“L’ ecume des Jours” di Edison Denisov alla Staatsoper Stuttgart

®Foto A.T.Schaefer
®Foto A.T.Schaefer

Un calorosissimo successo di pubblico ha salutato il secondo nuovo allestimento della stagione alla Staatsoper Stuttgart, che costituiva una proposta culturale interessantissima e di estrema raffinatezza. Si trattava infatti di L’Ecume des jours, seconda opera teatrale del compositore siberiano Edison Denisov (1929 – 1996) finora eseguita solo tre volte nei teatri tedeschi. La fonte letteraria del lavoro è costituita dall`omonimo libro di Boris Vian, musicista jazz, compositore, attore e autore francese, che pubblicò nel 1946 quella che è appunto la sua opera oggi più famosa, il romanzo L’Ecume des jours, una surreale, alienata storia d’amore elegiaco e tragico. Il libro inizialmente rimase senza successo dopo la morte prematura di Vian, avvenuta nel 1959 a soli trentanove anni di età, ma negli anni Sessanta e Settanta venne gradualmente riscoperto fino a diventare il libro cult di una generazione di giovani lettori. Nell’estate del 1960 il libro arrivò al di là della cortina di ferro e nelle mani di Edison Denisov, allora trentunenne, che da poco aveva iniziato, su consiglio di Shostakovich, a studiare seriamente composizione e stava diventando una delle menti musicali più indipendenti e creative  dell’ Unione Sovietica, oltre che un importante divulgatore delle tecniche compositive adottata dai movimenti occidentali d’ avanguardia. Verso la fiine degli anni ’70 Denisov riprese in mano il libro di Vian e ne fece un adattamento librettistico, sempre nella lingua originale francese. Fu un lavoro compiuto dal musicista senza una particolare commissione, spinto unicamente dal bisogno interiore. Terminata nel 1981 dopo circa quattro anni di lavoro, nel 1986 l’ opera venne presentata in prima esecuzione assoluta all’Opéra-Comique di Parigi, la città in cui Denisov si trasferirà negli anni Novanta per rimanervi sino alla fine della sua vita.
Lo stile musicale della partitura è una raffinatissima miscela di elementi eterogenei, dalle melodie gregoriane fino alla canzone e al jazz (un celebre foxtrot di Duke Ellington utilizzato durante una scena di festa) passando per citazioni wagneriane.
La trama, che mescola in maniera altrettanto fantasiosa elementi surrealistici e di vita quotidiana, descrive le vicende sentimentali di due giovani amici, Colin e Chick, e delle loro vicende sentimentali che iniziano in tono leggero fino a precipitare gradualmente verso una conclusione tragica, in un’ amosfera di progressiva amarezza e disillusione. Colin si innamora di Chloé, una ragazza affetta da una grave malattia polmonare che il libretto descrive grottescamente come la presenza di una ninfea in un polmone. Chick, un fanatico dei libri e dei memorabilia del filosofo Jean-Sol Partre (storpiatura satirica del nome del celebre scrittore esistenzialista) si innamora invece di Alise, che si vendicherà del fatto di essere trascurata dall’ amante, sempre più preso dalla passione per la lettura, facendo un rogo dei suoi libri. Nel terzo atto la vicenda arriva a un epilogo tragico, con Chick picchiato a morte dai poliziotti dell’ ufficio tasse e Colin, finanziariamente rovinato dalle cure costose richieste per curare la malattia di Chloé, che assiste impotente all’ agonia della ragazza per poi lasciarsi morire anche lui. Lo svolgersi della trama è punteggiato da elementi di completo straniamento, come il Pianobar Cocktail, un apparecchio posseduto da Colin che prepara drinks mescolando i liquori tramite melodie suonate su una tastiera, la fabbrica di armi che crescono nel terreno come i fiori, nella quale il protagonista cerca lavoro per pagare le cure necessarie alla fidanzata, la discussione tra Gesù inchiodato alla croce e il prete venuto a benedire la salma di Chloé, e il grottesco epilogo nel quale, dopo una melodia gregoriana salmodiata da un coro di ragazze, il Topo (una figura di mimo che funge da interlocutore e testimone delle azioni del protagonista) decide dopo la morte del padrone di suicidarsi infilando la testa in bocca a un gatto. Un bel pezzo di teatro, ricco di atmosfere interessanti e avvincente nel suo svolgersi, magistralmente sottolineato da una musica raffinata e piacevolissima all’ ascolto.
La regia di Jossi Wieler e Sergio Morabito ha perfettamente reso l’ atmosfera d’ insieme del lavoro, con uno stupendo lavoro di recitazione magnificamente assecondato da un cast amalgamato e omogeneo nella resa complessiva. Una messinscena di altissimo livello, tra le più belle che mi sia capitato di vedere negli ultimi anni alla Staatsoper, per la forza espressiva delle caratterizzazioni individuali e l’ assoluta coerenza dello stile. Perfetta la prestazione della compagnia di canto, nella quale vanno lodati in particolare lo splendido Colin di Ed Lyon, fraseggiatore efficace ed elegante, la Chloé delicata e intensa di Rebecca von Lipinsky, il disinvolto e scenicamente efficacissimo Chick di Daniel Kluge e la nervosa Alise del giovane mezzosoprano svizzero Sophie Marilley. Ma tutto il cast merita di essere lodato in blocco per la perfezione della resa d’ insieme.
Splendidamente assecondato da un’ orchestra in stato di grazia, Sylvain Cambreling ha offerto una prova assolutamente ideale per consapevolezza stilistica e autorevolezza interpretativa. Una direzione intensa, ricca di colori e di carica teatrale, assolutamente magistrale nel delineare le atmosfere e nel sottolineare tutte le raffinatezze della scrittura orchestrale, che ha dato un sigillo di assoluta perfezione ad uno degli spettacoli più belli che si siano visti negli ultimi anni sulle scene tedesche. Teatro pressochè esaurito, con una folta presenza di giovani. Non vorrei fare polemiche, ma sarebbe possibile in Italia una cosa simile per un titolo del genere?

Advertisements