Parsifal alla Staatsoper Stuttgart

Foto ©A. T. Schaefer
Foto ©A. T. Schaefer

La Staatsoper Stuttgart ha presentato il secondo spettacolo wagneriano della stagione, una ripresa del controverso Parsifal allestito dal regista spagnolo Calixto Bieito nel 2010. Il motivo principale di interesse era sicuramente costituito dalla direzione di Sylvain Cambreling, da quest’ anno nuovo Generalmusikdirektor del teatro, per la prima volta impegnato alla Staatsoper con una partitura di Wagner. Per il direttore stabile di un teatro tedesco, questo costuisce un passaggio pressochè obbligatorio e infatti Cambreling, dopo questo Parsifal, presenterà nella prossima stagione un nuovo allestimento di Tristan und Isolde. Il maestro francese ha pienamente risposto alle aspettative, con una direzione che va sicuramente annoverata tra le più belle interpretazioni wagneriane degli ultimi tempi. La lettura di Cambreling ha senz’ altro le sue radici nella storica interpretazione di Pierre Boulez, presentata per la prima volta a Bayreuth nel 1966 con la regia di Wieland Wagner e poi nel 2004 con Cristoph Schilengensief. Come Boulez anche Cambreling, nella sua interpretazione, adotta tempi piuttosto mossi rispetto al normale, e infatti il primo atto durava poco meno di un’ ora e tre quarti. Il direttore di Amiens imposta la sua lettura su un suono orchestrale di grande leggerezza e trasparenza, con una splendida varietà di colori e di fraseggio. Un perfetto senso della fluidità e continuità di narrazione, un timbro orchestrale denso e leggero allo stesso tempo, di rara bellezza e ricercatezza di tinte, accompagnamenti di un equilibrio e respiro perfetti. Quella di Cambreling non è una visione tesa e drammatica come quella dell´interpretazione di Manfred Honeck, nelle recite di tre anni fa. Direi piuttosto che la sua visione del Parsifal più che sull´aspetto mistico punta principalmente sul colorismo e sulla sfaccettatura delle tinte, in linea con la visione che di Wagner hanno sempre avuto i direttori francesi. Bellissimo l´impasto di tinte dell´inizio del Preludio, con le tinte orchestrali dispiegantesi in maniera sapientemente graduata sulle note dell´accordo di la bemolle maggiore, e la perfetta espressività del Corale. Fluidissimo il primo atto e perfetta per equilibrio degli spazi sonori e proprietà di tinte la scena della consacrazione del Graal. Ricchissima di colori la scena del giardino di Klingsor, con una splendida sottolineatura delle preziosità armoniche e delle novità di scrittura di cui Wagner ha disseminato queste pagine, con l´orchestra che trascolorava stupendamente dall´atmosfera seducente della scena delle Zaubermädchen alla sensualità lacerata e sofferta della scena tra Parsifal e Kundry. Da manuale l´amosfera di tragedia allucinata e sommessa creata da Cambreling nell´esecuzione del Preludio al terzo atto, e la varietà delle tinte del Karfreitagszauber, così come il perfetto equilibrio e dominio delle architetture orchestrali e corali nel finale, culminante in una strepitosa, vaporosa e leggerissima esecuzione della scena conclusiva. Una direzione di assoluto rilievo e di altissimo livello, resa possibile anche dalla magnifica prova dell´orchestra e del coro della Staatsoper, fantastici dal punto di vista della qualità sonora e della compattezza d’ insieme. Soprattutto il coro, formidabile nello scolpire con straordinaria plasticità di fraseggio le possenti arcate sonore delle due scene del Graal, ha offerto una prestazione che pochissimi complessi vocali odierni potrebbero eguagliare.
Rispetto alle recite del 2010, le novità nella compagnia di canto erano costituite dal grandioso Gurnemanz del basso coreano Attila Jun, dai mezzi vocali imponenti e dal fraseggio solenne, che ha ripetuto la splendida prova data qui in gennaio come Hagen, e dall’ Amfortas scavato e sofferto del baritono Levente Molnar. Ancora una volta splendida la Kundry di Christiane Iven, una delle migliori voci femminili della compagnia della Staatsoper, sicura nel dominare tutte le asperità di scrittura della parte. Anche il tenore americano Andrew Richards ha ripetuto la buona prestazine offerta nelle recite del 2010, delineando un protagonista giovanile e dal fraseggio vario e appropriato, soprattutto nella scena con Kundry al secondo atto. Buona anche la prova di Martin Winkler come Klingsor e quella di Matthias Hölle, veterano dell`ensemble e interprete wagneriano esibitosi nei maggiori teatri d’ opera del mondo, come Titurel. Buone anche tutte le parti di fianco.
Della regia di Calixto Bieito, accolta a suo tempo da dure contestazioni di pubblico e parecchie perplessità da parte della critica, si può solo sottolineare che si tratta di uno spettacolo brutto da vedere, con parecchie cadute di gusto e diversi scivolamenti nella volgarità più smaccata, spesso in aperto contrasto con il clima sonoro della partitura, tanto da costituire a tratti, soprattutto nel primo atto e nel finale, una vera e propria azione di disturbo nei confronti della musica. Siccome sono sempre più annoiato di dover ripetere le stesse cose a proposito delle schizofrenie dei signori registi, mi limiti a citare il commento scritto dopo la prima, nel 2010, dal critico del Badische Zeitung di Karlsruhe: “Doch dann passiert das, was bei Bieito nahezu immer passiert: die barbarische Zerstörung eines Konzepts durch billigen Exhibitionismus”. Tradotto in italiano: “Ma poi accade quello che nel caso di Bieito succede sempre: la barbarica distruzione di un concetto artistico tramite un esibizionismo da quattro soldi”. Molto ben detto, e personalmente sottoscrivo in pieno. Ad ogni modo, questa volta il pubblico ha lasciato passare, tributando accoglienze trionfali a tutti gli esecutori.

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