Radio killed the opera stars – Il Trovatore alla Bayerische Staatsoper München

Foto ©Wilfried Hösl
Foto ©Wilfried Hösl

Preceduto dal consueto tuonare della grancassa mediatica, è finalmente andato in scena il nuovo allestimento de  Il Trovatore alla Bayerische Staatsoper München. Spettacolo molto atteso per il debutto nel ruolo principale del superdivo Jonas Kaufmann. La stampa tedesca è già impegnata a dar fiato alle trombe per amplificare l’ eco dell’ immancabile e ampiamente prevedibile trionfo, con le solite espressioni tipo “Belcantos Fest”, “Hochkarätige Besetzung” immancabilmente ripetute in simili circostanze. Sull’ attendibilità di queste critiche mi viene però qualche dubbio, quando leggo che Annika Täuschel sul sito del Bayerischer Rundfunk, Robert Braunmüller dell’ Abendzeitung München, Jesko Schulze-Reimpell sul Donaukurier e Juan Martin Koch della Neue Musikzeitung (peraltro autore della recensione più equilibrata nel sottolineare anche i difetti del cast e della produzione) oltre agli autori delle recensioni anonime apparse su Die Welt e Stern si sdilinquiscono sulla bellezza dei do acuti emessi da Jonas Kaufmann nella cabaletta “Di quella pira”. Es tut mir leid sehr geehrte Damen und Herren, ma si trattava di si naturali, in quanto Herr Kaufmann ha eseguito il brano abbassato di mezzo tono, come del resto hanno fatto e fanno tutti i tenori che hanno cantato la parte negli ultimi quarant’ anni, fatta eccezione per Franco Bonisolli. Come diceva Victor De Sabata a proposito di un critico che era incorso in una svista analoga recesendo una sua esecuzione del Trovatore alla Scala: “Si vede che quel signore non ha l’ orecchio assoluto, e chi non ha l’ orecchio assoluto non dovrebbe occuparsi di musica”.

E veniamo alla cronaca della serata, sulla base dell’ ascolto radiofonico della trasmissione in diretta su Bayern Klassik, come sempre di ottimo suono e pienamente attendibile. La messinscena di monsieur Oliver Py, per quelle che se ne può ricavare leggendo le critiche e guardando le foto e i trailer sul sito del teatro, era la solita esibizione di fuffa tipica del Regietheater che ammorba le scene tedesche da tempo immemorabile e sta tracimando anche su tutte le scene europee. Le solite luci al neon, giubbotti di pelle, macchinari industriali come elementi scenici e qualche tocco decisamente splatter, come la croce infuocata stile Ku Klux Klan sullo sfondo della quale Manrico canta la cabaletta e il fantasma della vecchia madre di Azucena che, completamente nuda, accompagna il personaggio in tutte le sue apparizioni. Il solito ciarpame insomma, nella fattispecie gratificato dal pubblico con una solenne fischiata alla conclusione, che il regista ha accolto con gioia, riferiscono i giornali. Del resto si sa, per gli adepti di questa genia i fischi costituiscono una sorta di decorazione al valore perchè li rafforzano nella loro convinzione di essere i depositari di sublimi verità, la cui conoscenza è preclusa alla plebaglia. Davvero mi chiedo dove si andrà a finire: ormai l’ opera è vista come un circo per poter inscenare (su musica preesistente) ogni masturbazione mentale e ogni paranoia possibile. Ma a nessuno viene il sospetto che la musica sia stata scritta in funzione di un certo testo e certe situazioni? Possibile che nessuno comprenda come mutare queste situazioni sino a stravolgerle compromette il senso della musica cantata e suonata? Possibile che il pubblico di gonzi e lobotomizzati non si decida una buona volta a ribellarsi e cacciare dai teatri coi forconi questi sedicenti geni? Una roba del genere non dovrebbe neppure andare in scena, si dovrebbero organizzare boicottaggi e azioni di disturbo… Sì, ormai l’ unica speranza sarebbe la guerriglia a teatro.

Per quanto concerne la parte musicale, secondo me Paolo Carignani, salendo sul podio, deve aver detto all’ orchestra: “Jetzt anschnallen, wir fahren los” (allacciatevi le cinture, si parte) ed è partito sgommando, cercando di finirla il più velocemente possibile senza però evitare parecchie derapate nelle curve a causa dei problemi vocali di tutto il cast. Una direzione perfettamente all’ insegna di quel correre a tutta forza e buttarla in caciara che i tedeschi associano irresistibilmente  all’ idea che hanno della musica di Verdi. Nessuna finezza, assenza totale del clima lirico e delle raffinatezze dinamiche esplicitamente prescritte dal compositore. Del resto, con un cast del genere una lettura sfumata e raffinata sarebbe stata una cosa impossibile e  quindi non mi va di infierire ulteriormente su una bacchetta giustamente preoccupata di condurre in porto senza troppi danni una nave che imbarcava acqua da tutte le parti. Il cast assemblato dalla Bayerische Staatsoper era infatti costituito da elementi accomunati dall’ assoluta incapacità di legare due note insieme e in almeno due dei quattro interpreti principali dalla totale mancanza dei requisiti tecnici minimi necessari all’ esercizio della professione. Vediamo i dettagli, premettendo che non farò assolutamente paragoni con gli interpreti storici del passato perchè in questo caso sarebbe davvero come sparare sulla Croce Rossa.

Negli anni Ottanta i critici raffinati prendevano in giro Franco Bonisolli, che definivano grottesco, e Giuseppe Giacomini,  che definivano di serie B, e si facevano loro le pulci  anche deridendoli: che dire allora del Manrico di Jonas Kaufmann? Il superdivo bavarese ha esibito la solita voce bitumata e inchiostrata, tutta impostata su contrazioni di gola alternate a falsettini appesi alle tonsille. Forzata e faticosissima la serenata dietro le quinte, problematico per la durezza del suono e la precarietà dell’ emissione il duetto con Azucena, la cui tessitura batte insistentemente sulle note di passaggio. Inenarrabile il recitativo precedente “Ah sí ben mio”, che nelle intenzioni voleva essere una mezzavoce e che Kaufmann ha letteralmente miagolato con una specie di gnaulìo tonsillare oltretutto di intonazione dubbiosissima. Cabaletta mezzo tono sotto, come dicevo all’ inizio, con acuti molto problematici e catarrosi. Fraseggio pressochè inesistente, legato sempre precario, affaticato ovunque, singhiozzante dove capita, sgraziato nella pronuncia. Insomma, un misto tra Josè Cura e Ramon Vinay afflitto da raucedine.

Anja Harteros, celebrata interprete mozartiana e wagneriana, cantava in questa occasione il ruolo di Leonora, da lei già affrontato a Köln e alla Deutsche Oper Berlin. Alle prese con una parte tra le più ardue e insidiose del repertorio verdiano, il soprano tedesco ha esibito una voce letteralmente spaccata in tre tronconi: una prima ottava vuota e sorda, un centro artificialmente gonfiato e note alte forzatissime e spesso calanti di intonazione. Bastava ascoltare il salto d’ ottava Mibem.3-Mibem4 che si ripete per quattro volte nell’ aria d’ entrata “Tacea la notte placida”, sul quale si percepiva chiaramente quello che i vecchi maestri di canto chiamavano lo “scalino” dovuto all’ imperfetta saldatura dei registri. Ne risulta una linea vocale strascicata e faticosa, che procede a sbalzi e strappi in modo tale da ricordare irresistibilmente l’ andatura di una Trabant ingolfata. Fuori parte e fuori stile, la Harteros è stata semplicemente inerte nel fraseggio, interprete inesistente e in perenne debito d’ ossigeno. Una prova di una tale mediocrità da far pensare con nostalgia a soprani come Seta Del Grande e Maria Parazzini, che qualche decina di anni fa interpretavano la parte nei teatri di medio livello esibendo una preparazione professionale che la signora Harteros può solo sognarsi.

Negli anni Novanta i critici bec fin di cui sopra prendevano in giro Dolora Zajick per la dizione ed il gusto plateale:  bene, cosa dovrebbero dire oggi dell’ Azucena di Elena Manistina? Cantante sbracata, dedita unicamente a fare la voce grossa con la gola, modicamente ma costantemente stonata, traballa ovunque e la dizione è semplicemente un conato continuo. Una cantante come Anna Smirnova, solitamente additata come esempio di rozzezza, al confronto appare un’ autentica campionessa di stile.

Sempre negli anni Ottanta e Novanta, i prelodati critici prendevano con le molle baritoni come Giorgio Zancanaro o Wladimir Chernov, che avevano una loro dignità, soprattutto il primo, cantante molto corretto e interprete elegante anche se compassato: cosa possiamo dire oggi del Conte di Luna di Alexey Markov? Voce dal timbro simile a quello di Kaufmann, emessa completamente a vanvera in modo che a ogni frase il cantante è regolarmente sfiatato dopo due note, stonato, emissione cempennante tra naso e gola o completamente gutturale, fraseggio asmatico e dizione inerte. Rozzissimo anche il Ferrando del basso coreano Kwangchul Youn, ottimo declamatore nei ruoli wagneriani che, purtroppo, alle prese con Verdi, dimostra un’ assoluta estraneità stilistica al repertorio italiano.

Successo immancabile per tutto il cast, fischi al regista. Tutto come da copione insomma. Verdi ringrazia e si rallegra del fatto che la prossima data celebrativa cadrà nel 2051. Esattamente fra trentotto anni. E me ne rallegro anch’ io che per quell’ epoca avrò con ogni probabilità lasciato questa valle di lacrime e quindi non avrò il privilegio di ascoltare i successori di questi campioni del malcanto. Amen.

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2 pensieri su “Radio killed the opera stars – Il Trovatore alla Bayerische Staatsoper München

  1. al mio ascolto mozart, sono sostanzialmente d’accordo con te,riguardo a Kaufmann ha scelto quel modo di cantare, a quando pare molti apprezzano,posizionando la voce in quella posizione cosi bassa,un emissione “viscerale” ,sono più indulgente sul soprano,la migliore della serata(sempre in modo relativo) insieme all’orchestra,non mi sono piaciuti per niente ne il baritono,ne il mezzo soprano,non capisco con quale criterio vengono scelti.

    • Indulgente con quella specie di soprano scassato? E come fai? Per le scelte, il criterio è semplice: basta avere l’ agente giusto. Oggi i cast si fanno così, inutile che facciamo finta di non sapere!

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