spettatore attento respira con i cantanti e con l’orchestra. Io durante un’opera sono talmente coinvolta da ciò che vedo e sento che perdono senza troppi problemi cose che durante un ascolto radiofonico giudicherei negativamente.
        Un caro saluto.

      • Ripeto, questo è vero. Ma se si trasmette uno spettacolo per radio, è lecito recensirlo e uno giudica da quello che sente.

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