Interpretare il Lied – Dichterliebe op. 48 di Robert Schumann

In questo terzo post dedicato alla produzione liederistica di Robert Schumann ci occuperemo del Dichterliebe op. 48, uno dei vertici assoluti della produzione del compositore di Zwickau. Questa volta, la nostra analisi comparata sarà condotta non su un singolo brano ma su tre esecuzioni integrali del ciclo. Ho fatto questa scelta per il carattere estremamente unitario che caratterizza il ciclo liederistico composto da Schumann su testi di Heinrich Heine. Una raccolta che per il livello altissimo della musica rappresenta davvero uno dei vertici assoluti della letteratura liederistica. Schumann trasse i testi dalle 65 poesie che formano la raccolta Lyrisches Intermezzo, pubblicata da Heine come seconda parte del Buch der Lieder nel 1827. Il compositore ne scelse 20 da musicare, ridotti poi a 16 nella pubblicazione della versione definitiva, stampata dall’ editore Peters. Il ciclo fu eseguito per la prima volta in pubblico ad Amburgo nel 1861 dal baritono Julius Stockhausen, celebre cantante che aveva studiato con Manuel Garcia al Conservatoire de Paris, e da Johannes Brahms al pianoforte.

Per una descrizione dettagliata dei sedici Lieder, vi rimando a questa presentazione scritta dalla musicologa statunitense Janet E. Bedell per una serata liederistica alla Carnegie Hall.

 

ROBERT SCHUMANN

Dichterliebe, Op. 48

The year 1840 was Robert Schumann’s “Year of Song.” In previous years, he had only dabbled in song composition, concentrating more on piano works. That February, he suddenly became possessed by the excitement of setting words to music. By the beginning of 1841, he had created more than 130 songs, including his greatest song cycle, Dichterliebe (Poet’s Love). Dietrich Fischer-Dieskau explains that the cycle’s title was probably drawn from a line by Rückert: “The love of the poet has always met with ill fortune.”

Coming from a literary family (his father was a writer and book publisher), words were as equally important as the music to Schumann. From childhood, Schumann was a voracious yet discriminating reader; by adulthood, he was earning some of his living as a music critic and as founder and editor of the Neue Zeitschrift für Musik. The Dichterliebe cycle incorporates 16 poems drawn from Heinrich Heine’s collection Lyrisches Intermezzo. Schumann arranged them into a narrative drama of love briefly enjoyed, then irrevocably lost. Drawing on his experience with piano music, he cast the pianist as more than a mere accompanist, but rather a revealer of true and nuanced emotions beneath the singer’s relatively straightforward declamation.

Simplicity and brevity characterize the first five songs in which the poet moves from the bliss of love to the first intimations that his feelings may not be returned. The majestic sixth song, “Im Rhein, im heiligen Strome,” is the first unambiguous expression of lost love. The image here is the magnificent cathedral at Cologne on the banks of the Rhine. Inspired by Bach’s chorale preludes, the piano dominates with a powerful descending motive. The singer’s lines follow the simple but expressive shape of a Baroque chorale.

In “Ich grolle nicht,” the high drama, wide range, and heroic weight are drawn from grand opera style. Yet Heine’s irony is captured by this exaggerated musical rhetoric: the vehement pounding of the piano’s chords, the massive octaves in the left hand, and the singer’s angry repetitions of the phrase “Ich grolle nicht” (“I bear no grudge”).

“Das ist ein Flöten und Geigen” features another brilliantly dominant piano part in a whirlwind, nightmarish waltz during which the poet imagines himself at his former lover’s wedding feast. In the exquisitely poignant 10th song, “Hör’ ich das Liedchen klingen,” the piano subtly takes the lead with an illustration of weeping that grows stronger and more painful in the postlude. Contrasting with this sincerity, “Ein Jüngling liebt ein Mädchen” is a bitterly ironic recital of the classic story of unrequited love. It masquerades as a bluff folk song with a pedestrian three-chord cadence.

The most beautiful of the songs, “Am leuchtenden Sommermorgen” is graced by a ravishing piano part whose eloquent postlude appears again later at the end of the cycle. The unexpected harmonic progressions in the vocal line are wonderfully expressive of sorrow and regret.

The next three songs explore the world of dreams. In “Ich hab’ im Traum geweinet,” the singer carries the song’s miserable burden in a stark, unaccompanied recitative, while the piano is reduced to muttered interjections. In “Aus alten Märchen,” the piano’s heraldic theme crafts a fairytale dream world where the poet tries in vain to escape his real-life sorrows. Schumann delights in the verse’s colorful, sensual imagery. But the song later becomes more realistic; in music marked “with inmost feeling,” the singer expresses his desire to escape from the world but also his understanding that there is none.

Fischer-Dieskau calls “Die alten, bösen Lieder”—the cycle’s final song—”a grotesque and extravagant showpiece.” The piano sets the mock-heroic tone with brawny octaves, then underlines the humor by exaggerating the first beat of each measure. The singer’s phrases, too, are grandiosely dramatic. At the close, Schumann adds a touch of genuine feeling to Heine’s punch line that the ironic poet probably never intended. He closes with a beautiful postlude of consolation expanded from the 12th song, which serves as a sublime summation for the entire cycle.

—Janet E. Bedell

© 2012 The Carnegie Hall Corporation

 

In questo bel sito realizzato dal dottor James Chi-Shin Liu, medico laureato ad Harvard e docente nel prestigioso ateneo statunitense, grande appassionato di musica vocale, potete trovare i testi completi del ciclo e una dettagliata descrizione della genesi compositiva e delle differenze tra le due versioni.

E veniamo agli ascolti. Anche per questa puntata ho scelto tre esecuzioni, ciascuna a suo modo estremamente significativa. Per prima ascoltiamo l’ esecuzione di Suzanne Danco (1911 – 2000). Non sono molte le voci femminili che hanno affrontato il Dichterliebe, ciclo che di solito si associa alla voce maschile di tenore o baritono. La Danco, interprete liederistica di livello storico, realizzò questa incisione nel 1949 insieme al grande pianista italiano Guido Agosti (1901 – 1989), musicista di alta classe e soprattutto titolare per più di trent’ anni dei corsi di perfezionamento all’ Accademia Chigiana di Siena.

 

 

Eccellente l’ interpretazione del soprano belga, che mette in mostra uno strumento di grande bellezza timbrica e un accento pressochè perfetto per capacità di dare rilievo alla parola e centrare sempre il tono adatto a ciascun brano. Le cose più belle, in questa esecuzione, sono da cercare nei brani descrittivi come “Das ist ein Flöten und Geigen” oppure “Am leuchtenden Sommermorgen”, splendidamente accompagnati da Agosti. Molto bello anche “Ich hab’ im Traum geweinet”, con una bellissima realizzazione dei pianissimi sulla terza strofa. Ascoltate come la Danco riesca a cambiare completamente i colori vocali nel brano successivo, “Allnächtlich im Traume seh’ ich dich” e la stupenda timbratura dei pianissimi sul verso “Du sagst mir heimlich ein leises Wort”. Da notare anche il tono appassionato e il fraseggio davvero eloquente  del Lied conclusivo. Sentite come la Danco mantenga la voce perfettamente in posizione anche nell’ ottava bassa, senza mai aprire eccessivamente il suono.

E veniamo ad Alexander Kipnis (1891 -1978) già citato nei post dedicati a Schubert. Qui lo ascoltiamo con il pianista Wolfgang Rose, in una registrazione tratta da una tramissione radiofonica del 1943.

 

 

Ogni volta che ascolto le registrazioni di Kipnis, mi convinco sempre più della sua grandezza assoluta di interprete, che lo colloca a buon diritto tra i massimi liederisti della storia. L’ interpretazione ha un tono d’ insieme nobile e severo, basato su una dizione scolpita in maniera aristocratica. Come sempre, nel grande basso ucraino colpisce la tecnica da vero fuoriclasse, che gli permette di ammorbidire a smorzare la voce in tutta l’ estensione, capacità riservata a pochissimi cantanti della sua corda. Vette assolute di questa esecuzione sono “Ich grölle nicht”, attaccato con un tono di straordinaria ispirazione, con uno splendido gioco di tempi rubati (nelle frasi acute della conclusione, Kipnis intelligentemente opera un trasporto in basso) , il tono trasognato di “Hör’ ich das Liedchen klingen”, la meravigliosa mezzavoce all’ attacco di “Am leuchtenden Sommermorgen”, brano tutto basato su tinte sfumatissime come il successivo “Ich hab’ im Traum geweinet”, e la grandiosa atmosfera oratoria del conclusivo “Die alten, bösen Lieder”. Da notare, in questo ultimo Lied del ciclo, lo splendido portamento sulle parole “mag sein” poco prima della conclusione, realizzato con perfetta eleganza.

Ma l’ interpretazione a mio avviso di riferimento in tutta la nutrita discografia del Dichterliebe è quella di Charles Panzéra (1896 – 1976) e Alfred Cortot (1977 – 1962), in questa incisione HMV datata 1935.

 

 

Accanto alla sua attività operistica, che lo aveva reso interprete di riferimento di ruoli come Albert, Lescaut e Pelléas all’ Opéra cominque, il baritono ginevrino era stato educato alla musica vocale cameristica da Gabriel Fauré, che scrisse per lui il ciclo di melodie L’Horizon chimérique. In questa registrazione, un vero classico della discografia liederistica, Panzéra mette in mostra una fluidità e leggerezza di emissione che lo pongono davvero nel ristretto numero dei grandi. Assolutamente incantevole “Hör’ ich das Liedchen klingen” e interessantissimo il paragone con l’ esecuzione di Kipnis. Forse Panzéra è addirittura superiore per il tono poeticamente trasognato del suo fraseggio, ma si tratta davvero di sfumature. Superfluo sottolineare la qualità assolutamente straordinaria della parte pianistica, realizzata da un Cortot ispiratissimo e pienamente all’ altezza della sua fama di interprete leggendario del repertorio romantico. I due artisti impartiscono una vera lezione su cosa significhi far musica insieme, in un continuo scambio di suggestioni interpretative che testimoniano una straordinaria intesa esecutiva. Prestate attenzione anche a “Die alten, bösen Lieder” cantato con una dizione elegantissima e ricca di sottigilezze davvero millimetriche, e al modo in cui Cortot sigla in maniera strepitosa il ciclo, con un’ esecuzione del postludio di bellezza assoluta. Di gran lunga la migliore registrazione assoluta del Dichterliebe e una delle più grandi incisioni liederistiche di tutti i tempi.

E con questo post, lasciamo il mondo schumanniano. Nelle prossime puntate ci dedicheremo ad altri autori del periodo romantico.

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8 pensieri su “Interpretare il Lied – Dichterliebe op. 48 di Robert Schumann

  1. Caro Mozart, come sempre un post veramente interessante; le tre incisioni proposte sono veramente notevoli. Dichterliebe è una delle pagine più affascinati dell’intero repertorio, rendere giustistia a queste vette musicali è veramente difficile. Pur con il mio terribile tedesco quando ero giovine e innamorato del repertorio lideristico studiai tutto il Winterraise e molti altri lieder di Schubert e il Dichterliebe. Schumann mi risultava molto più difficile da cantare di Schubert. Schubert come suol dirsi in gergo “scrive bene” per la voce, conosceva a fondo lo strumento voce e la linea musicale in schubert risulta sempre naturale, fisiologico. Schumann invece usa la voce in modo assolutamente strumentale. Da qui l’esigenza per Schumann di avere interpreti tecnicamente assolutamente ferrati, fonazioni duttili e impostazioni belle solide o ti taglia la gola.
    Schumann non ammette tecniche mediocri pena il crollo verticale della qualità musicale del risultato.

    • Considerazione molto pertinente. Lo stesso può essere detto anche per la musica vocale di Beethoven, anch’ essa scritta in modo strumentale.

      • esattamente, e lo dimostra anche nel finale della IX sinfonia, che credo di non aver mai sentito cantare veramente bene da tutti e 4 gli interpreti, che o si impiccano o non vanno insieme o stonano…..

  2. Si davvero molto bella quella di Panzera; Kpnis è straordinario, grandissimo cantante grandissima voce, ma non sento la voce di basso (e che basso!), perfettamente aderente a questo ciclo. Sarà che siamo abituati da un estetica ottocentesca e post ottocentesca a sentire la voce dell’ “amoroso” più chiara, ma trovo più adatto un timbro come quello di Panzera. Molto bella anche la versione della Danco che non conoscevo affatto.

    • La versione della Danco è notevole, anche per la presenza di Guido Agosti, uno dei pochi pianisti italiani che abbiano praticato assiduamente il repertorio liederistico.

  3. Eccomi, stasera mi sono dedicato a questo post. Davvero tre versioni fra le quali è difficile scegliere la migliore. Alla Danco voglio particolarmente bene, perché canta nella prima incisione di opera mozartiana che io abbia mai sentito (Le Nozze di Figaro dirette da Kleiber Sr., quando avevo 9 o 10 anni…)…però Kipnis è davvero impressionante. “Ich grolle nicht” mi mette davvero i brividi…

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