Nabucco alla Staatsoper Stuttgart

Foto ©A. T. Schaefer
Foto ©A. T. Schaefer

Come omaggio all’ anniversario verdiano, la Staatsoper Stuttgart ha dedicato il terzo nuovo allestimento di questa stagione al Nabucco, che qui non veniva rappresentato dal 1964. Opera amatissima dal pubblico tedesco, che la considera un vero e proprio simbolo del melodramma italiano, e infatti le tredici repliche previste di questo spettacolo hanno fatto registrare il tutto esaurito con diverse settimane di anticipo. Musicalmente, il buon esito della serata era garantito dalla presenza sul podio di Giuliano Carella. Conosco da molti anni questo direttore, e l’ ho sempre ritenuto un musicista competente ed esperto, una delle migliori bacchette italiane attive in campo operistico. Probabilmente è proprio per questo che Carella lavora quasi sempre all’ estero, mentre i podi dei teatri italiani anche di alto livello ospitano spesso direttori che sarebbero buoni al massimo per fare i maestri sostituti. Il direttore milanese è stato invitato alla Staatsoper per la sua prima nuova produzione dopo il grande successo personale ottenuto lo scorso anno nella ripresa di Luisa Miller, e anche in questo caso la sua prova è stata davvero di alto livello. Una direzione vibrante, appassionata, perfetta nell’ alternare momenti di veemenza nelle pagine eroiche e bellissime sfumature nei momenti lirici, oltre che nell’ evidenziare al massimo le numerose raffinatezze della scrittura strumentale verdiana e il legami col mondo belcantistico e rossiniano presenti in molte pagine della partitura. Fin dalla Sinfonia, condotta in maniera incisiva ed efficacissima, si è avuta la sensazione di trovarsi di fronte a una lettura perfettamente verdiana nello spirito e stilisticamente azzeccatissima. Una prestazione di notevole livello, perfettamente assecondata dalla magnifica esecuzione che i complessi della Staatsoper hanno fornito. In particolare, splendida la prova del coro diretto da Johannes Knecht, la cui esecuzione del celebre “Va pensiero” è stata di un livello che pochi complessi odierni possono eguagliare. Ma anche in tutto il resto dell’ opera, il coro della Staatsoper si è imposto come autentico protagonista della serata.
Per quanto riguarda la compagnia di canto, la prova più significativa è stata senz’ altro quella del basso Liang Li, uno dei migliori elementi della compagnia della Staatsoper, che ho già avuto modo di lodare in diverse occasioni per il suo impeccabile professionismo e la versatilità nell’ affrontare ruoli diversissimi tra loro. Anche come Zaccaria, Lian Ling ha cantato con buona linea, fraseggio adeguato e belle sfumature dinamiche. Brava anche Diana Haller, il giovane mezzosoprano croato considerta una delle giovani voci più promettenti dell’ ensemble, che ha dato un bel rilievo al ruolo di Fenena evidenziando una voce ben controllata e flessibile nelle dinamiche. Anche Atalla Ayan, tenore brasiliano da poco entrato a far parte della Staatsoper e che già era stato un interessante Don Ottavio l’ estate scorsa, ha dato una prova convincente nella parte di Ismaele. Buone anche le parti di fianco, con una citazione particolare per il giovanissimo soprano russo Maria Koryagova, che ha esibito una voce fresca e interessante.
Per quanto riguarda gli altri due interpreti dei ruoli principali, il discorso si fa più complesso. Il soprano inglese Catherine Foster, una delle cantanti wagneriane emergenti del momento, che l’ estate prossima sarà Brünhilde nel nuovo allestimento del Ring a Bayreuth, e che qui impersonava Abigaille, possiede mezzi vocali senza dubbio notevoli per ampiezza e robustezza, ma la voce è innegabilmente divisa in tre: una prima ottava che spesso suona vuota e sguaiata perchè la voce non gira nel passaggio inferiore, un centro di buona risonanza fino al sol-la bemolle e note acute spesso fisse e fischianti perchè forzate e spinte all’ eccesso. Stando così le cose, i momenti più convincenti della sua esecuzione si sono avuti nelle pagine liricheggianti come l’ aria del secondo atto e la scena della morte, mentre nelle molte pagine in cui la scrittura del ruolo si fa veeemente e aggressiva la voce suona mal controllata forzata e dura. Da aggiungere a tutto questo anche alcuni slittamenti di intonazione, in particolare uno abbastanza clamoroso nel terzetto del primo atto. Il baritono statunitense Sebastian Catana è stato un protagonista abbastanza alterno, per motivi simili. La voce è di timbro gradevole nei centri, ma tende ad appannarsi nelle note acute, anche in questo caso per un’ emissione troppo forzata. In “Tremin gli insani” il cantante è costretto a spianare sfumature e forcelle, nei momenti in cui dovrebbe emergere l’ autorità regale di Nabucco il fraseggio non riesce mai a essere grandioso come Verdi esigerebbe. Discreto il “Dio di Giuda”, ma carente di autentica emotività.
Giunti a questo punto, dovrei parlare della regia. Se ci fosse stata una regia, perchè da quanto si è visto sulla scena io sinceramente non me ne sono accorto. Il giovane regista austriaco Rudolf Frey, seguendo i dettami del Regietheater che impongono di “destoricizzare” e “contestualizzare”, tanto per usare il linguaggio dei critici impegnati, ha semplicemente ignorato il problema di raccontare la vicenda teatrale. Su uno sfondo scenografico spoglio e insignificante, con le solite luci al neon ridotte al banale gioco da sopra-da sotto, il coro sembrava spesso muoversi completamente a caso (la scena iniziale, sullo sfondo della scena vuota, sembrava davvero una prova musicale di quelle che si fanno all’ inizio della preparazione) e la recitazione dei cantanti era ridotta alle solite quattro banalità già viste e riviste, con qualche trovatina ogni tanto, di quelle prese dalle coreografie di uno show televisivo di terz’ ordine. Vedasi a proposito i boys con le piume in testa tipo show del Lido di Parigi durante la scena di Abigaille al secondo atto, i coristi che ballano a tempo di musica durante le cabalette di Zaccaria e Nabucco e il trattamento da avanspettacolo riservato a Ismaele, vestito da hipster con gli occhiali, e al Gran Sacerdote di Belo, trasformato chissà perchè in un presentatore tv dalle movenze marcatamente effeminate. In complesso uno spettacolo noioso, privo di gusto e brutto da vedere, che come al solito disturbava non poco la parte musicale invece di sostenerla. Il pubblico, in questa circostanza, ha lasciato passare, tributando calorosi consensi al direttore, al coro e a tutti i solisti e accogliendo l’ entrata in scena del team registico con un freddo applauso di cortesia. Foto A.T.Schaefer © Staatsoper Stuttgart

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