Stéphane Denève dirige Honegger e Ravel

Stéphane Denève e la RSO Stuttgart des SWR durante la prima prove del concerto
Stéphane Denève e la RSO Stuttgart des SWR durante la prima prova del concerto

All’ epoca del suo insediamento come nuovo Chefdirigent della Radio-sinfonieorchester Stuttgart des SWR, Stéphane Denève aveva dichiarato che una delle principali linee guida nella pianificazione delle future stagioni sarebbe stata quella di un’ esplorazione approfondita del repertorio sinfonico francese. Nell’ ambito di questo lavoro la quarta serata del ciclo in abbonamento alla Liederhalle, ultima del 2012 prima della pausa natalizia, assumeva un rilievo particolare per lo splendido programma, dedicato a importanti pagine di due autori di spicco del Novecento francese come Arthur Honegger e Maurice Ravel. Apriva la serata la  Sinfonia nº3 (H. 186) detta anche Symphonie Liturgique di Honegger. Il compositore svizzero (Le Havre 1892-Parigi 1955) studiò a Le Havre, a Zurigo e, con Gédalge, Charles-Marie Widor e Vincent d’ Indy a Parigi dove nel 1913 si stabilì, dedicandosi quasi esclusivamente alla composizione. Nel 1916 fece parte del gruppo Les Nouveaux Jeunes, diventato celebre dal 1920 con la nuova denominazione di Groupe des Six. Di questo sodalizio Honegger fu uno degli esponenti più prestigiosi e come tale fu impegnato a realizzare una musica tersa e lineare, di facile comprensione e basata su lucide basi razionali. Tuttavia egli non rinunciò a utilizzare le acquisizioni dell’ impressionismo di Debussy e anche molte soluzioni armoniche di stampo wagneriano. Raccogliendo con abile eclettismo le istanze più significative delle correnti musicali d’ avanguardia del suo tempo, seppe sviluppare un indirizzo stilistico assai personale, caratterizzato da abilità nella strumentazione, elegante taglio formale e disteso gusto lirico. Tra l’ altro la moglie di Honegger fu, nel 1944-45, insegnante di contrappunto di Pierre Boulez e dichiarò poi d’ avere usato le sue soluzioni degli esercizi come materiale d’ insegnamento. Delle cinque Sinfonie composte dal musicista, la Sinfonia N° 3 è quella maggiormente caratterizzata da espliciti elementi di stampo filosofico. Come scrisse Honegger stesso nelle sue note introduttive alla partitura

J’ ai voulu symboliser la réaction de l’ homme moderne contre la marée de barbarie, de stupidité, de souffrance, de machinisme, de bureaucratie qui nous assiège … J’ ai figuré musicalement le combat qui se livre dans son cœur entre l’ abandon aux forces aveugles qui l’ enserrent et l’ instinct du bonheur, l’ amour de la paix, le sentiment du refuge divin.

Composto nel 1945 – 46 su incarico della fondazione culturale Pro Helvetia, il lavoro fu eseguito per la prima volta a Zürich il 17 agosto 1946 dall’ Orchestre de la Suisse Romande sotto la direzione di Charles Münch. Musicalmente, l’ atmosfera complessiva presenta parecchie analogie con la Sinfonia da Requiem di Benjamin Britten, scritta nel 1940. La partitura del musicista svizzero è però profondamente intrisa di un senso di ritualità religiosa, evidentissimo a partire dai sottotitoli apposti ai tre movimenti, che si richiamano esplicitamente alla liturgia funebre. Forse la definizione più appropriata è quella lasciataci dal critico francese Bernard Gavoty, amico personale di Honegger, che descrisse l’ opera come “un dramma in tre atti, una preghiera informe pronunciata da un mondo in tumulto”.

Stéphane Denève è senz’ altro uno dei migliori interpreti odierni del Novecento francese, le cui incisioni da lui realizzate hanno ottenuto riconoscimenti di prestigio come il Diapason d’ Or conferito alla sua integrale delle opere sinfoniche di Albert Roussel e al suo recente disco di musiche orchestrali di Debussy. Perfettamente assecondato da un’ orchestra in forma splendente, il direttore francese ha offerto un’ interpretazione assolutamente ideale per chiarezza, lucidità e fervore espressivo. Magnifica la realizzazione dell’ ultimo movimento, nella quale la sapienza della strumentazione di Honegger è stata evidenziata in modo pressochè perfetto e la nobiltà del respiro melodico era splendida nel suo fervore commosso.

A seguire, il ciclo Shéhérazade di Ravel, tre poemi per voce e orchestra su testi di Tristan Klingsor, composto nel 1903 utilizzando materiale tematico di una precedente Ouverture orchestrale dallo stesso titolo, ed eseguito per la prima volta il 17 maggio 1904 in uno dei concerti della Société Nationale, diretto da Alfred Cortot. Solista fu il mezzosoprano Jeanne Hatto, una delle prime grandi voci wagneriane di scuola francese, donna intelligente e di grande cultura, che fu legata da stretti rapporti artistici con Cortot, anche lui appassionato di Wagner, con Ravel e Gabriel Fauré, e sentimentalmente legata per molti anni all’ industriale Louis Renault. Dal punto di vista musicale, Ravel realizza l’ atmosfera orientaleggiante dei componimenti poetici con uno stile abbastanza influenzato dalla declamazione libera da schemi metrici del Pelleás et Mélisande di Debussy. Anche qui, splendida la parte orchestrale, con fraseggi modellati da Denéve in maniera esemplare per flessibilità ed equilibrio, e magnifica la prova della RSO des SWR, attenta a mettere in pratica le indicazioni del podio con un suono morbidissimo, tinte traslucide e cangianti e una perfezione tecnica davvero da grande complesso. Solista era Sophie Koch, mezzosoprano francese oggi considerata tra le voci più importanti del momento. La Koch è interprete sensibile, musicale e molto attenta alle sfumature del testo. Peccato che, come avevo già rilevato ascoltandola a Baden Baden cone Oktavian e come Komponist nell’ Ariadne auf Naxos, il settore acuto presenti diverse durezze e fissità che sporcano la linea melodica, fatto che è apparso evidente soprattutto in Asie, il terzo brano del ciclo.

Interamente dedicata a Ravel anche la seconda parte, con tre partiture tra le più popolari del catalogo sinfonico del musicista di Ciboure, accomunate dall’ atmosfera di stampo spagnoleggiante che rappresenta uno dei tratti caratteristici di molta della produzione raveliana. Una bella opportunità per apprezzare l’ abilità tecnica di colui che il critico Marcel Marnat ha definito  “le plus grand orchestrateur français”. Eccellente l’ incisività ritmica di Denéve in Alborada del gracioso, la popolarissima versione orchestrale del quatro brano della raccolta pianistica Miroirs. Bellissimi anche i colori orchestrali della Rapsodie espagnole, nella quale i fiati della RSO des SWR hanno mostrato tutte le loro qualità. A conclusione della serata il celeberrimo Bolero, reso dal direttore e dall’ orchestra in maniera travolgente, con un progressivo accumularsi di tensione culminante in una conclusione davvero grandiosa, che ha scatenato l’ entusiasmo del pubblico della Liederhalle.

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