Riflessioni sul concerto areniano. La televisione e la cultura – uno scritto di Fedele D’ Amico

Ieri sera è andato in onda su RAI Uno il ridicolo show organizzato dall’ Arena di Verona, come ogni anno, per pubblicizzare la stagione lirica estiva. Non val la pena commentare nei dettagli questa serata da Ambra Jovinelli, e il paragone lo faccio con tutto il rispetto possibile per l’ avanspettacolo, un settore nel quale un tempo lavoravano seri professionisti. Quello che mi interessa contestare è l’ affermazione, che ogni anno viene fatta in questa circostanza, del fatto che serate come questa avrebbero in qualche modo una funzione divulgativa e servirebbero a far conoscere l’ opera lirica a più ampie fasce di pubblico. Una politica che iniziò con i famigerati concerti dei Tre Tenori e che di gradino in gradino è scivolata a questi livelli assolutamente infimi. A parte il fatto che l’ influsso positivo di questo tipo di serate è tutto da dimostrare, visto che sfido chiunque a trovare una persona che sia entrata in un vero teatro dopo aver visto una cosa del genere, io trovo odiosamente classista questa politica che, negli intenti di chi pianifica queste operazioni, dovrebbe essere diretta al popolaccio ignorante da trattare a panem et circenses e bisognoso di essere culturalmente sgrezzato attraverso proposte di livello elementare. Rendere la lirica simile alle canzoni sanremesi vuol dire semplicemente umiliarla, e non c’ è assolutamente bisogno di attirare nei teatri gente come quella che negli anni Novanta, dopo i concerti dei Tre Tenori, entrava nei negozi di dischi e chiedeva di comprare “Vincerò”.  Aggiungerei che questa cosiddetta divulgazione pecca oltretutto di arretratezza tecnologica. Al giorno d’ oggi, chiunque possieda un computer e una connessione internet può usufruire di vere opere e veri concerti trasmessi in diretta streaming da grandi teatri e sale da concerto di tutto il mondo. Questo è un modo sensato di fare divulgazione, non simili sagre strapaesane che servono solo a rimpinguare i conti bancari di chi vi prende parte. Non si aiuta la divulgazione dell’ opera provando a trasformarla in un film o in un concerto simil-rock, e lo dico col massimo rispetto per due generi che hanno una loro dignità artistica autonoma. L’ opera va fatta in un certo modo e ha delle convenzioni che bisogna conoscere e rispettare, esattamente come una partita di calcio è tale solo se giocata da due squadre di 11 giocatori ciascuna, in un campo con due porte. Ogni disciplina necessita di una preparazione di base che non può essere elusa: è il fruitore che deve prepararsi, non certo l’ arte imbruttirsi per rendersi maggiormente appetibile. Se voglio leggere un trattato di fisica teorica metto in conto difficoltà che – pur nella scelta di testi divulgativi – sono connaturate alla disciplina stessa, non pretendo che sia di lettura immediata come la Gazzetta dello Sport. Lo stesso per l’ opera: si può partire da un repertorio più facile e immediato, ma non mandare tutto “in vacca” per rendere la lirica maggiormente fruibile a chi non vuole fare alcun passo per comprenderla. Altrimenti, cosa siamo ancora disposti ad accettare e cosa inventiamo in nome della divulgazione? Shakira che canta Violetta? Bon Jovi interprete del Don Giovanni?
Tranquilli: prima o poi  arriveremo anche a questo, quando il cantante sanremese che da vent’ anni si finge tenore, l’ ex tenore ora baritono bollito e i loro succedanei saranno sazi di gloria e, soprattutto, di quattrini. Come dice Don Basilio nel Barbiere: “Vengan danari, al resto son qua io!”…

A questo punto, il discorso dovrebbe essere allargato ai fondamenti ideologici che stanno alla base di questo tipo di iniziative. E può essere opportuno rileggere un celebre articolo di Fedele D’ Amico, forse il più grande musicologo che l’ Italia abbia avuto, il quale nel 1961 analizzava gli effetti perversi della televisione sulle masse. Uno scritto di straordinaria lungimiranza profetica. Ben prima di Pierpaolo Pasolini, i cui scritti sulla televisione sono di circa un decennio posteriori, e probabilmente senza conoscere i lavori di Marshall McLuhan sulla comunicazione di massa, alcuni dei quali venuti anch’ essi dopo, visto che il celebre saggioThe Medium is the Massage: An Inventory of Effects fu pubblicato solo nel 1967, lo studioso romano preannunciava le conseguenze della banalizzazione culturale condotta tramite l’ indottrinamento televisivo di massa con straordinaria lucidità e una lungimiranza profetica che sbalordisce.

Lo scritto di D’ Amico apparve per la prima volta sulla rivista Il Contemporaneo e successivamente nella raccolta di recensioni e saggi I casi della musica, pubblicata da Il Saggiatore nel 1962.

La televisione e il professor Battilocchio

di Fedele d’Amico

Un mio stretto parente m’ invitò non molto tempo fa a festeggiare l’anniversario del suo matrimonio. C’ erano solo dei familiari, forse una dozzina: persone, tutte, a me carissime, e che purtroppo non frequento quanto vorrei. La prospettiva d’ una serata fra loro era dunque promettente. Ma quando arrivai, alle nove e mezzo, era aperta la televisione; e durò implacabile non so fino a quando: certo era ancora aperta quando me ne andai, poco prima dell’ una. I numero più vari si erano succeduti sull’ apparecchio: belli o brutti, che importa? La gran maggioranza degli intervenuti li accettò in bianco, come al solito, non se ne lasciò sfuggire uno. Bisognava vederli, poveretti, come non riuscivano neanche a godersi la cena in piedi, tanto dovevano trafficare con la coda dell’ occhio. E la serata sfumò, inutile.

Leggere un libro vuole una disposizione attiva: iniziativa, concentrazione durevole, impegno intellettuale. Lo stesso, ascoltare un dramma; perché un dramma è assai più parola che visione, implica una consecutio di concetti e giudizi che va seguìta. Già al cinema invece, dove la parola per lo più è cartiglio esplicativo d’ un linguaggio d’immagini abbastanza ovvio, un’ attitudine fondamentalmente passiva è sufficiente. Bello o brutto, un film mette in moto il cervello assai meno che una commedia, bella o brutta: conta piuttosto su suggestioni periferiche alla riflessione e al concetto. Ancora meno esigente, incomparabilmente meno esigente è la televisione. Che a questo appunto deve il suo trionfo, la sua capacità di dissuadere con dolce violenza la gente dal libro, dal teatro, dal cinema e dalla frequentazione dei propri simili; perché anche giocare a scopa, o chiacchierare del processo Fenaroli, domanda uno sforzo maggiore che l’ amplesso col video.

Finché fu muto, il cinema cercò di stilizzare il gesto. Nel vero, il gesto non esaurisce l’ espressione semantica, perché agisce a complemento della parola; costretto però a esprimersi senza la parola, il cinema fu obbligato a stilizzare, enfatizzare, elaborare il gesto, per renderlo autosufficiente, e così a riprendere la tradizione dell’ arte pantomimica. Ma questo impegno con l’ invenzione del parlato decadde; per quanti residui potessero restarne qua e là. E la stilizzazione cedé il campo alla semplice riproduzione del vero.

D’altronde il cinema non è il teatro, costretto a fingere ambienti colla cartapesta, sulle rime obbligate di un palcoscenico, a mantenere gli attori in una certa artificiosa collocazione rispetto al pubblico, eccetera; il cinema può portare sullo schermo qualunque ambiente, e farci muovere dentro gli uomini come nella realtà, senza mediazioni convenzionali. Così nel cinema l’ arte è solo nella disposizione, nell’ organizzazione di elementi che di per sé non vengono elaborati ma dati come “veri”: muniti dunque di sex appeal, di quella carica irrazionale e inconfutabile che solo la verità còlta sul fatto possiede.

Donde la forza del cinema: la sua facilità, accessibilità, non problematicità. Qui è la sua funzione essenziale: ratificare il vero, persuaderci che tutto, al mondo, è bellissimo. Sono belle le città antiche e quelle nuove, le automobili, i palazzi, le catapecchie, i signori, i pezzenti, il frac, i blue-jeans; basta fotografarli. E qui è il suo limite: non poterci mai rappresentare una realtà in evoluzione, una prospettiva d’ avvenire. Il cinema conosce solo ciò che è attualmente visibile. Anche il film di sinistra non può fare del proletariato, che un essere amabile così com’è, hic et nunc. E noi ce ne innamoriamo talmente, di questo proletariato così com’ è, che a un certo punto non comprendiamo più perché dovremmo desiderare che progredisca, ossia che cambi.

Anche la televisione è riproduzione, ratifica del vero; ma a un grado incomparabilmente più misero ed elementare, a un grado puerile. Al cinema, si va a vedere un film: nella speranza di trovare comunque un organismo compiuto. Alla televisione si cerca unicamente la televisione, poco importa in quali aspetti s’ incarni strada facendo: attualità, notizie, quiz, canzoni, commedie, opere liriche, film, partite di calcio. Un libro, chi non gli piace, non lo legge; una commedia che non piace si recita a teatro vuoto. Lo stesso un film. La televisione invece, tutti dicono che i suoi programmi sono repellenti, ma tutti la guardano. Non guardano i programmi infatti, guardano la televisione. Anche una commedia o un film alla televisione non sono più una commedia o un film: sono la riproduzione d’ una commedia o di un film nelle proporzioni del balocco. Ciò che si cerca nella televisione è questa riduzione a balocco: in casa, senza fatica, girando un bottone.

Anni fa, nell’ era pretelevisiva, mi capitava di passare davanti agli uffici d’un grande quotidiano, da una finestra dei quali pendeva uno schermo su cui si proiettavano scene dal vero della specie più banale: il traffico nella via d’ una grande città, per esempio. Un traffico identico si poteva godere guardando cinque metri più in là, nel vero; tuttavia nessuno guardava cinque metri più in là, mentre una piccola folla sostava regolarmente davanti a quello schermo. Il perché, lo capii soltanto dopo l’ esperienza della televisione. La realtà, osservata direttamente, sembra casuale e confusa, non interessa; e d’ altra parte la realtà rielaborata (dall’ arte, dalla scienza, dalla storiografia) non è accessibile senza un minimo di partecipazione attiva, critica. Invece la realtà semplicemente riprodotta non esige alcuna fatica in chi l’ osserva; e d’ altro canto assume misteriosamente un aspetto di necessità, un valore apodittico che la sottrae alla critica. Da quella riproduzione l’ uomo sente avallare il mondo che lo circonda, è certificato di trovarsi nel migliore dei mondi possibili, o almeno in un mondo a cui non esiste alternativa. E questo mondo si giustifica con la semplice esibizione dei suoi frammenti spiccioli, dei suoi particolari presi a caso; non c’ è neanche bisogno di ricomporli, di sistemarli formalmente secondo un ordine qualsiasi.

Avete mai pensato all’assurdo dell’ annunciatore visibile? In un film, gli “annunci” sono titoli consegnati alle lettere dell’ alfabeto; sarebbe bella che in loro vece apparisse sullo schermo un essere umano dal sorriso Durban’ s con un foglio in mano, a leggerci: “La Lux Film presenta…” Ma appunto questo succedeva fino a poco tempo fa alla televisione. I risultati del campionato di calcio, quanto più comodo leggerli sul video, in modo da poterli, eventualmente, rileggere. Invece ce li recitava un tale in carne e ossa, lanciandoci ogni tanto un’ occhiata inesplicabile. Come mai questo ridicolo procedimento era accettato come normale? Perché qualunque cosa, qualunque persona appaia sul video offre interesse: per il solo fatto di apparire sul video. La futilità della sua presenza è garanzia sufficiente della sua necessità, e viceversa.

Tutti guardano dunque il balocco. E nella coscienza di essere tutti. Quasi nessuno lo guarderebbe, infatti, se non fosse certo che tutti, contemporaneamente, lo guardano. Tutti così collaborano docilmente a costituire il suo gran miracolo, che consiste nel creare valori puri, cioè vuoti di attributi concreti, indifferenti al loro contenuto originario. Questa operazione rientra nel consueto obbiettivo della civiltà mercantile, che com’è noto è la sostituzione del valore di scambio al valore di consumo; e non è se non un’applicazione della tecnica pubblicitaria, consistente nel persuader tutti ad acquistare un certo prodotto in base al solo argomento che, appunto, lo acquistano tutti. Ma è un’applicazione, qui, talmente perfetta da poter valere come paradigma, come simbolo ideologico..

Niente infatti uguaglia la televisione nella capacità di spolpare automaticamente ogni realtà dei suoi valori effettivi per trasformarla in entelechia della Notorietà pura. Ogni personaggio, ogni trasmissione che la televisione decida di collocare al luogo opportuno, sale immediatamente e indifferentemente ai cieli della Fama, e solo per questo diventa significativo. Nelle entità così canonizzate tutti si riconoscono, indipendentemente da ogni contrasto di gusti. Perché non la concordanza di gusti importa, importa solo non perdere i contatti con ciò che tutti venerano, e che gl’ ideali di tutti simboleggia e realizza nella sua disponibilità assoluta.

Comunque sia giudicato dagl’individui, l’ ente canonizzato diverrà segno di riconoscimento, veicolo d’un’ omertà perinde ac cadaver.

Siete mai capitati in un normale teatro quando lo spettacolo è “teletrasmesso”? Non è comodo per lo spettatore. I riflettori vi accecano, gl’ intervalli si allungano, l’ illuminazione della scena stabilita dal regista è distrutta, qualche volta cambia il programma annunciato. Ma nessuno protesta. Al contrario, i volti s’ irradiano, gli animi si tendono a una mistica solidarietà. Il deus absconditus è lì a due passi, la sua grazia sta per investirci. E una voce interiore ci ammonisce alla solennità dell’ ora, la stessa voce che guida ogni giorno i passi dei dirigenti, degli operatori, degli artisti, degl’ impiegati, dei sacerdoti insomma e dei chierichetti della Telereligione: “Da quegli obbiettivi, sedici milioni d’ imbecilli vi guardano”.

D’ accordo, dicono certuni. La televisione è un disastro. Ma non dimentichiamo che per tanti, fino a ieri esclusi dalla cultura, è comunque il solo mezzo utile a procurarsene qualche briciola. Sarà pur sempre meglio di niente. Le brodaglie di Buchenwald erano quello che erano; pure sono bastate a far sopravvivere qualcuno.

Il paragone non è allegro; ma soprattutto è sbagliato. Perché la cultura non è un oggetto materiale, una questione di calorie e vitamine. Si possono avere le opinioni più diverse su quale e quanta cultura si possa e debba diffondere fra tutti i cittadini. Ma una cosa dovrebb’ essere pacifica: non che la Fenomenologia dello spirito, neanche le quattro operazioni si possono iniettare con la siringa. Cultura, a qualsiasi livello, è iniziativa e attività: il contrario della pappa scodellata sul video. Sì che l’ argomento va tranquillamente rovesciato. La televisione potrà magari riuscire innocua, o poco dannosa, a chi pratichi abitualmente le vie naturali della cultura; ma appunto agli analfabeti, ai bambini, ai “finora esclusi” riuscirà letale. Una volta morfinizzati dalla televisione, costoro non apriranno più un libro per tutta la vita, rimarranno definitivamente congelati dalla loro ignoranza. Appunto per questo la virulenza della televisione, in un paese incolto come il nostro, è massima e non minima.

Viene dunque da trasecolare leggendo in questa stessa rivista, a firma nientemeno che di Ugo Spirito l’ ammonimento a non “chiudere il televisore con disdegno”, giacché le “espressioni più grandi” della “vera cultura” si troverebbero “soltanto attraverso gli strumenti che abbiano la capacità di raggiungere la massa” (1). Mi domando perché mai il libro non “abbia la capacità di raggiungere la massa”; e donde scappi fuori questo strano dualismo fra la cultura e i suoi “strumenti”. Ci sono paesi in cui i libri dei classici si vendono a decine di milioni di copie: e nella loro forma di libri, cioè non attraverso nuovi “strumenti”. L’ escogitazione dei quali raggiunge gli scopi esattamente opposti a quelli che Ugo Spirito si propone, serve cioè solo a perpetuare la divisione fra la cosiddetta élite, che seguiterà a leggere, e la cosiddetta massa, a cui metteremo l’animo in pace spiegandole che guardare un vetro è lo stesso. Cultura per tutti non significa questo: significa scuole per tutti, libri per tutti, teatri per tutti.

E video per nessuno. Invece il video è e resterà per tutti. Abbiamo abolito i flippers, i postriboli, le mosche, il vaiolo: tutte cose molto meno nocive. Non aboliremo le “teletrasmissioni”; perché questo, dicono, sarebbe andare contro il “progresso”, contro la “scienza”.

Argomento falso e ipocrita se mai ve ne fu. Vietare che la cocaina si venda dal tabaccaio non significa impedire lo studio né l’impiego degli stupefacenti. Chiedere l’ abolizione della bomba atomica non significa arrestare la fisica nucleare. Che la scoperta della trasmissibilità delle immagini a distanza debba tradursi nella fabbricazione di alcuni milioni di aggeggi capaci di convogliare in tutte le case ciò che alcune persone manipolano in qualche via Teulada non è, “scientificamente”, affatto necessario.

Le vie Teulada esistono soltanto perché ciò produce lucro, e per di più risulta mirabilmente idoneo, in qualunque programma si realizzi, a educare negli utenti un comportamento omogeneo all’ ideologia dominante. La televisione rende l’uomo non pensante, passivo, docile, acritico: un compratore ideale di cocacola e di miti piccoloborghesi.

Perciò coloro che credono nella civiltà mercantile difendono la televisione. E gli altri? La difendono anche loro. Dicono di credere al salto dal regno della necessità in quello della libertà, vogliono restaurare il valore di consumo contro il valore di scambio, sottrarre l’uomo alle alienazioni, eccetera. Ma la tentazione di servirsi del mezzo è troppo forte. Perché non tentare di esorcizzarlo, mettendoci dentro le nostre idee?

A vincere nel figlioletto l’ invincibile ripugnanza alla scuola, un personaggio di una commedia di Campanile scrittura certo professor Battilocchio, che travestito da ragazzino giochi a palline con lui, insinuandogli abilmente fra un colpo e l’ altro le regole della prima declinazione. Ho visto questa memorabile commedia trent’ anni fa, ma ancora ricordo Vittorio De Sica in calzoni corti che entrava in scena cantando: “Io sono il professore / di greco e di latin, / insegno a tutte l’ ore / le regole ai bambin”.

Le sinistre non combattono la televisione; esse lottano soltanto perché in luogo degli attuali rappresentanti del clericalismo appaia sul video, a declinarci a tutte l’ ore sostantivi democratici e socialisti, il professor Battilocchio.

Luglio 1961

1 –  Cfr. U. Spirito, Cultura per pochi e cultura per tutti, in “Ulisse”, luglio 1961.

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24 pensieri su “Riflessioni sul concerto areniano. La televisione e la cultura – uno scritto di Fedele D’ Amico

  1. Vorrei solo dire che questo articolo, viene spesso condiviso sui social networks, come critica una po’ superficiale e snobistica della deprecabile recente serata televisiva. In realtà è molto di più… Lo scitto di Fedele D’Amico è di una preziosità assoluta e andrebbe letto, riletto e meditato profondamente… Grazie! Scopro ora questo piacevolissimo blog.

    • Forse sarò superficiale io, ma Fedele D’ Amico certamente no. Spero che chi critica questo articolo sappia almeno chi era lo studioso romano. Molte grazie per le parole di apprezzamento.

      • Non volevo assolutamente accusare di superficialità chi ha scritto l’articolo, bensì chi lo pubblica continuamente su facebook (magari senza nemmeno averlo letto tutto) per prendere le distanze dal brutto spettacolo all’Arena. L’articolo (nel suo complesso) è molto di piu…

  2. D’Amico era un genio. Era un grande Professore senza mai essere cattedratico. Sono stato suo studente, a Roma, nei suoi ultimi due anni. L’aveva a morte con la Rai (detto a me personalmente) perchè aveva distrutto tutto il materiale, audio soprattutto, delle lezioni e interviste di suo padre Silvio D’Amico!!!!!

    • Grazie della testimonianza. Non ero al corrente di questo particolare. Su Fedele D’ amico ogni ulteriore parola di elogio sarebbe superflua.

  3. La negazione che la Tv possa trasmettere arte e cultura e la sottovalutazione delle capacità espressive e della dignità artistica del cinema mi colpisce negativamente.
    Ci sono certe serie televisive (anglosassoni, sopratutto) superiori a certi romanzi quando non ispirate ad essi.

    • Fedele D’ Amico aveva le sue opinioni in merito e si può essere più o meno d’ accordo. Sul resto, posso solo dire che io contesto soprattutto il modo buffonesco di questo preteso programma culturale che mi ha ispirato il post.

    • Comunque, caro amico, quello che fanno Clerici and Co., Bocelli o a suo tempo Pavarotti buon anima non è arte nè cultura e soprattutto non è opera; é un nuovo genere, che parte dall’ opera ma che è rimasticato, sbocconcellato, macinato, mixato e digerito: è tutt’ altro. Uno spettacolo. Uno spettacolo scemo, volutamente superficiale, in pillole, orecchiabile per pochi minuti alla volta, cotto e confezionato per una fruizione epidermica e veloce. Non è neanche il caso di discutere se è il modo giusto o no di diffondere l’ opera, é un’ altra cosa; è un prodotto diverso. Come comparare una cucina casalinga ad una minestra precotta da scaldare 5 minuti in microonde. Due cose nate per target di mercato diversi.

      • e già caro Mozart come non ricordare la tua, a mio giudizio geniale, definizione di “quattro salti in padella” di una ben nota diva d’oggidì?…. la roba mandata in onda dall’arena era uno spettacolo tecnicamente e esteticamente molto più vicino a “The voice” con Cocciante, la Carrà, una ragazzina e un finto govane come giudici e che andava in onda fino a poche settimane fa sulla Rai, che non ad un opera. Chi a suo tempo andava e chiedere “vincerò” non ha mai ascoltato quello che veniva prima e dopo quel Sib…e ora dopo dieci anni non se lo ricorda nemmeno.

      • Certo carissimo. Poi io credo che i 4 Salti in Padella e il Tavernello abbiano un loro ruolo nel mondo. Ma quando si tenta di accreditarli come la nuova Nouvelle Cuisine e il nuovo Barolo, allora vanno smascherati!

    • D’amico non nega affatto che la tv possa trasmettere arte e cultura, ma afferma, con parole sicuramente più adatte delle mie, che tutto quello che transita nel piccolo schermo perde i suoi connotati originari (esempio: un’opera lirica, anche se trasmessa per intero non sarà mai la stessa cosa rispetto allìessere vista e ascolata in teatro dove avviene qualcosa di vero, materiale e profondo). In questo senso la tv da fruibilità a oggetti che perdono però la loro vera natura, e su questo io sono completamente d’accordo. E sono anche d’accordo sul fatto che il cinema è un’arte che consente un atteggiamento passivo dello spettatore più di altre. Una degenerazione del mondo d’oggi poi, vuole che la visione di un film sia concepita come uno riempimento del tempo (cosa faccio stasera? Mi guardo un film, purchè sia un film, non perchè mi interessa vedere “quel” film)…

      • non sono affatto d’accordo sulla passività, ma vabbè ognuno la pensa come vuole

      • Qui ci sta bene una citazione che secondo me è assolutamente calzante (e sintomo di come certi meccanisimi si ripeteranno sempre).

        In una intervista rilasciata il 26 Aprile 1992 al Sunday Telegraph, ad Alfredo Kraus venne chiesto: “Cosa ne pensa del concerto del secolo?”. Il buon Kraus rispose: “Quale concerto? Quale secolo?”. Lo sbadato giornalista si riferiva al concerto di Caracalla dei Tre Tenori (in realtà due: 1 Pavarotti, 0.5 Domingo e 0.5 Carreras).
        Svelato l’ arcano, Kraus rispose che era stato un bello e felice show, un concerto semplice per della gente semplice e che il concerto del secolo sarebbe dovuto essere di ben altro livello, come musica ed interpretazione. L’ ancor più sbadato giornalista disse che era un tentativo di “fare opera per le persone” e Kraus rispose: “Non credo in questo tipo di popolarità. Se si vuole far conoscere l’ opera alla gente, non c’ è bisogno che tre tenori cantino un’ aria scritta da Puccini per un tenore. QUESTO NON E’ POPOLARIZZARE L’ OPERA: È VOLGARIZZARLA”.
        Pavarotti rispose stizzito a riguardo di “gente stupida” che criticava il concerto (salvo dire in seguito la celebre frase “Vorrei essere ricordato come un tenore d’ Opera” … forse con qualche rimorso per i concerti pop spacciati per opera? Chissà!).
        Si sa poi come andò a finire tra Kraus e Carreras/Domingo, i quali cercarono di boicottare Kraus per certi eventi pubblici in cui Carreras/Domingo erano direttori artistici – peraltro nella programmazione dell’ Expo 92, Domingo mise in cartellone 10 opere, in 5 delle quali cantava lui.
        Kraus asserì inoltre a metà intervista: “Tanti anni fa nessuno usava la parola popolarità a riguardo dell’ opera. Questa è una folie de grandeur della democrazia. Questo è un ragionamento politico: se dai tutto alla gente, perché non anche la cultura? Io dico ok, ma stiamo attenti. Volgarizzandola non la si rende più popolare”.

  4. Poche cose mi irritano come sentir difendere spettacoli indifendibili con la scusa che “Sono comunque un modo per far conoscere alla gente questo e quello.”. Si potrebbe citare Gino Strada, che disse “Non si va nel Terzo Mondo a portare una sanità da Terzo Mondo. Un ospedale va bene quando saresti disposto senza esitazioni a ricoverarci tua moglie e i tuoi figli.”. Allo stesso modo non si va dallo spettatore della Clerici a portargli una Lirica da spettatore della Clerici. Chi troppo vuole nulla stringe, ma chi vuole troppo poco finisce per perdere anche il poco che ha.

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