La regia operistica – Un racconto di Rodolfo Celletti

Un racconto satirico di Rodolfo Celletti sulla regia operistica moderna. È interessante constatare come tutte le previsioni scherzosamente esposte dal grande musicologo romano si siano puntualmente avverate negli anni successivi alla pubblicazione di questo scritto, che oggi si presenta più che mai attuale. Nemmeno Celletti, però, poteva immaginare a che punto si sarebbe arrivati con le demenzialità caratteristiche di certi allestimenti odierni.

 

Il primo Congresso Internazionale dei registi d’ opera si tenne ad Amburgo nel 1969. lo c’ ero. Altri c’ erano. Quasi tutti eravamo lì, voglio dire: registi e non registi, critici e non critici, droghieri amburghesi e non amburghesi, birrai di Monaco e non di Monaco. Per altro, i droghieri amburghesi e i birrai di Monaco erano i finanziatori del Congresso. I muri delle case erano cosparsi di manifesti. Nella parte superiore era scritto: LORO SI RIVOLGONO AL PUBBLICO PENSANTE. Sotto si leggeva: MA TU CHE COSA SARESTI SENZA IL TUO DROGHIERE? “Questo,” osservai “l’ hanno rubato”. “Che cosa? A chi?” domandò un critico che scriveva su un giornale di Maccarese.
“Rubato lo slogan dei droghieri. L’ ho letto in Und sagte kein einziges wort” di Heinrich Böll”.
“Storie!” ribatté. “Sei il solito reazionario e controriformista. Che cosa saresti senza il tuo droghiere l’ ha scritto Adorno in Philosophie der neuen Musik.”
“A proposito di che, scusa?”.
“A proposito dei rapporti tra il mecenate e gli artisti e della perdita dell’ ingenuità”.
Cominciò il congresso. Il presidente dichiarò che loro, i registi d’ opera, si rivolgevano al pubblico pensante. Andare al teatro non era una gita in campagna con merenda, asserì.
“E un genio” affermò un critico che scriveva su un giornale di Livinallongo. “Solo che oggi è triste”.
“Perché?” domandai.
“In una vita anteriore ha avuto un amore infelice a Girgenti. S’ invaghì d’un centauro”.
Il presidente stava appunto dicendo che oggi l’ arte sostanziale porta alla superficie tutto ciò che si vorrebbe dimenticare. Come stabilito da Adorno. Perciò lui aveva in mente una Tetralogia in cui Brünhilde era un centauro.
S’ alzò un congressista. “Questa” disse “è una legittima visione delle naturali facoltà maschili e femminili”.
Il primo relatore trattò il tema: “La coordinazione dei sensi nell’ opera di Mozart”. Aveva in mente due diverse edizioni del Don Giovanni. Nella prima, durante l’ Ouverture, appariva in scena un bambino nudo. Nella seconda era nudo il protagonista.
“Nudo durante l’ Ouverture?” chiese qualcuno.
“Nudo durante tutta l’ opera. Il bambino è cresciuto. Don Giovanni ha perduto l’ ingenuità”.
S’ accese una discussione. Come visualizzare la perdita dell’ ingenuità secondo Adorno. Si convenne che Don Giovanni avrebbe perduto l’ ingenuità a diciotto anni, durante l’ Ouverture della seconda edizione. Donna Anna l’avrebbe violentato. S’alzò un droghiere. “Noi siamo contro la violenza” esclamò. “Che sarebbe Jean Pierre Ponnelle senza i suoi droghieri?”.
“Niente” ammise il primo relatore, riprendendo la parola. “Comunque, in una delle due edizioni hanno le tette di fuori Donna Anna e Donna Elvira, nell’ altra le hanno di fuori Leporello e Masetto”.
“In fondo” osservò un critico che scriveva su un giornale di Terracina “questa è la visualizzazione della controrepressione sessuale. Adesso si tratta di stabilire in che consistette la repressione. Nella scomparsa degli ermafroditi, suppongo”.
“Per me” risposi “tutto dipese dalla sconfitta delle amazzoni”. Mi guardava pensoso. “Secondo te Bellerofonte era della CIA?”.
“Non mi risulta” dissi.
“Sai, io sono di destra, ma non voglio essere scavalcato a sinistra”.
“Molto ragionevole” feci.
Il secondo relatore parlò della coordinazione dei sensi nel Pelléas. Aveva in mente un’ edizione in cui Golaud imponeva a Mélisande la cintura di castità. “Ma nessuna si permetta di ipotizzare” continuò “che è la cintura di castità che cade nell’ acqua, invece dell’anello. Noi ci rivolgiamo al pubblico pensante. Il pubblico pensante va educato all’ interiorità contemplativa. Voglio dire che ha il dovere di supporre che, di fronte a una donna munita di cintura di castità, Pelléas s’ arrangerà in qualche modo. E’ la tecnica dell’ allusione. D’ accordo?”.
“No” disse un droghiere amburghese. “Perché no?”.
“Perché noi tedeschi vogliamo che tutto sia visualizzato. Che sarebbe Ponnelle senza il suo droghiere? E dunque l’ allusione non ci basta”.
S’ alzò un terzo relatore. Annunciò che avrebbe visualizzato la Forza del destino portando in scena un immenso orologio. L’ itinerario delle sfere sarebbe stato anche l’ itinerario del caso.
Allora m’ alzai. “Il destino è sempre operante” dissi “l’ orologio no. Mettiamo che l’ orologio si fermi”.
Il terzo relatore sorrise. “Ovvio che a un certo punto l’ orologio si ferma. Il direttore resta con la bacchetta in aria, i cantanti con la bocca aperta, le comparse s’ impalano sull’attenti e gli spettatori se ne vanno a casa. Il destino s’ è sottratto alle costrizioni della musica. Sennò che destino sarebbe?”. Il secondo giorno il tema fu: “La regìa d’ opera per la libertà e per la pace”. Il primo relatore parlò del III atto della Tosca. Lo stornello del pastore, asserì, era troppo sentimentale. Per neutralizzarne gli effetti, il carceriere si sarebbe affacciato al merli di Castel Sant’ Angelo e avrebbe gridato:
“Pecoraio mangiaricotta
“Va alla chiesa e non s’ inginocchia
“Non si leva il cappelletto
“Pecoraio maledetto!”.
Inoltre, per motivi di sicurezza l’ esecuzione di Cavaradossi avrebbe avuto luogo a piazza Venezia, ma lì il tenore avrebbe gridato: “Abbasso il Milite Ignoto!”. Il plotone d’ esecuzione, commosso, l’ avrebbe rilasciato e lui sarebbe fuggito a Corfù con la marchesa Attavanti.
Il secondo relatore parlò del Trovatore. “Anzitutto” disse “io lo vesto da donna”.
“Chi?” domandò un astante.
“Manrico. La zingara sapeva”.
“Che sapeva?” insistette l’ astante.
“Che sarebbe finito male se avesse combattuto a Castellor. Perciò lo vestì da donna, come Achille. Di tanto in tanto Manrico fila. In secondo luogo” proseguì “quando il Conte di Luna vuol rapire Leonora, spara granate a gas e le monache infilano la maschera. Anche durante la “pira” arrivano granate a gas. Ruiz se ne avvede mentre Manrico sta per emettere il do di petto e proprio allora gli infila la maschera.
Così il do sparisce. Me l’ ha chiesto il direttore d’orchestra. Intende nettare l’ opera dagli arbìtri dei cantanti. Anche lui si rivolge al pubblico pensante. Andare all’ opera non è una gita in campagna con merenda, dice. Siamo d’ accordo anche su un altro punto fondamentale. Sceglierà un baritono che canta nel naso. C’ è qualcuno, qui dentro, che sa chi è che canta nel naso?”.
Alzai la mano. I preti cantano nel naso. Anche i frati. Anzi, i frati più dei preti”.
“E dunque?”.
“Elementare” dissi. “Un Conte di Luna che canta nel naso simboleggia la collusione tra guerrafondai e clero”. “Perfetto” sussurrò un critico che scriveva su un giornale di Manduria. “E tuttavia non devi scavalcarmi a sinistra”.
“Non temere. Che il Conte di Luna fosse della CIA lo lascerò scrivere a te”.
Il terzo relatore parlò del Ballo in maschera. Lui lo vedeva come un’ opera in cui era necessario stigmatizzare la schiavitù. Perciò Renato era un negriero, Ulrica la voce della negritudine, Oscar un giovane drogato. Tom e Sam incarnavano due cotonieri della Carolina del Sud e Riccardo sarebbe apparso in scena vestito da Abramo Lincoln e rivolgendosi a Ulrica l’ avrebbe chiamata Vostra Grazia. Quanto ad Amelia, era la complice di quel mascalzone di Renato e seduceva Riccardo per attirarlo in continui agguati. Qualcuno volle sapere chi sarebbe stata Amelia. Il relatore fece due nomi: la Nilsson o la Caballé. Bisognava dissacrare il mito dell’ eterno femminino, affermò. Chiese la parola il presidente dei droghieri. Secondo lui dissacrare il mito dell’eterno femminino era giusto. S’ alzò il presidente dei birrai. Non era giusto per niente, gridò. Scoppiò un tumulto, ma il presidente lo placò. Loro, i registi, disse, si rivolgevano al pubblico pensante, ma che sarebbero stati senza i birrai e i drogheri tedeschi? Si spensero le luci, ma si illuminò un quadrante sul quale apparve la scritta: CHE SAREBBE UN REGISTA IN GERMANIA SENZA I SUOI BIRRAI E I SUOI DROGHIERI? Poi s’ alzò un francese. Domandò che sarebbe stato un Lavelli senza i confettieri di Verdun. Ma nessuno gli badò.
Fu un avvenimento storico quel congresso, ve l’ assicuro. Storico e fatidico. Rivedo ancora le vie di Amburgo tappezzate di manifesti. LORO SI RIVOLGONO AL PUBBLICO PENSANTE. MA TU CHE SARESTI SENZA IL TUO DROGHIERE?

Rodolfo Celletti (Musica Viva, Anno VII n.7/8, luglio/agosto 1983)

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2 pensieri su “La regia operistica – Un racconto di Rodolfo Celletti

  1. Godibilissimo racconto, non sfigura accanto a quelli di Campanile o di Savinio.
    Diamo anche noi un modesto contributo ai registi talentuosi che sostengono di dover sempre attualizzare le opere, Tosca . propongo che il pastore, un extracomunitario ,venga rimpatriato e le sue pecore finiscano sul piatto di Scarpia (la povera mia cena..).Il quale Scarpia -riprendendo l’atmosfera di Salo’-Sade-, si innamora di Cavaradossi quando lo sente soffrire e fugge con lui a Civitavecchia dopo aver opportunamente fucilato Tosca. L’opera termina con la Attavanti nella sua cappella, ubriaca col sacrestano col quale ha un rapporto “contro natura”. Troppo pocho “in” ?

    • Ti consiglio di depositarlo alla SIAE prima che il Michieletto di turno o chi per lui te lo copi e lo faccia passare per farina del suo sacco…

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