Tosca alla Staatsoper Stuttgart

Foto ©A. T. Schaefer
Foto ©A. T. Schaefer

Tra i meriti da attribuire alla nuova direzione della Staatsoper Stuttgart, uno dei più importanti è sicuramente quello di avere riallacciato i rapporti con alcuni artisti che avevano scritto pagine significative nella storia recente del teatro. Tra questi, il nome di maggior spicco è quello di Catherine Naglestad, la cantante statunitense che per anni era stata la star dell’ensemble e che qui ha gettato le basi di una carriera internazionale ricca di successi. Dopo la ripresa di Norma in dicembre, la Naglestad ha riproposto il ruolo di Tosca, una delle sue interpretazioni più apprezzate dal pubblico di Stuttgart, nell’ allestimento creato per lei da Willy Decker nel 1998. Uno spettacolo amatissimo dal pubblico e che ha quasi raggiunto le cento repliche, un perfetto esempio di come si possa impostare una regia moderna senza stravolgere e violentare il testo. Come in tutte le sue produzioni, Willy Decker racconta la storia con mezzi semplicissimi. Su un palcoscenico nero sono collocati pochi oggetti: una grande statua della Madonna e il ritratto della marchesa Attavanti a simboleggiare la basilica di Sant’ Andrea della Valle nel primo atto, un lungo tavolo stile Impero nel secondo e nel terzo un’ apertura nel fondale, delimitata da un parapetto. A differenza del totale nonsenso scenico e drammaturgico  visto nel Nabucco di pochi giorni orsono, qui ogni oggetto ha un suo preciso ruolo nello svolgimento della vicenda, che scorre fluida e senza forzature grazie anche a costumi ben scelti, a un bellissimo gioco di luci e a una recitazione perfettamente calibrata e priva di cadute di gusto. Una regia che si pone al servizio della musica e non delle elucubrazioni mentali del regista come avviene quasi sempre nel cosiddetto Regietheater e che soprattutto riesce ad essere raffinata e allo stesso tempo di facile comprensione per il pubblico. E questo, credo è il miglior complimento che si possa fare a Willy Decker, se penso ai tanti spettacoli visti sulle scene tedesche nei quali il pubblico si trova spiazzato dal trovarsi di fronte a una storia completamente diversa da quella a cui era preparato ad assistere. Del resto, Decker possiede una preparazione musicale ed ha studiato canto, quindi è in grado di impostare lo spettacolo partendo da una comprensione della partitura che a molti registi moderni, provenienti dalla prosa e che spesso lavorano addirittura solo sulla base delle traduzioni dei libretti, di solito sfugge. Nel caso in esame, abbiamo una produzione che dopo quindici anni non ha perduto nulla della sua efficacia teatrale e continua a proporsi come autentico modello nel suo genere.
In questo contesto, Catherine Naglestad ha riproposto con esiti eccellenti la sua interpretazione di Tosca, applaudita oltre che qui anche in teatri di primo piano come Dallas (dove questo ruolo le valse nel 2006 il “Maria Callas Award” per il miglior debutto dell’ anno negli Stati Uniti), Londra, Vienna, Orange (spettacolo trasmesso in diretta tv su France 2) e recentemente Zurigo. Da diversi anni ritengo che il soprano californiano sia una delle migliori voci della nostra epoca e trovo incomprensibile il fatto che sia praticamente sconosciuta al pubblico italiano. La sua Tosca rimane anche oggi assolutamente esemplare, per la voce che risuona sempre perfettamente proiettata, con note acute squillanti e timbratissime come il do su “Io quella lama” un assoluto esempio di come debba risuonare un acuto nella giusta posizione, e un fraseggio che nel corso degli anni si è arricchito di sfumature e di maturità interpretativa. Un’ interpretazione di altissimo livello, sia vocale che scenico, da parte di un’ artista che, giunta alla soglia dei cinquant`anni, può sicuramente dire ancora cose importanti. Negli ultimi anni Catherine Naglestad si è accostata anche al repertorio wagneriano, prima come Senta ad Amsterdam e poi come Brünhilde nel Siegfried alla Bayerische Staatsoper di Monaco, in entrambi i casi con grande successo di pubblico e di critica. A questo punto, attendo con molta curiosità il suo debutto come Sieglinde, sempre ad Amsterdam alla fine di aprile, e quello nel ruolo di Elsa, al Real di Madrid nell’ aprile 2014.
Come Cavaradossi in questa ripresa abbiamo ascoltato il giovane tenore italiano Andrea Carè, uscito dalla scuola del Conservatorio di Torino e prefezionatosi con Raina Kabaivanska e Luciano Pavarotti. Una bella voce, senza dubbio, ma ancora afflitta da qualche squilibrio, soprattutto nelle note acute che suonano troppo spinte e forzate, oltre che qualche volta di tenuta problematica. Un problema su cui il cantante dovrebbe lavorare prima che diventi irrisolvibile. Ne varrebbe la pena, perchè la musicalità c’ è ed anche una certa classe nel porgere la frase. Il baritono americano Scott Hendricks è stato uno Scarpia di buon livello. La voce non è nè molta nè di primissima qualità, ma il cantante è sembrato attento nell’ amministrarla e consapevole nel fraseggio, in una interpretazione abbastanza raffinata e sottile e senza tutti quegli eccessi truculenti spesso sfoggiati da molti interpreti del ruolo.
La direzione di Marko Letonja non brillava certo per caratteristiche particolarmente originali, ma era comunque molto attenta nell’ amministrare le sonorità e scrupolosa negli accompagnamenti al canto e nella coordinazione dell’ insieme. Come sempre quando Catherine Naglestad ritorna qui da noi, il teatro era gremito, con una folta presenza di pubblico giovane, e il successo è stato vibrantissimo.

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