“Pari siamo” – tre interpretazioni

Uno dei luoghi verdiani deputati, per lo studioso e per il melomane, è senz’ altro il “Pari siamo”, monologo del protagonista nella seconda scena del primo atto del Rigoletto. Sicuramente si tratta di una delle pagine più alte di tutta la produzione del compositore di Busseto, per la qualità della musica e la coerenza della struttura formale. In questo post voglio analizzarne tre celebri interpretazioni discografiche, lasciateci da tre baritoni appartenenti alla grande scuola storica del canto verdiano.

Per illustrare le caratteristiche musicali del brano, riproduco l’ analisi fattane da Julian Budden nel suo autorevolissimo studio sulle opere di Verdi, uno dei punti cardine della bibliografia verdiana e della musicologia operistica in assoluto:

Il famoso monologo di Rigoletto “Pari siamo” è un classico esempio di recitativo con tutta l’ ampiezza e il peso formale di un’ aria. Rigoletto lamenta la sua condizione di giullare: suscitare il riso del suo signore in qualunque momento, non importa quali siano i propri sentimenti. Egli inveisce contro i cortigiani senza cuore; quindi una tenera frase del flauto riporta i suoi pensieri alla figlia e al cambiamento che avviene in lui quando entra in casa. Come il Prologo del clown nei Pagliacci (chiaramente ispirato dal pezzo verdiano) questo monologo esplora l’ intero ambito espressivo della voce baritonale. La ritmica è in parte rigorosa, in parte libera, ma ci sono due fattori unificanti. Il primo è il ritorno del tema della maledizione, “Quel vecchio maledivami!”, una volta subito dopo l’ inizio e un’ altra appena prima della fine, sempre nella stessa tonalità e con la medesima strumentazione. Le tre progressioni centrali sono fra tonalità a distanza di una terza minore, mentre il salto dal Fa al Re bemolle sulle parole “O uomini! O natura!” è quasi rispecchiato dalla discesa dal Mi maggiore al Do dopo “Ma in altr’ uom qui mi cangio!”. (…) Solo con uno sforzo di volontà Rigoletto  riesce a scacciare il ricordo della maledizione di Monterone e allo stesso tempo a trascinare la musica fuori da un implicito Fa minore a un Do maggiore solare.

(The Operas of Verdi Vol I,Da Oberto a Rigoletto, ed. ital. EDT, pp. 537 – 538)

Alcune considerazioni in aggiunta all’ analisi di Budden. Verdi in questa pagina riesce a costruire uno dei modelli più logici e coerenti di perfetta aderenza tra il testo e la musica. È stato notato da Marcello Conati, nel suo studio Rigoletto: un’ analisi drammatico-musicale , il rigoroso uso delle aree tonali in funzione drammaturgica attuato dal compositore in tutta la partitura. Nella fattispecie, abbiamo la tonalità di Do minore legata alla maledizione, quella di Re connessa al pugnale e al delitto quando il testo evoca il Duca, e il Mi legato a Gilda, sulla frase “Ma in altr’ uom qui mi cangio!” anticipata dalla melodia esposta dal flauto che tornerà identica nel recitativo precedente il duetto tra la ragazza e il Duca, sulle parole “No, che troppo è bello e spira amore!”. Anche il Mi acuto finale del baritono è un’ allusione musicale legata al fatto che il buffone sta per incontrare la figlia. Da sempre i baritoni sostituiscono questa nota con un Sol acuto (anche Toscanini lo permetteva), svisando in questo modo l’ architettura musicale della scena. Occorrerebbe eseguire come sta scritto, e del resto Verdi, in una celebre lettera a Marzari scritta durante la composizione dell’ opera, diceva: “Le mie note, o belle o brutte che sieno, non le scrivo mai a caso e […] procuro sempre di darvi un carattere”.

Vocalmente, il brano impegna a fondo il cantante sotto il profilo del fraseggio e della dinamica prescritta da Verdi, e tecnicamente sono presenti passi impegnativi per tessitura e frasi scomode perchè poste a cavallo del passaggio di regiastro, regolarmente risolte in suoni strozzati e opachi da tutti i baritoni che affrontano la parte ai nostri giorni.

Veniamo adesso alle tre registrazioni scelte per questo breve studio. In ordine cronologico, la prima è quella di Giuseppe De Luca (1876 – 1950), registrata a Milano per la Fonotipia nel 1907.

Come quasi sempre nelle incisioni del baritono romano, quello che colpisce al primo ascolto è la sensazione di estrema disinvoltura che il suo canto emana. Il cantante domina completamente la tessitura grazie alla padronanza tecnica perfetta della sua voce, che suona completamente libera in tutta l’ estensione della gamma. Notevolissima è anche l’ eleganza impeccabile della linea musicale e la linearità del fraseggio, completamente privo di effetti gratuiti e di sottolineature troppo insistite. Forse manca un po’ di quel tono oratorio che un personaggio come Rigoletto, che ha le sue origini un una tragedia di impianto classicheggiante in versi alessandrini come Le Roi s’ amuse di Victor Hugo, a tratti dovrebbe mostrare nel suo fraseggio. Ad ogni modo, le indicazioni dinamiche prescritte da Verdi sono rispettate da De Luca con scrupolosa puntualità.

Nel 1917 la Voce del Padrone produsse una delle prime edizioni complete dell’ opera, diretta da Carlo Sabajno e con protagonista Giuseppe Danise (1883 – 1963). Il baritono napoletano è ritenuto da molti, e non senza ragione, il miglior Rigoletto della storia del disco. Come scrive Rodolfo Celletti nel suo suo volume Il teatro d’ opera in disco 

Nel 1917 la HMV affidò alla bacchetta di Carlo Sabajno una strana edizione, ripartita tra un tenore orecchiante, due soprani più o meno accettabili e due protagonisti: Giuseppe Danise (nei brani di maggior impegno) ed Ernesto Badini. È un’ esecuzione per vari riguardi grottesca ma Danise, all’ apice della forma e quasi alla vigilia della lunghissima scrittura al Metropolitan di New York, è probabilmente il miglior Rigoletto della storia del disco. Danise, in anni in cui la volgarità, la brutalità e l’ emissione pesante di estrazione verista già cominciavano a invadere il campo verdiano, era un baritono, oltre che di bella voce, tecnicamente e stilisticamente provetto: timbro nitido e spontaneo, acuti pieni e facili, canto a mezza voce di una soavità quasi tenorile, legati impeccabili. Non si realizza compiutamente un personaggio come Rigoletto senza questi requisiti. Rigoletto per metà dell’ opera sospira a fior di labbra melodie delicatissime o frasi d’ acccentuata introspezione; e per l’ altra metà affronta passi veementi e di tessitura acuta, ma da cantare, mai da declamare o da gridare. E inoltre Rigoletto non è un bruto, nè un nevrotico, nè un clown di mezza tacca. È un essere ferito dalla vita e il portavoce del magniloquente umanitarismo di Victor Hugo. Figura idealizzata dunque, incompatibile con le inflessioni plebee o soltanto troppo realistiche. Danise, cantante aulico, è quasi sempre in linea con questi principi (…)

Se non si tiene presente quanto esposto con grande chiarezza e lucidità dal musicologo romano, il rischio per l’ ascoltatore impreparato è quello di trovare fredda o accademica questa esecuzione, soprattutto in un’ epoca come la nostra, nella quale la maggior parte degli ascoltatori d’ opera ha pressochè dimenticato le caratteristiche del suono correttamente impostato e vuole sentire dal cantante la gola e lo sforzo, scambiandoli per interpretazione. Danise ci offre una perfetta esemplificazione di quello che una volta veniva definito lo “stile grandioso”. Superfluo dire che la voce suona in posizione perfetta e che il cantante la modula a suo piacimento, ma quello che colpisce maggiormente l’ ascoltatore è proprio la perfetta realizzazione vocale del magniloquente umanitarismo descritto da Celletti. Da sottolineare, tra le altre cose, l’ ampiezza e lucentezza delle note acute come il Mi su “Per cagion vostra è solo” e il Sol acuto finale. Una volta compresa nelle sue caratteristiche la chiave espressiva del cantante, si tratta di un’ esecuzione assolutamente da manuale, davvero ai limiti della perfezione.

Il terzo ascolto che prendiamo in esame riguarda Carlo Galeffi (1884 – 1961), per anni considerato il Rigoletto di riferimento, soprattutto da parte dei pubblici europei e sudamericani. Uno dei casi più eclatanti di identificazione tra un artista e un personaggio, tanto che in occasione della morte del baritono un quotidiano romano uscì col titolo “È morto Rigoletto!”. Galeffi mise in repertorio il ruolo attorno al 1910, lo debuttò alla Scala nel 1914 e fu consacrato interprete storico della parte nel celebre allestimento scaligero andato in scena il 14 gennaio 1922, diretto da Arturo Toscanini e cantato, oltre che da Galeffi, da Toti Dal Monte e Giacomo Lauri Volpi. Galeffi riprese il ruolo alla Scala per dieci stagioni e la produzione fu una della più ammirate nel corso della tournée che i complessi del teatro milanese effettuarono nel 1929 a Vienna e a Berlino. E con il buffone verdiano il cantante chiuse anche la carriera, a Milano nel 1954, a settant’ anni suonati. Sul Rigoletto di Galeffi riporto una recensione di Andrea Della Corte, uscita su La Stampa dopo il debutto del baritono a Torino, nel giugno 1925 al Politeama Chiarella:

Galeffi ha per studio e natura quel che occorre al personaggio verdiano: la voce gradevole e sufficiente, e pronta all’ espressione patetica ed a quella violenta, la dizione chiara e incisiva e quel ‘fuoco’ che Verdi reclamava come indispensabile alle sue creazioni; in più, lo studio gli ha consigliato una mimica minuziosa ed efficace. Bastavano i suoi primi motteggi al signor di Ceprano, le sue prime frasi angosciate a provare la sua matura comprensione; nel secondo atto [primo, n.d. r.] i suoi accenti vibrarono di amore prima e di dolore poi e la voce parve riflettere l’ ansia, l’ orrore, prorompendo in gridi spontanei ed in invettive impressionanti

Tra le grida citate dal critico, sappiamo esserci quelle di “Gilda! Gilda!” al finale del primo atto, inventate con l’ avallo di Toscanini e da allora rimaste nella tradizione. Un espediente interpretativo da disapprovare, anche perchè va contro una precisa indicazione di Verdi che sullo spartito a quel punto scrive “Vorrebbe gridare, non può”. Al netto di questi rilievi, il Rigoletto di Galeffi è comunque una delle massime interpretazioni del ruolo tramandateci dal disco. Ecco il monologo, nella registrazione HMV del 1926.

Rispetto a Giuseppe Danise, Galeffi fraseggia sicuramente con più immediatezza espressiva e punta soprattutto sul lato patetico della figura di Rigoletto. Anche nel suo caso, la linea vocale è di assoluta perfezione. Non c’ è un suono fuori posizione o stimbrato, e la tecnica di alta scuola mette in risalto al massimo le magnifiche qualità timbriche del cantante. Tra i dettagli su cui soffermarsi, ascoltate la frase “Ma in altr’ uom” dove si percepisce uno splendido passaggio di registro dal Si naturale al Mi. Superfluo poi sottolineare la gestione dei fiati e il legato assolutamente impeccabile. Anche Galeffi, comunque, non carica mai le tinte e non si concede alcuna inflessione realistica, in linea coi principi della grande scuola baritonale verdiana. A mio avviso, questa potrebbe essere l’ interpretazione più facilmente apprezzabile dal pubblico di oggi. Il fraseggio e la linea musicale di Galeffi suonano modernissimi, nonostante gli 86 anni trascorsi dalla data dell’ incisione, e il modello interpretativo non ha perduto assolutamente nulla della sua validità.

Difficile, a questo punto, stilare una classifica e forse anche inopportuno. A questo livello di perfezione, entrano in gioco solo le preferenze personali. Quello che importa è percepire correttamente la grande lezione di tecnica, di interpretazione e di stile che queste registrazioni contengono.

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6 pensieri su ““Pari siamo” – tre interpretazioni

    • Senza dubbio, ma questo post non voleva essere esaustivo. Solo per restare alle interpretazioni anteguerra, andrebbero citati anche Ancona, Sammarco, Amato, Scotti, Battistini, Stracciari, Titta Ruffo e tra gli stranieri Schwarz, Schlusnus e altri. In tutti i modi, visto che la cosa sembra interessare, mi riprometto un ulteriore post dedicato alle interpretazioni del dopoguerra, tra le quali quella di MacNeil è sicuramente in primissimo piano. Ciao!

    • Caro Gianguido,di graduatorie nemmeno a parlarne.A fronte di tre interpretazioni del genere(che ti fanno passar la voglia di ascoltare i”campioni”odierni),c’è solo da togliersi il cappello e dare ascolto al gusto personale:Quel gusto personale che troppe volte(a sproposito) viene invocato per giustificare la performance di un cattivo cantante,rispetto a uno bravo.Ecco,questi tre baritoni eseguono ed interpretano tutti magnificamente,quindi in base a gusto e sensibilità si decide per quello che meglio aderisce all’ideale(senza appunto stilare classifiche).Fatta questa premessa dico Danise.Ciao Rolando

  1. Hai ragione, inopportuno stilare una classifica, ma, se costretto, sceglierei Danise, che, se non sbaglio, esegue il passaggio dal Si nat al Mi di “Ma in altr’uom ” senza portamento

    • Anch’ io, se costretto, indico Danise: il suo fraseggio rende la matrice aulico-tragica della fonte letteraria. Ma ammetto che l’ immediatezza di Galeffi possa colpire di piú l’ ascoltatore moderno, al di lá delle licenze che a volte si prende.

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