Iphigénie en Aulide di Gluck alla Staatsoper Stuttgart.

©Foto A.T. Schaefer

Come prima nuova produzione della stagione 2012/2013, la Staatsoper Stuttgart ha presentato la Iphigénie en Aulide di Gluck, uno dei capolavori riconosciuti del compositore bavarese, la prima delle sei opere da lui scritte per l’ Académie Royale de Musique a Parigi, dove si era trasferito alla soglia dei sessant`anni di età dopo i successi viennesi, contando anche sulle buone relazioni procurategli da un suo nuovo amico, Marie-François-Louis Gand Leblanc du Roullet, attaché all’ambasciata francese a Vienna e aspirante librettista, più noto come Le bailly du Roullet, e soprattutto sulla protezione della nuova delfina di Francia , Maria Antonietta d’ Asburgo-Lorena, già sua affezionata allieva di canto. L’ opera, scritta appunto su libretto del Du Roullet tratto da un testo teatrale di Racine, andò in scena il 19 aprile 1774 con successo inizialmente non eccezionale ma via via sempre più crescente,
La presenza di Gluck a Parigi con la straordinaria carica di novità delle sue opere darà inizio a un acceso dibattito critico tra i sostenitori di Jean Philippe Rameau, che non accettavano la violenza espressiva di Gluck e la sua audacia nel superare i clichés drammaturgico-musicali del teatro nazionale, quelli di Gluck, che vedevano nel loro idolo il rinnovatore tanto atteso di un genere che ormai si era sclerotizzato in fredde formule ripetitive, e quelli del napoletano Niccolò Piccinni, chiamato a Parigi nel 1778 ed opposto a Gluck come rappresentante della civiltà musicale latina contro la “barbarie” tedesca.
Come ha scritto giustamente Paolo Gallarati:

“Nessun compositore del Settecento prima di Gluck aveva scolpito caratteri così vigorosi, in un dramma così incalzante, con musica così semplice e diretta nella resa dei sentimenti: era la voce della “natura” che irrompeva improvvisamente sul palcoscenico dell’Opéra, entusiasmando gli illuministi, a cominciare da Rousseau, e scandalizzando i partigiani dell’opera italiana per le sue durezze, la violenza dell’espressione, le forme che si frantumano, il declamato che s’incendia di passione e di dolore, i cori che irrompono con nuova forza ritmica, l’orchestra che, nella sua semplicità, coglie il “grido della passione”, come diceva Diderot, con spregiudicata verità. Un capolavoro dunque, di immensa portata storica, le cui tracce si ritrovano ancora, non solo nell’opera francese sino a Debussy escluso, ma in Germania (Wagner, ammiratore di Gluck) e in Italia: l’influsso di Gluck su Verdi è tutto da studiare, ma, a parer mio, varrebbe la pena pensarci su.”

Opera forte e godibile, ancora oggi, in presa diretta, senza le mediazioni culturali necessarie, ad esempio, per apprezzare le tragedie liriche di Lully e del grandissimo Rameau. La musica è di squisita fattura, con parti corali di ampio respiro e una strumentazione splendida per raffinatezza di coloriti. Sicuramente si tratta di uno degli esiti massimi del teatro musicale settecentesco, per la perfetta coerenza della struttura drammaturgica e le innovazioni compositive, che influenzeranno in maniera decisiva tutti i compositori operistici delle epoche successive a quella di Gluck.
La nuova produzione della Staatsoper Stuttgart ha potuto contare su una parte musicale di eccellente livello, pienamente all’ altezza dei requisiti stilistici richiesti dalla partitura gluckiana, a partire dalla direzione orchestrale di Cristoph Poppen, attentissima nel dosare le tinte strumentali, sobria e serrata nella condotta narrativa e stilisticamente inappuntabile. Splendida la prestazione dell’ orchestra e soprattutto del coro della Staatsoper, recentemente premiato per la nona volta in tredici anni come miglior complesso corale operistico tedesco dalla rivista Opernwelt.
Positiva anche la prova della compagnia di canto. Nel ruolo di Agamemnon il baritono giapponese Shigeo Ishino, uno degli elementi più versatili della compagnia della Staatsoper, ha cantato con buona autorevolezza vocale e incisività di fraseggio. Brava anche Hadar Halévy, mezzosoprano israeliano di buon timbro e voce corposa anche se a tratti bassa di posizione, interprete assai intensa della parte di Clytemnestre. Il tenore francese Avi Klemberg, giunto nel corso delle prove a sostituire un collega indisposto, è uno specialista del ruolo di Achille, da lui interpretato in diverse produzioni, tra cui quella romana del 2009 sotto la direzione di Riccardo Muti. Dotato di una voce timbricamente interessante e di buona proiezione, anche se a tratti leggermente forzata, è riuscito a reggere senza problemi la scrittura eroica della parte. Come protagonista, il soprano fiammingo Mandy Fredrich ha fraseggiato con bella intensità e una buona varietà dinamica. Poco incisivo il Calchas di Ronan Collett, in una parte che richiederebbe altra autorevolezza di timbro e di fraseggio. Buona la prova di tutte le parti di fianco.
La regia di Andrea Moses si è fatta apprezzare soprattutto per la recitazione sobria e complessivamente efficace di tutto il cast. Certamente, di fronte a questo tipo di teatro, viene da riflettere sulla piega che sta prendendo un’ avanguardia che ormai, nel suo essersi istituzionalizzata, ha perso la carica innovativa che la caratterizzava e tende ormai a esprimersi per schemi prefissati. Poco di nuovo si è visto anche in questa circostanza anche se, come ripeto, lo spettacolo aveva una sua logica e un suo stile e soprattutto non presentava quegli stravolgimenti e forzature che del Regietheater costituiscono l’ aspetto più irritante. Sarebbe opportuno comunque avviare una riflessione sui criteri di messinscena operistici, soprattutto qui in Germania, che stanno decisamente invecchiando. Forse non è lontano dal vero Christian Thielemann il quale, in un’ intervista recentemente concessa a Die Zeit, ha affermato senza mezzi termini: “Meiner Meinung nach ist das Regietheater tot” (secondo la mia opinione il Regietheater è morto). Teatro esaurito e grande successo per tutti, con più di dieci minuti di applausi alla conclusione.

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