Lohengrin alla Scala

Preceduta dal consueto caravanserraglio mediatico, quest’ anno ulteriormente amplificato dal bailamme seguito al concerto di Cecilia Bartoli, la serata inaugurale della Scala ha offerto quest’ anno pochissimo di cui valga la pena di occuparsi. C’ è stata nei giorni scorsi una discussione riguardo alla scelta del titolo di apertura, visto che molti hanno detto e scritto che sarebbe stato più opportuno scegliere un titolo verdiano per iniziare la stagione del bicentenario. Francamente, a me andrebbe bene qualsiasi compositore a patto che le opere siano cantate, suonate e rappresentate come si deve, ma da ormai parecchi anni la Scala ci ha disabituati all’ eccellenza e dobbiamo accontentarci di rappresentazioni degne di qualche teatrucolo di provincia, oltretutto a costi esorbitanti. Per ottenere questo si è strapagato un tizio francese, come se da noi i manager incapaci non abbondassero.

Comunque, quelli che erano contrari a questa scelta qualche ragione ce l’ hanno, visto che nella gestione Lissner siamo alla terza inaugurazione wagneriana nel giro di cinque anni, oltretutto stavolta con un titolo come il Lohengrin, già eseguito in una nuova produzione poco più di quattro anni fa. Come spesso accade in questa occasione, si è avuta la defezione improvvisa della protagonista, nella fattispecie Anja Harteros sostituita all’ ultimo momento da Annette Dasch. Sono cose che succedono, per carità. Ma lascia perplessi la defezione all’ ultimo momento non solo della titolare ma anche della copertura prevista. Ultimamente succede spesso in Scala che il secondo cast sia migliore del primo; spesso ci vuole poco, è vero, anche perché ho il sospetto che il primo cast lo faccia il direttore artistico/sovrintendente e il secondo lo facciano le agenzie, che per quanto criticate ne capiscono comunque più di lui. Ma quando c’ è la defezione di entrambi e l’ arrivo di una terza, ci si pone delle domande.

È molto difficile al giorno d’ oggi formare un cast adatto per una rappresentazione wagneriana. La crisi di voci adatte a questo repertorio si è fatta negli ultimi anni acutissima. Sulle possibili cause, credo sia utile  rileggere questo brano tratto da una intervista a Kirsten Flagstad, una delle massime intepreti wagneriane della storia,  che si trova facilmente su YouTube:

“Il mio primo consiglio per giovani ed immaturi cantanti può essere espresso con tre parole: LASCIATE STARE WAGNER, perché richiede delle forze [risorse] che si possono sviluppare solo dopo molti anni di canto. Avevo già 34 anni e avevo già cantato per circa 15 anni prima di tentare il mio primo ruolo wagneriano, Elsa in Lohengrin, che è uno dei tuoli wagneriani più leggeri; ma ciò nonostante, richiede grande esperienza vocale! Per i ruoli pesanti, come Isolde o Brunhilde, bisogna averne anche di più: una voce perfettamente posizionata, controllo assoluto del fiato e un’immensa […] potenza”

Vallo a spiegare ai direttori artistici che ci sono adesso, tutti fissati sulla “scoperta clamorosa” più giovane e sexy possibile…Ad ogni modo, a leggere i nomi dei componenti il cast messo a disposizione del maestro Barenboim in questa circostanza, si aveva la netta impressione che stavolta la direzione artistica avesse voluto andare sul sicuro, puntando su un gruppo di routiniers wagneriani, tranquillamente ascoltabili quando si vuole nei teatri tedeschi anche non di primissimo livello, con la presenza del Divo di turno a fare da parafulmine. Il tutto impreziosito dalla scelta di uno dei più perniciosi esponenti del cosiddetto Regietheater, Claus Guth, già tristemente noto per il suo Don Giovanni salisburghese ambientato in mezzo ai tossicomani. Come di prammatica per gli esponenti della sua categoria, Herr Guth ha espresso quello che in tedesco si chiama il suo Konzept dell’ opera in una nota sul programma di sala, consultabile online sul sito del teatro. Una serie di trite e ritrite considerazioni di stampo freudian-lacanian-sociologico sul carattere e le motivazioni dei personaggi, che a me hanno provocato un irresistibile accesso di ilarità per la loro incredibile somiglianza con la descrizione della famiglia Forrester in Beautiful.

Veniamo alla realizzazione pratica. Guth sostituisce il senso di epicità e di romanticismo immaginato da Wagner con la solita paccottiglia pseudoibseniana, mettendo in scena il consueto armamentario di cose viste e straviste in decine di produzioni simili. Lohengrin è un epilettico straccione, Elsa una minorata mentale anche lei affetta da convulsioni epilettoidi, gli altri dei pazzi in divisa da ufficiali dell’ epoca del Reichskanzler Otto Eduard Leopold von Bismarck-Schönhausen. Le scene sono forse addirittura più brutte della regìa. Semplicemente imbarazzante la scena dell’ arrivo del protagonista, che appare dal mezzo della folla, coricato in terra in posizione fetale come uno straccione. Nel secondo atto, all’ interno di un qualcosa che sembra la biblioteca di Harry Potter, Friedrich e Ortrud si dedicano a raffinate pratiche sessuali sadomaso, per poi lasciare il passo a un’ esilarante scena di matrimonio. Dalle cameriere di Mary Poppins al coretto in frac che nella regìa della Cenerentola di Ponnelle accompagnava l’ entrata in scena di Dandini, si vedeva davvero di tutto. Sullo sfondo di tutto questo bailamme, la presenza fissa di un pianoforte suonato dagli immancabili bambini, sorvegliati da un’ Ortrud irresistibilmente somigliante alla Frau Blücher di Frankenstein junior. La scena nuziale che apre il terzo atto si svolge, sa Dio perchè, in un’ ambientazione campestre, con Lohengrin ed Elsa che tengono i piedi a bagno nell’ acqua. Presenza fissa nella recitazione dei protagonisti, una serie continua di scatti e tremiti convulsi, non si capisce bene se generati dall’ epilessia o da un’ infezione cutanea provocata da zecche. E finisco qui, perchè una simile sequela di stupidaggini non vale la pena di essere commentata fino in fondo. Aggiungo solo un piccolo particolare, non so se dovuto al regista o a una svista del tenore. Nel finale di Lohengrin finora avevo spesso sentito cantare “zum Schützer” al posto di “zum Führer”, ma “zum Ehrer” mai… Se ne impara sempre una!

Veniamo ora alla parte musicale. Daniel Barenboim, esperto conoscitore di questo repertorio, ha diretto in maniera autorevole, con qualche buono squarcio nel secondo atto e nel terzo, ma senza offrire nessuno spunto interpretativo interessante. Fiacco e slentato il celebre Preludio, abbastanza caotica la gestione delle scene corali, con diversi problemi di coordinazione tra buca e palcoscenico. Buona però l’ esecuzione del Preludio al terzo atto. Discreta la prova dell’ orchestra, molto mediocre quella del coro, tra l’ altro caratterizzato da una pronuncia tedesca pressochè incomprensibile. Mediocrissima anche la prova della compagnia di canto, formata da elementi accomunati dalla assolutà incapacità di legare due suoni. Annette Dasch, giunta dopo la prova generale a sostituire la titolare del ruolo, indisposta, grazie alla recitazione a tratti imbambolata e in altri momenti schizoide pretesa da Guth nonchè ai costumi, sembrava Sissy Spacek in Carrie lo sguardo di Satana e vocalmente ha esibito la solita vociuzza smunta, sbiancata e fissa, buona al massimo per una Despina e non certo per un ruolo wagneriano, sia pure dei meno pesanti. Evelyn Herlitzius, che impersonava Ortruda, ha materiale vocale importante e gran temperamento, qualità purtroppo inficiate da un’ emissione vocale completamente campata in aria. Ne è venuta fuori un’ Ortrud giustamente aggressiva come richiesto dal ruolo, ma con squilibri sonori evidentissimi tra i vari registri. Aggiungere anche nel suo caso le scelte della regia che, come accennavo in precedenza, l’ ha resa somigliante a Frau Blücher, la governante prussiana del film di Mel Brooks Frankenstein junior, con un effetto involontariamente esilarante.

Per quanto riguarda le voci maschili, la palma del peggiore in campo spetta ex aequo alle due voci baritonali. Mugghiante, ingolato e forzatissimo Zeljko Lucic come Heerrufer des Königs, e assolutamente improponibile il Friedrich von Telramund dell’ islandese Tomas Tomasson, dalla voce opaca, sforzata, ingolata, strozzata negli acuti che oltretutto erano spessissimo calanti di intonazione. Abbastanza autorevole nel fraseggio Renè Pape come Heinrich der Vogler, ma anche lui limitato nella resa sonora da una voce dura, cavernosa, fissa e gutturale.

E veniamo ora al superdivo Jonas Kaufmann, protagonista della serata. Rispetto alle recite di München, da me ascoltate in teatro, e a quella di Bayreuth, sentita per radio, il tenore bavarese mi è parso reggere leggermente meglio il ruolo. Resta sempre il problema di fondo, nel canto di Kaufmann, di un’ emissione bassa, ingolatissima nello sforzo di allargare, bitumare e inchiostrare la voce artificialmente, cosa che rende il timbro sgradevole e gli impedisce di fatto qualsiasi possibilità di ammorbidire, sfumare e flettere il suono, a parte una serie di falsettini letteralmente appesi alle tonsille. Nessuna variazione di accento nel suo fraseggio, una pronuncia sciatta e artefatta, pressochè nulla la possibilità di rendere giustizia agli aspetti aristocratici e cavallereschi che la parte assolutamente esige. Il punto più basso dell’ esecuzione vocale si è ascoltato nella celebre Gralserzählung, veramente inascoltabile per la pesantezza e opacità della voce e il tono che nelle intenzioni voleva essere estatico, ma riusciva solo ad apparire imbambolato. Tra l’ altro, il MI3 sulla parola “Taube” era calante di un quarto di tono abbondante. Come faccia un simile cantante a riscuotere un così ampio successo di pubblico, sinceramente non arrivo a capirlo, ma tant’ è. Evidentemente, la politica del look funziona meglio di quanto si pensi…

Dal punto di vista del pubblico, serata assolutamente simile a tante altre inaugurazioni scaligere, con la solita sfilata di VIP più o meno titolati, chilometri di interviste a personaggi sproloquianti nullità con un tono intellettualoide, fiori per il Divo alla fine, due fischi di prammatica al regista (per questa genía sono un punto d’ onore, se non li ricevono non si sentono realizzati…) e adesso la solita fabbrichetta milanese del consenso che, tramite stampa, blog e forum, farà del suo meglio per convincerci della fortuna che ci è toccata a poter assistere a un miracolo artistico di tale livello. Amen.

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12 pensieri su “Lohengrin alla Scala

  1. Caro Gianguido, in poche righe hai detto tutto. Una impressione, prima dell’ascolto avevo letto qualcosa rigurdante questa opera e, ascoltando l’intervista di Guth ho avuto la sensazione che costui non solo non abbia studiato la partitura ed il libretto,ma che abbia “orecchiato” commenti altrui. Insomma invece di una interpretazione di Guth un parto del gut. Cari saluti

    • Mah, come sempre in questi casi il problema è che una simile messinscena poteva adattarsi al Lohengrin come a dieci altre opere diverse…
      Ciao!

  2. Ciao Mozy, Ho mandato il tuo articolo al Giornale, ma sarebbe bene tu lo inviassi anche a Repubblica, Stampa e Corriere della Sera. Hai descritto molto bene la serata. ciao Mao

    Date: Fri, 7 Dec 2012 22:17:33 +0000 To: maoric@hotmail.com

  3. Mozy, non posso che sottoscrivere tutto quanto…Povera Scala, ridotta ad essere il teatro dei fans e delle case discografiche! Che serata inutile, triste e pietosa.
    Un piccolo nota bene: giusto che siamo in tema di crisi, nel primo atto c’era un lampadario probabilmente rubato alla Traviata di Zeffirelli, e il vestito da sposa de Elsa lo avevano preso dalla Cenerentola di Ponnelle 😀 La prima del risparmio.

    Kaufmann non l’ho trovato (paradossalmente) male, sarà il livello infimo generale… 😉

    A presto e grazie!

    • Rispetto alla recita dal vivo alla quale avevo assistito a Monaco due anni fa devo dire che Kaufmann regge meglio il ruolo. A Monaco dopo il Racconto del terzo atto rantolava, letteralmente…
      Ciao e grazie dell’ intervento!

  4. Complimenti Mozart!! Articolo puntuale e preciso come sempre; è stata l’ennesima occasione sprecata per un teatro che insiste ad autocelebrarsi come eccellenza.
    @stefix: certo che hanno risparmiato su qualche arredo: pesava il conto del maestro d’armi e del drammaturgo!

    • Sinceramente, venerdì sera ero soprattutto depresso dal sentire una musica così bella massacrata dalla gola di Kaufmann; ma per favore ma di cosa stiamo parlando… “Kaufmann superlativo”? Kaufmann non è neanche un cantante; Kaufmann è un attore che una volta salito sul palcoscenico intona il testo sull’ accompagnamento orchestrale, ma non ha niente a che vedere con il canto; e non sto parlando di scuola antica, di scuola italiana, tedesca o russa, sto parlando semplicemente di canto. Non c’ è traccia di organizzazione vocale in quella gola. Kaufmann sta al canto come Fantozzi a una finale olimpica dei 100 metri. Ne esce vivo solo perchè al contrario di Tomasson, riesce a non stonare troppo. Poi è ovvio che un pubblico che applaude le urla di Tomasson, in modo direttamente proporzionale decreti un trionfo a Kaufmann, ma questo non vuol dire che venerdì sera si sia rasentata la decenza.

    • Dirette televisive operistiche, cantanti cani e soprattutto regie stomachevoli.
      Cercasi lampade per geni. Troppi stanno vagabondando, è ora che si trovi loro casa.
      Nulla di personale, ma sono diventato allergico a tutti coloro che utilizzano la parola “genio” per i registi d’ opera che pensano di essere le reincarnazioni progressiste dei musicisti e dei librettisti.

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