Bayreuther Katastrophe

Foto: ©Bayreuther Festspiele/Enrico Nawrath.
Foto: ©Bayreuther Festspiele/Enrico Nawrath.

“Ohne diese Gratisveranstaltung für Politik und C-Prominenz wäre Bayreuth ein reines Provinztheater. Nur dieser einmalige Politikerauftrieb ist Grund für die staatlichen Fördermittel.”
– un commentatore a un articolo dell’ anno scorso apparso sull’ Handelsblatt –

Credo che queste parole siano il miglior commento a quanto visto e ascoltato finora in questa settimana dal Bayreuther Festspielhaus in questa edizione che avrebbe dovuto celebrare il bicentenario della nascita di Richard Wagner e che invece si è risolta in un’ autentica debacle artistica. Non é il caso di usare eufemismi o mezze misure, qui siamo veramente davanti al livello esecutivo più infimo raggiunto da quando esistono le testimonianze sonore. A questo siamo giunti per colpa di una gestione artistica demenziale e cinica nel cercare esclusivamente lo scandalo tramite le provocazioni registiche, ignorando completamente le ragioni musicali delle opere di Wagner. Come risultato di questa politica, quella che un tempo era una delle rassegne musicali più prestigiose del mondo oggi propone un livello esecutivo che sarebbe schifato in qualsiasi teatro della provincia tedesca. E devo dire che la cosa più avvilente di questa settimana si è avuta nei dibattiti critici su Bayern Klassik dopo ogni spettacolo, con gente che sparava luoghi comuni e frasi trombonesche a mitraglia e si arrampicava sugli specchi nel tentativo di difendere l’ indifendibile. Una cosa sotto tutti gli aspetti imbarazzante.

Esaurite le premesse, veniamo alla descrizione dei fatti. Quest`anno qui in Germania abbiamo avuto la possibilità di assistere alla diretta cinematografica della serata inaugurale, che era la ripresa del Fliegende Holländer presentato l’ anno scorso, con la direzione di Christian Thielemann, l’ unica bacchetta wagneriana di un certo livello presente nelle ultime stagioni a Bayreuth, e la regia di Jan Philipp Gloger. Una messinscena brutta e stupida come poche, sempre parlando senza mezze misure, sgradevole e goffa nel suo mettere insieme luoghi comuni scontati di quel Regietheater che ormai sembra vecchio e risaputo anche in provincia e davvero terribilmente fastidiosa da vedere. Di basso livello anche la parte musicale, con un Thielemann che è apparso poco ispirato, fuori fase e lontanissimo dal grande interprete wagneriano che in tante occasioni ha dimostrato di essere, sia a Bayreuth che altrove. Il direttore berlinese è apparso slentato nel ritmo narrativo, poco accurato nel gestire fraseggi e sonorità orchestrali e solo in alcune scene, particolarmente nel terzo atto, ha messo in mostra la sua classe. Una prestazione nel complesso poco felice e deludentissima, che oltretutto ha clamorosamente evidenziato tutte le carenze di una compagnia di canto di livello davvero mediocre. Rispetto all’ anno scorso, la quasi disastrosa Senta di Adrienne Pieczonka è stata sostituita da Ricarda Merbeth, interprete non banale di ruoli lirici come Elsa ed Eva, qui totalmente schiacciata da una tessitura che non le appartiene e che la costringe a forzare di continuo l’ emissione e ad emettere note acute fisse, fischianti e spesso abbondantemente stonate. Di livello addirittura peggiore il Daland di Franz Josef Selig, basso di voce cavernosa, tubata e gutturale e fraseggiatore inerte, meccanico e melenso. Leggermente migliore il nuovo Erik di Tomislav Muzek, anche lui comunque interprete banale e oltretutto ridicolizzato scenicamente da una regia che ne faceva l’ Hausmeister della fabbrica di ventilatori dove si svolgeva il secondo atto. Samuel Youn, riconfermato come protagonista, ha una voce di buon timbro nei centri ma è costretto da vistose carenze tecniche ad emettere note acute sorde, tubate e spesso anche nasali, e in queste condizioni il fraseggio manca di respiro e di grandiosità, oltre che di colori, visto che il cantante non è in grado di flettere il suono al di sotto del mezzoforte. Buona invece la prova dell’ altro tenore Benjamin Bruns nei panni dello Steuermann, purtroppo anche lui non aiutato dal fatto che il regista lo ha trasformato in una sorta di Geschäftsführer della ditta in questione, dalle movenze pesantemente effeminate. E di questo non chiedetemi la ragione perchè non la so e non voglio neanche provare a capirla. Come sempre in gran forma, per fortuna, il coro diretto da Eberhard Friedrich che ci ha regalato le uniche vere emozioni di una serata scipita, noiosa e conclusasi con abbondanti fischi al regista, come di prammatica e come in fondo auspicato dalle due sorellastre Wagner.

Veniamo adesso al boccone più succulento, ossia all’ attesissimo nuovo allestimento del Ring affidato a due debuttanti sulla Grüne Hügel, il direttore d’ orchestra siberiano Kirill Petrenko, che da settembre assumerà la carica di Generalmusikdirektor della Bayerische Staatsoper e il regista berlinese Frank Castorf, da molti anni Intendänt di quella Volksbühne che qui in Germania è famosa per il tono provocatorio e scandalistico delle sue produzioni. Ora, qui da noi i registi d’ opera ormai hanno fatto tutto il possibile tranne che (almeno finora) far vedere la gente che si ammazza davvero sulla scena e si prendono normalmente libertà incredibili. Se a Bayreuth vanno a chiamare gente come il defunto Schliengensief e adesso Castorf, cosa si pretende? Vuol dire che le nipotastre Wagner cercano scientemente e deliberatamente lo scandalo, non trovo altra spiegazione plausibile. Voglio aggiungere che montare in questo modo le provocazioni è facilissimo. Come è facile poi accusare il pubblico di essere arretrato e di non capire le innovazioni. Quello che è veramente difficile, per chi dirige un teatro e vuol fare le cose seriamente, è portare il pubblico dalla tua, non scandalizzarlo. Di questo sono capaci tutti.

Del caravanserraglio allestito da Frank Castorf, alias “Frankie aus dem wilden Osten” secondo un’ arguta definizione del giornalista tedesco Axel Brüggelmann, si è già detto e scritto tantissimo e io non voglio qui discuterne più di tanto. Il tono gratuitamente provocatorio della messinscena, la mancanza di ritmo narrativo e la frammentarietà episodica sottolineata anche da coloro che hanno parlato positivamente dell’ operazione, la volgarità e il cattivo gusto di molte soluzioni sceniche sono certamente da censurare, ma in fondo la colpa non è del regista, che si è limitato a fare quello che ha sempre fatto nella sua carriera, ma di chi lo ha scelto pensando cinicamente di ripetere lo scandalo suscitato dal celebre allestimento firmato da Chereau nel 1976.  Cosí facendo, la fischiata selvaggia ricevuta da Castorf al termine della Götterdämmerung non va vista come un incidente di percorso, visto che è stata deliberatamente cercata e preparata a freddo. È questo il vero lato repellente di tutta l’ operazione messa in piedi dalle due sorellastre Wagner, alla quale sono stati sacrificati tutti gli altri aspetti della produzione, con una parte musicale raffazzonata e di una modestia complessiva davvero imbarazzante per un teatro di prestigio. Alla fine quindi Castorf è stato il comodo parafulmine al quale indirizzare dissensi e contumelie che dovevano essere dirette a una direzione artistica incapace di combinare una compagnia di canto adeguata all’ importanza dell’ occasione e di trovare una bacchetta di livello superiore a quello messo in mostra dal modestissimo Petrenko. Per la verità, il direttore siberiano non era partito male, con un Rheingold tenuto saldamente in pugno, dalle sonorità ben calibrate e dal ritmo narrativo teso e serrato, culminante in un finale giustamente epico e grandioso. Non male anche il primo atto della Walküre diretto con fervore, passionalità e ricchezza di carica teatrale. Da qui in poi, è sembrato che Petrenko perdesse gradatamente il filo del discorso, con una narrazione che si faceva sempre più incerta e frammentaria, dinamiche sciatte e scarso controllo delle sonorità orchestrali, fino ad arrivare ad un terzo atto del Siegfried assolutamente imbarazzante per la catatonia della narrazione e l’ assoluta incapacità della bacchetta ad arginare almeno in parte il vero e proprio disastro vocale che andava compiendosi sulla scena. Nella Götterdämmerung poi, ho finalmente capito che la chiave complessiva della lettura di Petrenko era il vecchio motto della Marina borbonica: “Facite ammuina”. Una direzione di una mediocrità e monotonia infinite, che dimostrava scarso dominio delle complessità di questa monumentale partitura e una mancanza di capacità narrative a tratti davvero imbarazzante. Al di là di un generico fracasso orchestrale nei momenti concitati non c’ era nulla, nella lettura di Petrenko, che richiamasse almeno alla lontana la grandiosità del dramma. Sciatti e superficiali gli interludi, bombastica e rumoristica la conclusione, a suggellare una prova degna al massimo di un mediocre Kapellmeister di provincia. Un pessimo debutto, tale da far rimpiangere anche direttori come Adam Fischer e Peter Schneider, magari interpreti non eccelsi ma dotati di una solidità narrativa e di un senso del teatro infinitamente superiori a quelli del mediocrissimo Petrenko.

Vocalmente, il progetto iniziale era stato ideato pensando alla presenza di Angela Denoke come protagonista, ma la cantante di Stade, dopo aver dato un’ occhiata allo spartito, deve essersi accorta che il fatto di poter ancora indossare la taglia 38 a cinquantadue anni di età non è un requisito sufficiente per impersonare le tre Brünhilde e ha dato forfait. A sostituirla è stata chiamata Catherine Foster, soprano inglese che già avevo ascoltato come mediocre Abigaille a Stuttgart e che, in quello che è uno dei ruoli più terribili di tutta la letteratura operistica, si è immolata come i cavalleggeri polacchi mandati a contrastare i carri armati delle Wehrmacht il primo settembre 1939, con una delle prestazioni più imbarazzanti che si siano ascoltate negli ultimi decenni in un teatro di un certo livello. Un vero e proprio festival di stonature, urla, suoni vetrosi, fissi e strozzati e un continuo cercare vanamente di venire a capo di una tessitura impossibile da dominare per una voce con queste caratteristiche.

Delle altre voci femminili, Anja Kampe come Sieglinde ha confermato la sua caratteristica fondamentale che è quella di avere un’ autonomia massima di dieci minuti, passati i quali la cantante è costretta a rifugiarsi in un’ emissione chioccia, fissa e fischiante a partire dal fa acuto. Incolore, inodore e insapore la Gutrune di Allison Oakes. Claudia Mahnke è stata una discreta Fricka nel Rheingold ma pallida e carente di autorevolezza e mordente vocale nella Walküre, e una mediocre e impacciata Waltraute.  Decisamente insulsa Nadine Weissman come Erda. Variamente strillacchianti e stonacchianti la Freia di Elisabet Strid, il Waldvogel, le Norne e le Figlie del Reno.

Delle voci maschili, la prova migliore è stata fornita da Johan Botha, che pur con un registro acuto afflitto da forzature e nasalità ha interpretato un Siegmund tutto sommato dignitoso e abbastanza credibile. Clamorosamente fuori forma Lance Ryan che come Siegfried è sembrato letteralmente schiacciato dalla parte, esibendo un campionario di sonorità forzate, ingolate e nasali accompagnate da tutta una serie di trucchi nel tentativo di arrivare in qualche modo in fondo. Di interpretazione in queste condizioni, nemmeno a parlarne. Piatto e petulante, come nella peggior tradizione della provincia tedesca, oltre che spesso volgare e plateale, il Mime di Burkhard Ulrich. Bianchiccio e vetroso nel timbro il banalissimo Loge di Norbert Ernst. Puramente e semplicemente inudibile il fiochissimo Froh di Olexander Pushniak. Per quanto riguarda le voci gravi, tutte accomunate da un’ emissione dura, stomacale, gessosa, fissa, secca, tubata e gutturale, nessuno a mio avviso è arrivato neppure lontanamente alle soglie della sufficienza. Wolfgang Koch è stato un Wotan pessimo vocalmente e interpretativamente pallido, carente di autorità vocale, fraseggiatore mediocre e grossolano in tutte e tre le opere. Terribilmente e insopportabilmente grezzo Martin Winkler come Alberich, sfiatati e cavernosi, oltre che carenti di peso vocale adeguato, il Fasolt di Gunther Groissböck, il Fafner di Sorin Coliban, l’ Hunding di Franz Josef Selig e soprattutto l’ Hagen di Attila Jun, apparso in pessima forma vocale e lontanissimo dal livello che me lo aveva fatto abbastanza apprezzare in altre occasioni. Semplicemente non pervenuti il Donner di Lothar Odinius e  il Gunther di Alejandro-Marco Buhrmester. Come già detto più sopra, alla fine della Götterdämmerung il pubblico, come da copione predisposto in partenza, ha indirizzato tutto il suo malumore su Frank Castorf che, per carità, se lo meritava. Solo che in questo modo sono stati tutto sommato risparmiati gli altri responsabili di una produzione che ha rappresentato una sconfitta culturale durissima per il mondo musicale tedesco e ha letteralmente disonorato il nome di Bayreuth, che da questa vicenda esce artisticamente screditato al massimo. L’ unica e logica conseguenza dovrebbe essere la revoca del mandato alla direzione artistica per manifesta incapacità, ma come sempre succede in questi casi nel mondo teatrale, è probabile che finirà tutto a tarallucci e vino. Triste fine davvero, per un teatro che ha perduto definitivamente e probabilmente senza rimedio tutto il suo prestigio artistico.

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15 pensieri su “Bayreuther Katastrophe

  1. Considerazione finale a bocce ferme. Le nipotastre Wagner fanno benissimo a fare quello che fanno finchè trovano gonzi disposti a pagare somme da capogiro e ad aspettare dieci anni per un biglietto. Io per assistere a una merda del genere, non spenderei un euro neanche se la dessero al cinema del mio paese!

  2. Mi fido della tua critica, non essendo stato presente all’esecuzione, vedendo la foto allegata, poi, non ho dubbi che sia puntuale ed esatta.
    Io a Bayreuth ci andai anni fa come turista con famiglia al seguito: una bella cittadina che mi fece una buona impressione.

    • Si mangia anche bene e la birra è buona. Peccato che sia afflitta dalla presenza di eredi psicopatiche di compositori defunti…

  3. Io non posso parlare degli aspetti teatrali, dato che non ho visto la produzione, credo che non posso giudicare sulla base dalle foto che abbiamo visto tutti, il teatro è molto di più che semplici immagini.
    Ma quello veramente triste e vergognante è il livello dei cantanti, sopratutto de le colonne che supportano il Ring, cioè Wotan: Brünnhilde, Siegfried e Alberich.
    Tutti gli altri, anche se di tanto in tanto importante, non hanno la responsabilità di sostenere il grande edificio, e senza la minima pretesa di dignità è impossibile portare a compimento una nave come questa.
    Petrenko da solo non può fare miracoli e con il materiale vocale in modo irrisorio alla fine lo sconforto è scaduto.
    Deludente finale che confrontato con l’Anello dei PROMS ha perso la partita.

    • Vero. Anche io non ho parlato più di tanto della messa in scena perchè non mi interessava. Castorf in Germania sappiamo tutti chi è e come lavora, la colpa, come ho cercato di dire, è di chi lo ha scelto. In ogni caso, una produzione che umilia il teatro lirico tedesco.

  4. Dal Corriere della Sera di oggi 2 agosto, articolo di Paolo Isotta da Bayreuth: “Petrenko è il direttore wagneriano più grande che esista dai tempi di Herbert von Karajan”.
    Presto, chiamate la neuro, un’ ambulanza, subito, lo stiamo perdendooo…!
    Oddio muoioooooooo ahahahahahaha!!!

  5. Caro Mozart che dire? Purtroppo in questi casi mal comune non è mezzo gaudio. Che anche in germania certi ruoli siano coperti con un sistema altamente NON meritocratico è solo triste; che siano affidati alle nipotastre Wagner solo per la legge del sangue poi, è quasi preoccupante….
    L”Eurosbobba” dilaga, si è trasformata in un euro-blob che fagocita le ultime sacche di buon senso e competenza rimaste in europa, ancora un paio di stagioni e poi tutti mangeremo dalla stessa gavetta.

    • È stata una settimana deprimente, degnamente coronata da un week end salisburghese televisivo con i Meistersinger massacrati da Gatti e il Falstaff con la regia di Michieletto. Siamo chiaramente alla fine di un percorso. Non si può più ascoltare e neppure vedere uno spettacolo operistico. Ho chiuso la registrazione del Falstaff dopo venti minuti, erano più che bastanti. La fiera della scemenza, del cattivo gusto e del malcanto. E non ho avuto bisogno di stare altre due ore a sentire sta roba per poter dire che era una recita di merda!

  6. Ho trovato questa bella poesia del musicologo e scrittore austriaco Marcel Prawy. Ve la trasmetto, con una sentita dedica ai Castorf, ai Michieletto, ai Kusej, ai Guth e a tutta la loro inutile e dannosa categoria.

    “Ich bin ein Opernregisseur
    und reise fleissig hin und her,
    wo Opernhäuser mir erlauben,
    die faden Opern zu entstauben.
    Ich bin – bei Gott – nicht musikalisch,
    Gesang erscheint mir bestialisch,
    Musik ist mir ganz unerträglich,
    sie stört ja die Regie unmöglich.
    Auch kann ich keine Noten lesen,
    das wäre mich hinderlich gewesen.
    Damit Musik nie dominiert,
    wird jedes Vorspiel inszeniert.
    Mein Bühnenbild ist leer und kahl,
    doch teuer dann, auf jeden Fall.
    Nur um die Schräge zu montieren,
    kann man drei Tage nicht probieren.
    Ich spiele halt modern Theater,
    in Tschernobyl spielt die Traviata.
    Die Handlung kenne ich nur flüchtig,
    soziale Aussage ist mir wichtig.
    Nicht ist mehr aktuell genug,
    mein Falstaff strotzt vor Zeit bezug.
    Um mein Konzept voll auszuschöpfen
    muss Jochanaan die Salome köpfen.
    Und weil Arien danach schreien
    sie von der Statik zu befreien,
    verlange ich, bevor ich starte,
    einen Schliesstag nur für Vissi d’ Arte.
    Bei mir schläft die Brünhilde nackt,
    Isolde stirbt im ersten Akt.
    Wenn mir Ideen mal versagen
    lass ich alle Hakenkreuze tragen.
    Ein Dirigent, der protestiert,
    der wird ganz einfach abserviert.
    Bei Interwiews, da bin ich groß,
    bin telegen in Fernsehenshows.

    Drum bleib ich Opernregisseur,
    ein anderer Job wär’ mir zu schwer!”

    (Marcel Prawy)

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