La Cenerentola alla Staatsoper Stuttgart

Diana Haller (al centro) come Cenerentola alla Staatsoper Stuttgart. Foto ©A. T. Schaefer
Diana Haller (al centro) come Cenerentola alla Staatsoper Stuttgart. Foto ©A. T. Schaefer

La splendida esecuzione de La Cenerentola di Rossini ha rappresentato davvero il coronamento della stagione che si sta per concludere alla Staatsoper Stuttgart. Merito di un cast giovane e motivato affidato alle cure di un direttore anch’ esso giovane e di una regia che, una volta tanto, si è dimostrata perfetta nei concetti di base e nello svolgimento. Andrea Moses ha operato la consueta trasposizione in epoca moderna, ma questa volta restando assolutamente fedele al nucleo drammaturgico originale, con una recitazione vivace e ricca di carica teatrale e assolutamente priva di forzature e cadute di gusto.

In questa messinscena Don Ramiro è il giovane erede di un ricco industriale, obbligato dal testamento del padre a trovarsi una moglie per ereditare la carica di presidente della ditta. Guidato dal giovane consulente aziendale Alidoro, il ragazzo va a visitare, sotto le spoglie del suo maggiordomo, la casa di un uomo d’ affari in rovina, Don Magnifico, che ha tre figlie, due delle quali sono ragazze volgarotte e pretenziose e la terza, Angelina, è una ragazza sentimentale e disinibita, che in apertura di sipario fa zapping davanti alla tv cercando soap operas. Potrebbe sembrare una forzatura, a descriverla a parole, ma la vicenda immaginata da Jacopo Ferretti e Rossini è assolutamente rispettata ed evidenziata con strepitosa efficacia. Alidoro è giustamente immaginato come il deus ex machina di tutta la storia: al suo comando la casa di Don Magnifico, raffigurata dalle scenografa Susanne Gschwender una specie di Puppenhaus stile Barbie, sparisce e si trasforma nella sala riunioni della ditta, per poi riapparire nella scena che precede la conclusione. Una regia davvero splendida per carica teatrale e recitazione calibratissima di un cast che davvero funzionava come un ingranaggio perfettamente lubrificato e scorrevole. Mi capita spesso di censurare il modo di fare teatro dei registi tedeschi ma, in questo caso, Andrea Moses merita ampie lodi per aver perfettamente compreso la drammaturgia dell’ opera e non aver mai cercato di sovrapporre ad essa soluzioni gratuite e di dubbio gusto. Ne è venuto fuori uno spettacolo davvero di alta classe, sicuramente il migliore tra quelli a cui ho assistito negli ultimi anni qui a Stuttgart.

Merito anche di un’ esecuzione musicale di alta qualità, sotto la guida di Josè Luis Gomez, direttore venezuelano non ancora trentenne, ultimo prodotto della celebre scuola El Sistema, che si è imposto all’ attenzione del mondo musicale tedesco con la vittoria all’ Internationalen Dirigentenwettbewerb “Sir Georg Solti” a Frankfurt nel 2010. Già dalla bellissima esecuzione della Sinfonia, condotta con leggerezza di fraseggio e varietà di colori, si è capito che ci trovavamo di fronte a una bacchetta di grande talento. Il vorticoso ritmo narrativo impresso alla vicenda e l’ accuratezza nella realizzazione delle dinamiche, la bellezza delle sonorità e la sicurezza nella guida dei concertati erano gli elementi di base di una direzione davvero di altissimo livello. Splendida la prova dell’ orchestra e del coro, che ha realizzato al meglio tutte le trovate sceniche ideate dalla regia.

A fare da guida ai giovani cantanti che interpretavano i ruoli principali, un basso di grande esperienza come Enzo Capuano, che ha impartito un’ autentica lezione di fraseggio e di giusta comicità, delinenando un Don Magnifico borioso, magniloquente e mai caricato. Spigliato e vivace il Dandini del giovane baritono tedesco André Morsch, capace anche di una discreta eleganza nelle fioriture. Graziose e divertenti le due sorellastre, Catriona Smith (Clorinda) e Maria Theresa Ullrich (Tisbe). L’ Alidoro di Adam Palka, basso polacco trentenne, ha impressionato per la consistenza di uno strumento vocale di bel colore, anche se ancora non perfettamente padroneggiato nelle note alte. Ma le prove di livello più alto sono state date dai due giovani protagonisti. Il tenore romeno Bogdan Mihai ha impressionato per la sicurezza e lo squillo di un registro acuto di grande estensione e la capacità di fraseggiare in modo vario e appropriato.

Per ultima abbiamo lasciato Diana Haller, ventiseienne mezzosoprano croato, che impersonava la protagonista. Allieva di Dunja Vejzovic alla Musikhochschule Stuttgart, la Haller è entrata giovanissima a far parte dell’ ensemble della Staatsoper, affinando le sue capacità in parti di fianco, In questa occasione, la giovane artista affrontava il suo primo ruolo importante e la sua prova è stata davvero di grande livello. La Haller possiede una voce timbrata e omogenea in tutta la gamma, dotata di buona proiezione, capacità di espansione e sicurezza nei fondamentali. Vivace e spigliata scenicamente, languida nei momenti patetici, incisiva nelle agilità, ha delineato una protagonista assolutamente squisita e incantevole per eleganza e virtuosismo. Se Diana Haller saprà gestire il repertorio senza compiere scelte azzardate, potrebbe davvero diventare una delle voci di punta del futuro. Il pubblico le ha tributato i maggiori consensi in una serata accolta con un autentico trionfo per tutti i protagonisti.

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