Joshua Bell alla Heidelberger Frühling

Foto ©Erik Kabik
Foto ©Erik Kabik

Ad Heidelberg, cittadina tedesca famosa per il suo splendido centro storico, che attira ogni anno migliaia di turisti, e per la sua Università, una delle più antiche della Germania, si tiene dal 1997 la Heidelberberger Frühling, rassegna musicale che in sedici anni di attività ha assunto una posizione di rilievo nell’ ambito dei festival tedeschi per la qualità delle proposte e il livello degli artisti invitati. La principale sede delle serate concertistiche è la Stadthalle, bellissima costruzione che architettonicamente unisce elementi stilistici del Gründerzeit e dello Jugendstil, dall’ acustica davvero eccellente. Il cartellone di quest’ anno presenta nomi di primissimo piano come quelli di Elina Garanca, Daniel Hope, Fazil Say, Grigory Sokolov, Thomas Hampson per una masterclass liederistica e Joshua Bell, che ha scelto la rassegna di Heidelberg come una delle tappe del suo tour europeo alla guida della Academy of St. Martin in the Fields, la celebre orchestra inglese della quale ha assunto recentemente la direzione musicale. Fondato nel 1959 da Sir Neville Marriner, che ne è tuttora presidente a vita, nella chiesa londinese in Trafalgar Square dalla quale ha preso il nome, il complesso ha acquisito negli anni una solida fama internazionale, documentata da oltre 500 registrazioni discografiche spazianti dal Barocco fino alla musica contemporanea, molte delle quali sono autentici must per gli appassionati. Nel progetto iniziale, il gruppo fu pensato come formazione d’ archi che suonavano senza direttore e così rimase fino al 1970, quando Marriner iniziò a dirigere i concerti dal podio. Joshua Bell, nell’ assumere il ruolo di Music Director, dirige dal leggio del Konzertmeister, come appunto accadeva nei primi anni di vita dell’ Academy. Ad Heidelberg, il programma comprendeva due celebri pagine di Beethoven, l’ Ouverture Egmont op. 84 e la Quinta Sinfonia, e il concerto per violino op. 77 di Brahms con Joshua Bell impegnato come solista e direttore. L’ Academy possiede tuttora quella splendida compattezza e lucentezza di suono che sono sempre state tra le sue caratteristiche di base, e Joshua Bell nella sua concertazione sceglie tempi generalmente abbastanza stretti e sonorità trasparenti. Ne scaturisce un Beethoven molto equilibrato, stilisticamente più neoclassico che romantico, davvero attraente per respiro melodico e proprietà di fraseggio orchestrale. Soprattutto l’ esecuzione della Quinta Sinfonia è apparsa davvero trascinante e di eccellente livello.

Foto ©Erik Kabik
Foto ©Erik Kabik

Ma naturalmente il momento più atteso dal pubblico era l’ esecuzione del Concerto di Brahms, nel quale Joshua Bell ha offerto una prova assolutamente superba, che ha confermato una volta di più quello che io personalmente penso da anni di lui, e cioè che si tratta, senza discussioni, del massimo violinista attuale, uno dei pochissimi la cui arte non teme confronti con quella dei grandi esponenti storici dello strumento. L’ incredibile bellezza del suono, la tecnica assolutamente di livello superiore e il fraseggio elegantissimo e aristocratico, caratterizzato da un’ infallibile senso del respiro melodico e della flessibilità agogica, pongono il virtuoso statunitense decisamente una spanna sopra tutti gli altri concertisti attuali. Fin dall’ attacco del primo assolo nel movimento iniziale, Joshua Bell ci ha fatto ascoltare una sensazionale lezione di virtuosismo e musicalità, sfruttando come sempre al massimo le caratteristiche del suo eccezionale strumento, il celebre Stradivari “Gibson” del 1713 già appartenuto a Bronislaw Hubermann. Incredibile, davvero da brividi, l’ esecuzione dell’ Adagio, per la perfezione delle sonorità e della concertazione d’ insieme, con l’ orchestra e il solista che si porgevano reciprocamente una serie di timbri e colori di bellezza suprema. Credo di non aver mai sentito la melodia principale esposta con una tale bellezza di suono e intensità di respiro melodico. Bell, come ho già avuto modo di dire altre volte, fraseggia al violino come un grande cantante, con quella che Stendhal chiamava la “dinamica sfumata”, ossia la capacità di variare in maniera continua e impercettibile il colore e l’ intensità del suono, e la sua classe di interprete di livello assoluto gli consente fraseggi di una cantabilità intensa e ricca di fervore, incredibile per la perfezione del respiro melodico e assolutamente trascinante. Splendida e di altissima classe anche la resa del Finale, per l’ eleganza e la souplesse con cui il virtuoso nativo dell’ Indiana ha risolto tutti i passi virtuosisiticamente impegnativi. Una prestazione davvero sensazionale, destinata a rimanere a lungo nella memoria di quanti erano presenti alla Stadthalle, coronata logicamente da un autentico trionfo di pubblico.

Annunci