Guido Manacorda – Prefazione a “I Maestri Cantori”

Oggi ricorre il centotrentesimo anniversario della morte di Richard Wagner. Aggiungo ai documenti relativi all’ arte del Maestro questo saggio sui “Meistersinger von Nürnberg” di Guido Manacorda (1879 – 1965), il grande germanista  autore di quella che rimane fino ad oggi la più autorevole traduzione italiana dei drammi musicali wagneriani.

Entro le nere mura della città libera e turrita, s’ agita un popolo vigile e gaio, intento a traffici e ad industrie, aperto alle arti, benevolo agli studi. Nei giorni di festa è un grande accorrere di folla sotto le arcate dei templi romanici fioriti di gotico; ma, giunta la nuova stagione, è anche un variopinto brulicare e sciamare per i verdi prati, percorsi dalla Pegnitz cerula, che fanno corona alla città. Vita prospera e tranquilla – anche se negli stretti vicoli, dove s’addensa il popolo minuto, via via s’accenda qualche baruffa o tumulto, subito spento e disperso dall’apparire del prudente Stadtwächter – contesta di gioie un poco grasse, di orgogli un poco angusti, di contrasti un poco borghesucci, ma illuminata ancora dalla gran luce di Alberto Dürer, ma ancora percorsa tutta da fremiti di canti. Rivive nelle aule accademiche il carme d’ Orazio, di Virgilio, di Catullo; nelle penombre austere delle absidi si effondono corali superbi; di ben tessuti versi e di accorte melodie risuona la Stube, dove s’ accoglie la nobile corporazione dei Maestri Cantori.

Le origini dei Maestri Cantori (Meistersinger) risalgono al primissimi del secolo XIV; la tradizione ne fa fondatore Heinrich von Meissen detto il Frauenlob, in Magonza nel 1311. E la borghesia, anzi l’artigianato addirittura, che accoglie dai cortigiani Minnesinger la tradizione poetica, sottoponendola, con spirito alquanto grottescamente conservatore, alle leggi della ‘Tabulatur’. Ma nelle pure notti estive, come fiori sullo stelo dritti e aperti a bevere la rugiada, s’ innalzano verso le stelle le dolci serenate, e le accompagnano i liuti singhiozzando e sospirando; ma nell’ oscuro vico di Cappadocia Hans Sachs, calzolaio e poeta, scandisce Lieder e scherzi di saggezza tra maliziosa e bonaria, a colpi di martello. Norimberga, Norimberga, chi dirà mai il tuo vecchio incantesimo – incantesimo di angeli trasmigranti a mani giunte nel purissimo etere azzurro, incantesimo di elfi ridacchianti tra il fogliame viscido di alghe fluviali – se non forse l’ anima mite e pura ed il cuore traboccante di Enrico Wackenroder, se non sicuramente gli archi sussurranti e i legni sospiranti e i cantanti metalli dell’ «abisso mistico» wagneriano?
Wagner, superati e vinti i più forti marosi della vita, s’ avvia ormai a gran forza di remi verso la Heimat, verso il porto ed il focolare non più lontani. La vita per lui è certamente sempre ed ancora rinunzia; ma non più inconsapevole naufragio nel vaporoso ondeggiante oceano tristaniano, bensì consapevole lavacro nel chiaro fiume della ‘deutsche Heiterkeit’: di quella serenità tedesca «contesta di semplicità aurea, di amore profondo, di contemplazione sentimentale su di una trama d’astuzia», che fu di Lutero e Beethoven. Questo lo spirito del nuovo dramma. Nel quale, è vero, l’umorismo piega spesso verso il plebeo e talvolta quasi verso il ripugnante, e l’azione qua e là sonnecchia non raramente costretta nei freni della fedeltà storica e della realtà quotidiana (Nella «seduta» dei Maestri Cantori del primo atto, nella prima metà del secondo atto, meramente descrittiva, nella prima scena del terz’ atto, ecc.); e il riso pare non raramente caricato e forzato (Censura e serenata di Beckmesser, rispettivamente nel primo e second’ atto) e l’ amore rugiadoso e provincialetto; ma dal quale prorompe anche una florida volontà di vita ed un senso di sanità gagliarda, nutrita dei migliori succhi della tradizione. Goethe aveva dato in isposa a Faust Elena, regina greca; Wagner dà in isposa a Walther Eva, borghesuccia norimberghese; ma dall’ aulica unione goethiana nasce Euforione di corta vita; dall’ unione paesana di Wagner – il dramma non lo dice, ma lo lascia facilmente indovinare (Ich lieb’ ein Weib und will es frei’n, / mein dauernd Eh’ gemahl zu sein, dice saggiamente Walther (v. 1986-7); e Sachs gli risponde svelandogli i misteriosi rapporti tra i canti dei maestri ed il fecondo matrimonio) – nascerà invece una stirpe ben radicata alla terra, esperta di simposii e di canti, viva e vitale: stirpe incontaminata e tedesca.
Perchè veramente tutto nei Maestri Cantori è tedesco: tedesco lo sfondo e il costume; tedesco il Minnesang immaginoso e cavalleresco spregiato dai Maestri; tedesco il Meistergesang rude e costretto, spregiato da Walther; tedesca la ghiottoneria amorosa di Davide, tedesca la sentimentalità di Maddalena odorante pingui salsiccie e rigovernatura di piatti; tedeschi la civetteria, l’apprensione borghese, il pesante abbandono di Eva, eccellente bambinona ormai matura alla fecondità delle nozze ed alle mansioni di ‘Wirtin’. La psicologia di Eva è tutta chiusa nelle sue civetterie con Sachs (v. 1084 e segg.; 2425 e segg.), e nella veramente sincera esclamazione del second’ atto: «Mio Dio che fatica ci vuole con questi uomini!»; tedesco l’ orgoglio sventato e feudale di Walther, che tiene la corona dell’ alloro poetico infilata sulla punta della spada; tedesco l’ orgoglio posato e corporativo dei Maestri, i quali credono in buona fede di conservare nel miglior modo la tradizione poetica chiudendola a chiave nelle casseforti della ‘Tabulatur’. Ma tedeschi sopratutti Beckmesser e Sachs; l’ uno, nella pedanteria inesorabile d’un ufficio guastamestieri; l’ altro, nel cuore grosso e aperto, nella moralità tenace sotto lo scherzo indulgente, nella amara e sconsolata rinunzia sotto il riso canoro della gran bocca spalancata cime per mangiarvi.
È stata affermata più volte la parentela del Sachs dei Maestri, così col re Marco del Tristano – sebbene della sua triste sorte il calzolaio-poeta non intenda minimamente farsi partecipe – come col Wotan della Tetralogia: personaggi di rinunzia, indubbiamente, e gli uni e l’ altro. Ma sotto gli uni e sotto l’ altro, è, ancora una volta, Wagner, e, nello sfondo, ancora una volta, il ricordo doloroso e cocente dello spezzato suo amore per Mathilde Wesendonck: Wagner grossolano e bonario, irascibile e generoso, sentimentale e vendicativo, grande poeta ed umile artiere; ma sopratutto di dentro e di fuori, nell’ anima e nel costume, ‘vom Scheitel bis zur Sohle tedesco’. Chi non ama la Germania – intendo la vecchia Germania da Lutero, Hutten e Melantone a Kant, Fichte e Beethoven, chè della nuova, da Heine in poi, altro si dovrebbe dire, e della nuovissima non si sa davvero che giudicare o presagire – non legga e non vada a sentire i Maestri Cantori, o si accontenti della addomesticata riduzione francese. Nella versione ritmica francese l’accenno alla falsa ‘welsche Majestät’ è stato soppresso, e nella rappresentazione all’Opéra, dopo la terza sera, fu soppresso addirittura tutto il discorso di Sachs. Perchè una cosa principalmente insegna il dramma, sorretto da una smisurata eloquenza musicale: che noi latini siamo ‘Tändelei e falsche Maiestät’, vale a dire frivolezza ed orpello; laddove onore, onestà, semplicità, pensiero e poesia profonda, non sono da trovare che in terra germanica. O non cantava così anche il vecchio Walther von der Vogelweide, il cui spirito e la cui figura rivivono nel giovine Walther del dramma wagneriano? «Assai paesi ho visitato e volentieri coi migliori ho avuto commercio. Mi colga il malanno, se mai mi fu possibile piegare il mio cuore a che bene gli piacesse straniero costume. Ora a che gioverebbe, se io a torto tenzonassi? Costume alemanno eccelle sopra ogni altro straniero. Gli uomini di Lamagna son gente costumata e le donne fatte, in verità, a sembianza d’angeli. Chiunque le offenda, costui s’inganna a partito, nè io posso intendere di lui altrimenti. Virtù e puro amore, chiunque voglia farne ricerca, deve venire al nostro paese. Qui è grande letizia. Che io vi possa vivere a lungo.»
Nel nuovo dramma, a cui Wagner intese dare e conservare impronta nettamente popolaresca, il verso allitterativo del Tristano e della Tetralogia ha ceduto luogo al verso tradizionale giambico a rima sorda, di diversa misura. Verso, a dire il vero, tutt’ altro che fluido, e per le asprezze, i grovigli e le inaudite licenze, tendente quasi sempre a cadere nella prosa parlata. Ma i due ‘bar’ (‘Probelied’ e ‘Preislied’ di Walther) condotti a punto secondo le intricate e sapienti regole dei Maestri, dimostrano una volta di più, se ve ne fosse ancora bisogno, di quale prodigiosa facoltà assimilatrice fosse dotato lo spirito di Wagner. Arcaismi, dialettismi, gergo artigianesco e plebeo, costruzioni di inimaginabile arditezza, dànno all’espressione poetica insuperabili effetti di chiaroscuro e di colore. Quando verrà l’ accorto glottologo, che abbia tempo e voglia di tuffare le mani in quell’inesauribile scrigno?
Come pura «creazione» musicale, i Maestri Cantori sono certo da considerare tra le opere wagneriane più ricche ma non tra le più varie. Comunque, i motivi principali e fondamentali cito tra i principalissimi e fondamentalissimi, il motivo dei Maestri Cantori, dell’ Arte, dell’ Amore, dell’ Allegria popolare, della Follia o Rinunzia sono dotati di così ampio, così profondo, così luminoso-respiro, che non è possibile non restarne presi e come trasportati in orizzonti senza confini. Strettamente fedele alla dottrina del ‘Wort-ton-drama’, il dramma musicale mira, non alla descrizione esteriore, nè all’espressione lirica del canto svuotata del suo contenuto universale ed umano; ma alla rappresentazione dell’idea pura, nel concorde, indissolubile, triplice travaglio del gesto, della poesia e della musica. Che l’ aspirazione sia stata sempre ed ovunque realizzata – il dramma musicale risente, a me sembra, qua e là della lentezza e pesantezza del dramma poetico – sarebbe forse temerario affermare. Ma dove pure l’ energia creativa sembra un poco affievolirsi, è così sapiente, così profondo magistero tecnico, e così robusta e densa e varia e mirabile tessitura sinfonica, che il godimento varia di specie, non di profondità.

Guido Manacorda 

Prefazione a I Maestri Cantori di Norimberga, testo riveduto e con traduzione italiana a fronte. Firenze, Sansoni Editore, 1923.

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