Die Zauberflöte alla Staatsoper Stuttgart

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Foto A.T.Schaefer © Staatsoper Stuttgart

Come ultimo titolo dell’ anno, la Staatsoper Stuttgart ha scelto di riproporre l’ allestimento di Die Zauberflöte firmato da Peter Konwitschny.Una produzione risalente al 2004 che fu uno dei più grandi successi della gestione di Klaus Zehelein, Intendänt sotto la cui guida la Staatsoper venne più volte premiata dalla critica come migliore teatro lirico tedesco. Il pubblico ha sempre tributato grandi consensi a questo spettacolo, che con la recita di sabato sera ha raggiunto le 65 repliche. Devo dire che, come italiano, non finisce di stupirmi la quantità di pubblico giovane che interviene regolarmente alle recite della Staatsoper. In questa occasione, il teatro era addirittura pieno di gente che aveva portato con sè i bambini ed era un vero spettacolo nello spettacolo osservare questi piccoli spettatori che seguivano attentamente la storia e ridevano di cuore alle battute di Papageno. Il confronto col formalismo ingessato delle mummie che costituiscono la maggioranza del pubblico operistico italiano non potrebbe essere più impietoso. Naturalmente, il pubblico si è divertito perchè la messinscena di Peter Konwitschny, pur appartenendo allo stile del Regietheater, era scorrevolissima e di immediata comprensione. Del resto il regista, una delle icone del mondo teatrale tedesco, figlio del leggendario direttore d’ orchestra Franz Konwitschny, è tra i pochi nel suo campo a conoscere bene la musica anche a livello tecnico e i suoi spettacoli, anche quelli che forzano la drammaturgia in modo forte, non vanno mai contro le ragioni musicali della partitura.

In questa messinscena del Singspiel mozartiano, Konwitschny si limita semplicemente a raccontare la storia in modo logico e scorrevole, pur nella ambientazione trasposta in epoca contemporanea. Sullo sfondo di una scena spoglia, con pochissimi elementi, la favola mozartiana scorre con un ritmo teatrale arricchito da trovate che si rivelano molto divertenti. Tra esse, l’ uso dei video per sottolineare alcuni momenti topici. L’ aria del ritratto ” Dies Bildnis ist bezaubernd schön” è cantata da Tamino davanti a uno schermo sul quale scorre il film della cerimonia nuziale di Carlo e Lady Diana, la Regina della Notte durante la sua prima aria è ripresa da una delle Dame tramite una videocamera con lo zoom che progressivamente arriva fino a inquadrare le corde vocali e durante le prove del fuoco e dell’ acqua nel Finale viene proiettato un video in bianco e nero che mostra la vita di un uomo dal momento della nascita a quello della morte. Naturalmente nella lettura di Konwitschny un ruolo centrale è giocato dal personaggio di Papageno, che si scatena in una serie di gags alle quali il pubblico infantile reagiva, come ho detto, con sonore e sincere risate, fino a eseguire l’ aria “Ein Weibchen oder Mädchen” sotto le luci di un set televisivo. Più che l’ aspetto mitico, al regista interessa il lato umano dei personaggi. La Regina della Notte è vista come una donna che sfoga la sua depressione nell’ alcool, la bonomia di Sarastro è rotta da atteggiamenti di fredda crudeltà, Pamina è vestita come una ragazza post-punk in jeans e muscle t-shirt neri. Personalmente, ho trovato irresistibile la scena di apertura del secondo atto, con l’ assemblea dei Sacerdoti risolta come un meeting politici internazionale nel quale gli oratori parlano ognuno nella propria lingua, tradotti da un interprete simultaneo. Interessante è anche il modo in cui Konwitschny risolve la scena finale, con la Regina della Notte, le Dame e Monostatos che vestono gli stessi abiti dei membri della setta del Tempio, in questo modo accettando la loro integrazione in quella che il regista ha definito “Die Diktatur des Guten”. In definitiva, uno spettacolo godibilissimo e un perfetto esempio di come si possa fare teatro odierno senza massacrare gli aspetti musicali di un’ opera. Tra l’ altro va sottolineato come Konwitschny non costringa mai i cantanti a recitare assumendo posizioni innaturali, stesi per terra o contorcendosi in simulazioni sessuali di dubbio gusto, come tanti suoi colleghi odierni.

Dopo tante decine di repliche, la messinscena scorre in modo perfettamente rodato anche nel caso di una distribuzione del cast totalmente rinnovata, come in questo caso. In questa ripresa tutti i ruoli erano ricoperti da membri stabili dell’ ensemble della Staatsoper, senza alcuna presenza di artisti ospiti, e il cast ha dato prova di un’ eccellente compattezza d’ insieme. Nei ruoli principali, le prove migliori sono state quelle degli interpreti di Sarastro e della Regina della Notte. Il basso cinese Liang Li, uno degli elementi più interessanti della compagnia, ottimo professionista e interprete di grande versatilità che alla Staatsoper si è fatto apprezzare in tanti ruoli diversissimi tra loro come Ramfis König Marke, Brogni, Raimondo, Gurnemanz e il Conte Rodolfo, ha cantato con bella autorevolezza, ottimo legato e fraseggio incisivo. Il soprano giapponese Yuko Kakota, anche lei da diversi anni alla Staatsoper, ha affrontato il ruolo della Regina con eccellente sicurezza tecnica, mostrando un registro acuto sicuro e disinvolto e un’ ottima sicurezza nelle agilità. Di livello lievemente inferiore la coppia degli innamorati. Il tenore ungherese Gergely Németi ha una voce di buon timbro e discreto spessore, ma il registro acuto presenta diverse durezze e fissità che a volte compromettono il fraseggio e il legato. Il giovane soprano sudafricano Pumeza Matshikiza, da poco entrata a far parte dell’ ensemble, ha mezzi vocali interessanti ma ancora da rifinire a livello tecnico, e la voce è spesso fuori posizione. Di ottimo livello il terzetto delle Dame, formato da Catriona Smith, una delle voci storiche della compagnia della Staatsoper, Lindsay Ammann e dal giovane mezzosoprano croato Diana Haller, un prodotto della Musikhochschule Stuttgart, considerata una delle voci più promettenti dell’ ensemble del teatro. Autorevole anche la prova di Motti Kastón, un altro veterano della Staastoper, come Sprecher, purtroppo costretto a farsi sostituire nel secondo atto da Kai Preußker. Davvero magnifico il Papageno del giovane André Morsch, baritono nativo di Kassel, dalle verve scenica irresistibile e interprete di simpatia contagiosa, che ha riscosso un trionfo personale. Bravi anche tutti gli altri interpreti dei ruoli minori, con una citazione particolare per il Monostatos di Torsten Hoffmann, tenore caratterista qui apprezzatissimo e anche lui assai versatile, interprete efficace di molti ruoli diversi tra loro.
Di eccellente livello anche la parte orchestrale realizzata da Uwe Sandner, dal 2006 Generalmusikdirektor del Pfalztheater a Kaiserslautern, che ha diretto in maniera fluida, scorrevole, con un ottimo ritmo teatrale e colori orchestrali di grande bellezza e varietà. Clima di festa in teatro e grande successo per tutti.

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