Don Giovanni alla Staatsoper Stuttgart

Foto: A.T. Schaefer ©Staatsoper Stuttgart

Come spettacolo conclusivo della stagione 2011/2012, la Staatsoper Stuttgart ha presentato un nuovo allestimento del Don Giovanni affidato ad Andrea Moses, da quest’ anno responsabile delle regie del teatro. Non si trattava esattamente di una nuova produzione, visto che questa messinscena è stata rappresentata per la prima volta nel febbraio 2010 al Theater Bremen. La Staatsoper ha organizzato per l’ occasione uno show multimediale, con una diretta televisiva sui canali SWR e 3sat, trasmessa anche su un maxischermo nella piazza antistante il teatro, ideata e condotta da Harald Schmidt, uno dei volti più popolari della televisione tedesca, con servizi di backstage e di approfondimento. Una bellissima festa, seguita da migliaia di spettatori di tutte le età accorsi fin dal primo pomeriggio in un’ atmosfera da picnic estivo e sicuramente uno splendido lavoro di divulgazione, una politica a cui il nuovo Intendänt Jossi Wieler tiene moltissimo, nell’ intento di avvicinare nuove fasce di pubblico al teatro d’ opera. Senza aspettarsi conseguenze immediatamente visibili, è certamente una strada giusta e vale la pena di proseguire il lavoro in questo senso, vista la foltissima partecipazione del pubblico in questa occasione.
Venendo allo spettacolo, la regia di Andrea Moses non dice molto di nuovo e a mio avviso non aggiunge un gran che alla storia dell’  interpretazione scenica del capolavoro mozartiano. Come purtroppo di prammatica, la vicenda è ambientata ai nostri giorni e la scenografia ideata da Christian Wehle richiama in più punti il celebre allestimento del 1990 di Peter Sellars, in cui la storia si svolge nei bassifondi di New York, naturalmente senza il taglio di blaxploitation dato dal regista americano alla drammaturgia.
In questo caso la vicenda si svolge completamente in un sordido hotel di periferia, con le camere al primo piano e un bar al pianterreno, frequentato da gente equivoca. Don Giovanni è quello che in tedesco si definisce un Frauenheld, abbigliato come un dandy e assitito da un Leporello che funge anche da organizzatore registico della vicenda. Gli altri personaggi sono appartenenti alla upper class, esclusa naturalmente la coppia popolana Masetto-Zerlina, abbigliata nello stile tipico del proletariato dei quartieri popolari. Non mancano, nello spettacolo della Moses, alcuni momenti di buon teatro, come ad esempio l’ aria del catalogo, illustrato da Leporello tramite una presentazione Powerpoint delle foto femminili caricate sul suo Smartphone, oppure la festa finale del primo atto. Meno felice la scena del cimitero, che in questa versione diventa uno scherzo organizzato da Leporello, e secondo me anche tutta la parte iniziale, nella quale si vede Don Giovanni che seduce Donna Anna, vanificando con questo una precisa intenzione di Mozart. Infatti, uno degli aspetti più affascinanti del libretto di Da Ponte è proprio l’ incertezza su quello che accade davvero nella scena iniziale del dramma, che ci fa nascere legittimi sospetti sul comportamento della donna, ma allo stesso tempo è perfettamente compatibile con gli sviluppi successivi, in particolare con il riconoscimento dell’ intruso di quella notte, che Anna compie nella scena XII riconoscendo la sua voce.
Rinunciare a questo dettaglio significa fraintendere tutta la vicenda e ridurre Donna Anna al rango di una banale ninfomane che oltretutto mente in maniera spudorata al fidanzato. Volendo comunque dare un giudizio complessivo, aldilà del mio scarsissimo apprezzamento di base per il Regietheater, si tratta di una lettura che banalizza la vicenda, riducendo Don Giovanni al rango di banale oggetto sessuale. Ma il personaggio ideato da Mozart è Da Ponte è sicuramente anche questo, ma non solo. Nella caratterizzazione mozartiana, Don Giovanni è prima di tutto un anticonformista e un ribelle che lancia apertamente la sua sfida alle convenzioni sociali e alla morale, oltre che un uomo vive in un eterno presente, non si cura del passato nè del futuro e tutta la sua vita si svolge nella ricerca di nuove esperienze e nel tentativo irrisolto di trattenere l’ attimo fuggente, un po’ alla maniera del Faust goethiano. Ridurre tutto questo a una banale vicenda di avventure sessuali significa non aver affatto compreso la natura del personaggio, ed è questo l’ errore principale di questo tipo di messinscene, aldilà dell’ ambientazione in epoca moderna. Detto questo, lo spettacolo di Andrea Moses era comunque condotto in maniera teatralmente efficace e senza volgarità da Regietheater spinto anche se, come ho già detto, si tratta di una lettura che dice poco o nulla che non sia già stato detto in precedenza.
Per quanto riguarda la parte musicale, da lodare innanzi tutto la lettura efficacissima del giovane direttore olandese Antony Hermus, di taglio filologico ma senza eccessi, serrata e intensa nella condotta drammatica e molto accurata negli accompagnamenti. Hermus, attualmente Generalmusikdirektor dell’ Anhaltischen Theater Dessau, è considerato in Germania una delle giovani bacchette più interessanti del momento, e sicuramente a ragione, se devo giudicare dalla sua prova in questa circostanza. Come sempre perfetta la prova dell’ orchestra e del coro della Staatsoper. Nella compagnia di canto, da segnalare la bella prova di Shigeo Ishino nei panni del protagonista. Il baritono giapponese, già apprezzato interprete a Stuttgart di diversi ruoli, è stato un Don Giovanni vocalmente incisivo e interpretativamente caratterizzato in modo efficace. Ottimo anche il Don Ottavio del giovane tenore brasiliano Atalla Ayan, voce corposa, di bel timbro, emessa con sicurezza ed efficacia di proiezione. Grande successo personale per Simone Schneider, una delle voci predilette dal pubblico della Staatsoper, che ha tratteggiato una Donna Anna vocalmente imperiosa e interpretativamente coinvolgente, con una bellissima resa tecnica dei passi virtuosistici nelle due arie. Autorevole anche Mattias Hölle, veterano della Staatsoper e in passato interprete wagneriano di rango internazionale, nel ruolo del Commendatore. Il Leporello di André Morsch, scenicamente efficacissimo, era però vocalmente abbastanza opaco a causa di frequenti forzature di emissione. Lo stesso si può dire della Zerlina del soprano sudafricano Pumela Matshikiza e del Masetto di Ronan Collett, entrambi dotati di discreti mezzi vocali ma poco rifiniti tecnicamente, cosa che vale anche per la Donna Elvira di Rebecca von Lipinski, oltretutto di peso vocale poco adeguato alla parte. Clima di festa dentro e fuori del teatro, con intensissimi applausi alla conclusione.

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