Le cronache di Anna Costalonga da Leipzig – Grigory Sokolov alla Gewandhaus

Anna Costalonga ci parla oggi del recital pianistico tenuto da Grigory Sokolov alla Gewandhaus.

QUI il link al post originale pubblicato nel suo eccellente blog musical-letterario “Lipsia Felix”.

Ho assistito domenica sera al recital di Grigory Sokolov alla Gewandhaus.

In programma, la Suite in Re dai Pièces pour Clavecin di Rameau, la sonata KV 310 di Mozart e la sonata Hammerklavier di Beethoven.

Nella sala per tre quarti vuota della Gewandhaus – come è tipico qui per i recital pianistici quando non si tratti di artisti strombazzati dai media – ho creduto a stento alle sonorità create dal grande pianista russo.

Fin da subito, dai primissimi pezzi della Suite, ci si rende conto che la sua non è un’esecuzione, ma una vera analisi approfondita e ragionata, un dissezionamento quasi chirurgico e sempre eccentrico. Eccentrico per la scelta di questo autore, Rameau, che ormai, tranne per qualche specialista barocco,  è raro ascoltare nelle principali sale da concerto; eccentrico, perché è raro che uno dei maggiori pianisti viventi si concentri su un autore quasi scomparso, letteralmente lasciando nelle scuderie i classici e (ormai più che logori, diciamolo) cavalli da battaglia romantici; eccentrico soprattutto per la modalità interpretativa del tutto eterodossa.

Sokolov ci introduce nel mondo di Rameau, con una precisione espressiva che rende questo autore ancora vivo, senza leziosismi, ma attraverso una scelta dinamica consistente e non scontata. Si ha sempre la sensazione, cioè, di seguire un ragionamento, ma ancora di più un ragionamento animato da un vero spirito “illuminista”.

Ad esempio, le continue variazioni di Les Niais de Sologne o la meravigliosa Les Cyclopes: si può avvertire un tocco pieno di esprit settecentesco, un esprit che è perfetto equilibrio fra melancolia, distacco ironico e scherzo paradossale.

La sonata KV 310 di Mozart è stata magistrale e ancora una volta eterodossa: non ho mai sentito suonare Mozart così, e questa celebre sonata per di più, con tanto puntiglio da philosophes, com’è stato il tocco di Sokolov. Un puntiglio che gli deriva senz’altro dalla ricerca di un suono che ricordi il più possibile quello clavicembalistico. Ma mi è sembrato cercare una unità con il Rameau della Suite in Re, comunque: la stessa precisione maniacale nel delineare un’innumerevole varietà di trilli, staccati, rubati, senza perdere però le concessioni alla espressività che solo il pianoforte può dare.

Ancora una volta, a colpire non è il virtuosismo o  la velocità: ancora una volta è l’espressività. Un’espressività che non ha niente a che vedere con il sentimentalismo, o un certo manierato patetismo.

Il tocco di Sokolov è sempre nobile, composto, ma mai monotono, sempre variato, pieno di vera grazia ma anche di grande spirito.

Si può anche concedere a esplosioni, però, come è stato il caso della seconda parte del concerto, con la sonata Hammerklavier di Beethoven.

Se il filo conduttore da Rameau a Mozart poteva essere evidente – l’adozione di un simile tocco clavicembalistico, ad esempio, e quindi di una sonorità paragonabile, in alcuni punti, soprattutto nell’ultimo movimento della KV310 –  con la sonata di Beethoven invece diviene meno evidente.

Eppure, è sempre presente. Si tratta certamente di un percorso originario, alla ricerca delle radici, un percorso dal clavicembalo al pianoforte, dalla suite alla sonata.

Ho avuto l’impressione per tutta la durata del recital di assistere,  però, a un gradus ad parnassum dal “senso alla sensibilità” : dal gioco intellettuale, sofisticato, aristocratico, fatto di forme e arabeschi sempre cangianti,  nella sua interpretazione di Rameau, a un progressivo scardinamento delle forme logiche e sonore ferree grazie all’irrompere della sensazione, cioè di un primo abbandono al suono – e ancor piu alle pause – tramite il pianoforte, nella sonata beethoveniana.

 Proprio in questa, Sokolov si è prodotto in una nuova mirabile varietà sonora: quella senz’altro più “sentimentale”, più appassionata.

In un’intervista alla televisione russa di qualche anno fa Sokolov ha dichiarato che il compito di un pianista è quello di mettere in pratica ciò che teoreticamente non è comprensibile: e questo in fondo ha fatto nel grande recital di domenica sera.

La ricercatezza del suo stile ha ricreato quel mondo settecentesco in maniera impalpabile, infatti, secondo un gusto e un canone estetico che non sono quelli correnti.

La sua è insomma una grande operazione musicale interpretativa, e soprattutto culturale,  che va controcorrente rispetto alle aspettative comuni da parte del pubblico nei confronti di un grande pianista e del suo repertorio tipico.

Un’impresa che sembra quasi ripercorrere quella di Arturo Benedetti Michelangeli con Domenico Scarlatti, pur con le dovute differenze.

Ascoltare Sokolov significa ascoltare un pianismo di un altro livello, un pianismo trascendente associato a una solida consapevolezza estetica, anzi filosofica, dello spirito musicale del proprio repertorio.

È da notare anche la grande generosità di questo immenso artista verso il pubblico: a fine serata si è prodotto in ben 6 bis, tra le standing ovation quasi senza fine del poco pubblico lipsiano.

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