Osterfestspiele Baden-Baden 2013 – Die Zauberflöte

Foto ©Andrea Kremper
Foto ©Andrea Kremper

Con la prima del nuovo allestimento di Die Zauberflöte si è ufficialmente aperta la prima edizione dell’ Osterfestspiele dei Berliner Philharmoniker al Festspielhaus di Baden-Baden, davanti a un pubblico di appassionati provenienti da ogni parte d’ Europa. L’ acquisizione di una rassegna di tale importanza costituisce per il Festspielhaus di Baden Baden un titolo di marito di altissimo valore, a coronamento di 15 anni di attività che hanno imposto il teatro della cittadina turistica nel Baden ai vertici assoluti del panorama musicale internazionale. Come ben si sa, i Berliner Philharmoniker decisero un paio di anni fa, in seguito a una brutta storia di irregolarità amministrative, di portar via da Salzburg la loro rassegna pasquale, istituita nel 1967 da Herbert von Karajan. La Kulturstiftung Festspielhaus Baden-Baden che, va ricordato, è un’ istituzione totalmente gestita, finanziata e amministrata da privati e in questo costituisce un assoluto unicum nel mondo musicale tedesco, si fece avanti immediatamente, offrendo di assumersi tutta la gestione logistica e amministrativa della rassegna. Una sfida raccolta davvero al meglio, a giudicare dal cartellone comprendente più di 40 manifestazioni, con splendide iniziative collaterali rivolte ai giovani e alle scuole e il coinvolgimento di tutti gli spazi teatrali che la città può offrire. I Berliner Philharmoniker hanno sottoscritto un primo accordo per cinque edizioni, fino al 2017, e in questi giorni è già stato pubblicato il cartellone completo dell’ edizione 2014, incentrato su una nuova produzione di Manon Lescaut , la Johannespassion di Bach messa in scena da Peter Sellars e concerti diretti da Sir Simon Rattle e Zubin Mehta, con la presenza di Anne Sophie Mutter, Sol Gabetta e Yefim Bronfman come solisti.

Foto ©Andrea Kremper
Foto ©Andrea Kremper

Il principale motivo di interesse, che ha reso famoso l’ Osterfestspiele tra gli appassionati di musica di tutto il mondo, è quello di poter sentire i Berliner Philharmoniker impegnati ad eseguire un’ opera nel golfo mistico. Per chi non ha mai fatto questa esperienza dal vivo, bisogna dire che si tratta di qualcosa difficilmente descrivibile a parole. Ci vorrebbero due o tre articoli, infatti, per parlare di come la straordinaria orchestra berlinese sia riuscita anche in questa occasione a esibire un fantastico, inesauribile caleidoscopio di colori e dinamiche. Sir Simon Rattle sfrutta il fantastico strumento che ha a disposizione per disegnare Die Zauberflöte come una fiaba sonora dalle tinte lievi, aeree e trasparentissime. A partire dai tre celebri accordi di mi bemolle maggiore che aprono l’ Ouverture, i quaranta elementi dell’ orchestra diretta da Rattle si sono imposti come protagonisti assoluti della serata, in un continuo susseguirsi di preziosità strumentali come pochissime volte è dato di ascoltare nelle esecuzioni teatrali del capolavoro mozartiano. Perfettamente all’ altezza del livello orchestrale anche la meravigliosa prova del Rundfunkchor Berlin diretto da Simon Halsey, dalla morbidezza e omogeneità di suono assolutamente ideali. Un Mozart cesellato nei minimi particolari e una lettura impeccabile per passo teatrale, scorrevolezza narrativa ed equilibrio d’ insieme.

Per quel che riguarda la compagnia di canto, non c’ è dubbio che gli elementi a disposizione fossero quanto di meglio il panorama internazionale può offrire al giorno d’ oggi. Purtroppo, è altrettanto vero che la prova complessiva del cast, comunque molto omogeneo e privo di defaillances evidenti, rappresentasse un ritratto abbastanza impietoso dello stato attuale della vocalità mozartiana e operistica in genere, se pensiamo al fatto che la voce la quale letteralmente, nei suoi brevi interventi, sovrastava tutte le altre per proiezione e risonanza in sala era quella dello Sprecher di Josè Van Dam, settantunenne e ufficialmente ritirato da quattro anni. Venendo a esaminare le varie prestazioni individuali, Pavol Breslik è stato un Tamino non mancante di morbidezza e buon legato, ma anche scarso di consistenza nel mostrare il lato eroico del personaggio. Kate Royal ha cantato Pamina con buona linea e correttezza di fraseggio, ma senza mostrare nulla di interpretativamente interessante. Il basso Dimitry Ivashchenko, interprete di Sarastro, avrebbe autorevolezza scenica e mezzi vocali molto interessanti, purtroppo mal serviti da un’ impostazione tecnica che rende la voce ingolata e bassa di posizione. Ana Durlovsky, uno degli elementi di punta dell’ ensemble della Staatsoper Stuttgart, ha sostituito l’ annunciata Simone Kermes, costretta a dare forfait per problemi di salute durante le prove, come Königin der Nacht, un ruolo che ha già interpretato in diversi teatri importanti, e ha offerto una prova assai onorevole per precisione di coloratura, sicurezza tecnica e di intonazione e musicalità. Il pubblico l’ ha salutata con un paio di fischi alle uscite finali, e sinceramente non se ne è capita la ragione. Vocalmente e scenicamente spigliato e vivace il Papageno di Michael Nagy, cantante spesso presente da queste parti anche in ambito concertistico, non dotato di mezzi vocali straordinari ma molto intelligente e interprete sempre scrupoloso. Annick Massis, Magdalena Kozena e Nathalie Stutzmann componevano un terzetto di Damen assai omogeneo. Bravo anche James Elliott nei panni di Monostatos.

Veniamo adesso alla parte scenica, firmata da Robert Carsen e accolta, va detto, con parecchia perplessità da quasi tutta la stampa tedesca, che ha sottolineato soprattutto la mancanza evidentissima, da parte del regista canadese, di una chiave di lettura personale. Per quel che si è visto, Carsen si è limitato ad assemblare una serie di banalità, molte delle quali neanche tanto originali. Il primo rilievo che va fatto è l’ assoluta mancanza di evidenziazione dei due mondi contrapposti su cui la vicenda si basa. La Königin der Nacht veste un tubino nero da cocktail, le Damen indossano abiti da lutto e gli adepti della setta di Sarastro sono paludati nei classici cappottoni neri da Regietheater d’ ordinanza. Papageno, invece, è abbigliato da homeless metropolitano, come già visto in decine di altre produzioni. All’ inizio dell’ opera, un gruppo di figuranti si dispone lungo tutta la pedana che circonda la buca orchestrale e assiste in silenzio all’ esecuzione dell’ Ouverture. La scena, che di base è un bosco e cambia continuamente grazie ai video di Martin Eidenberger, mostra un mondo superficiale e uno sotterraneo, messi in comunicazione tra loro da una serie di tombe aperte. Anche le prove iniziatiche hanno a che fare con la morte, e perfino la vecchia Papagena è raffigurata come uno scheletro vestito da nozze.

Foto ©Andrea Kremper
Foto ©Andrea Kremper

Sinceramente, uno spettacolo tecnicamente ben fatto ma brutto da vedere, ripetitivo, senza tensione narrativa e in parecchi punti decisamente noioso. Dopo il fallimentare Don Giovanni scaligero del dicembre 2011, una prova che conferma l’ assoluta estraneità di Carsen al mondo teatrale mozartiano, oltre che l’ ennesima dimostrazione dell’ afasia espressiva di cui è ormai divenuta preda un’ avanguardia teatrale che, dopo essere diventata istituzione, è capace ormai solo di produrre banalità. Vogliamo dirla tutta? Rispetto al capolavoro di tecnica narrativa, senso del teatro e sagacia nella caratterizzazione dei personaggi di cui Peter Konwitschny ha dato dimostrazione nella sua celebre lettura della Zauberflöte allestita alla Staatsoper Stuttgart e ripresa con grande successo pochi mesi fa, questo spettacolo di Carsen fa una ben misera figura. Ad ogni modo, la prova superlativa dei Berliner valeva da sola il prezzo del biglietto, e il pubblico ha dimostrato di pensarla proprio in questo modo, visto che gli applausi finali sono stati cordiali per tutti ma l’ unica autentica ovazione trionfale è andata a Sir Simon Rattle e ai suoi strumentisti, come era logico e giusto che fosse.

Annunci