Manfred Honeck e la Staatsorchester Stuttgart

La stagione sinfonica della Staatsorchester Stuttgart si è conclusa con il ritorno sul podio di Manfred Honeck, il direttore austriaco che  dal 2007 al 2011 è stato il Generalmusikdirektor della Staatsoper e attualmente ricopre il ruolo di Music Director alla Pittsburgh Symphony Orchestra, incarico ricoperto in passato da nomi di spicco quali Otto Klemperer, Fritz Reiner, Victor De Sabata, William Steinberg, André Previn, Lorin Maazel e Mariss Jansons. Con il complesso statunitense l’ ex assistente di Claudio Abbado ha realizzato alcune pregevoli incisioni del corpus sinfonico di Gustav Mahler, e il programma scelto per il suo ritorno a Stuttgart era appunto imperniato sulla Sesta Sinfonia del compositore boemo, una delle sue partiture più conosciute e che fin dal suo apparire ricevette apprezzamenti entusiastici come quello di Alban Berg, che ebbe a definirla “l’ unica Sesta, nonostante la Pastorale”. Un lavoro di grande complessità strutturale, come ebbe ad affermare il musicista stesso in una lettera scritta al suo biografo Richard Specht durante la composizione:

La mia Sesta proporrà enigmi la soluzione dei quali potrà essere tentata solo da una generazione che abbia fatto proprie e assimilato le mie prime cinque Sinfonie.

Sul carattere autobiografico della Sesta si è detto e scritto molto, a partire dal racconto a tinte forti della preparazione e della prima esecuzione (avvenuta ad Essen il 27 maggio 1906) tracciato da Alma Mahler nel suo volume autobiografico. Due grandi studiosi italiani come Ugo Duse e Quirino Principe hanno ricondotto la questione nei suoi giusti termini e ricomposto un quadro forse meno fiorito e sensazionale ma certamente più credibile, giungendo però a conclusioni opposte riguardo alla valutazione del lavoro.

Scrive infatti Ugo Duse nella sua monografia mahleriana:

Caratterizzata da una grande unità tematica, da un trattamento contrappuntistico eccezionale, questa Sinfonia non trova però quella via della chiarezza che il suo autore perseguiva come fine supremo. La Sesta Sinfonia è un passo indietro. Nell’economia dell’opera mahleriana ha indubbiamente un suo peso ma è in sostanza sintomo di una posizione negativa».

E Quirino Principe, al contrario

S’ intravede una catena di corrispondenti figure in sequenza, come gli arcani di un mazzo di carte o le stazioni di una via crucis mahleriana: carcere, evocazione di demoni per sfuggire al proprio peso, speranze e frustrazioni, duro e misconosciuto lavoro, affermazione di sé e solitudine, impossibilità di concludere la propria opera, catastrofe premonitrice, morte. Attraverso questi arcani o stazioni, Mahler sembra finalmente identificarsi senza ataviche insufficienze nella tradizione musicale europea intesa come collettiva dichiarazione di angosce e di sconfitte. L’ artista che si realizza in rigoglio è pur sempre minacciato, insieme con la propria opera, dalla morte, sicché l’ opera incompiuta non è casuale ma inevitabile.

Interessanti anche le considerazioni esposte dal compianto Sergio Sablich in un saggio del 2005, scritto per un programma di sala di un  concerto dell’ Orchestra dell’ Accademia di Santa Cecilia. Ne riporto un brano.

L’ idea che sta alla base della Sesta Sinfonia – ma sarebbe meglio dire che Mahler vi “mette in scena” un dramma universale personalizzandolo, proprio come fa la tragedia classica quando incarna in personaggi conflitti ideali – è di natura paradossale: essa risponde all’intenzione di costringere un disegno drammatico generale fortemente individualizzato a realizzarsi nelle forme di una Sinfonia tradizionale in quattro movimenti. Una Sinfonia in quattro movimenti è inevitabilmente legata a schemi e simmetrie più compatti rispetto a un ciclo in cinque o sei parti: e Mahler l’ adotta proprio per dare unità e compattezza a un programma interiore che, pur nelle sue intermittenze, si presenta con un carattere grandiosamente monotematico. Tutta la Sinfonia, con la parziale eccezione dello Scherzo, si dipana in tempo binario, in una scansione serrata, marcata, quasi martellata: ritmo di marcia che, nella sua inesorabile brutalità, sembra voler affermare qualcosa di ineluttabile, alla stregua di un’ idea fissa. Di solito Mahler rifugge dall’idea fissa per mostrare piuttosto, del suo mondo, gli aspetti più variegati e contrastanti, tra paesaggi della natura e dell’anima, esaltazioni e depressioni, luci e ombre: qui essa diviene invece il motore stesso della Sinfonia.

Volendo racchiudere questo programma in una formula, si potrebbe parlare, citando l’autore, di una «lotta dell’uomo contro il destino»: una lotta che annulla la carica ideale, di forza positiva e autoaffermativa, dell’umanesimo eroico beethoveniano per ribaltarsi in corsa verso l’ annientamento totale, in tremenda catastrofe cosmica senza palingenesi. E proprio qui sta il cuore del paradosso, della sfida: per realizzare questo assillilo in modo incontrovertibile Mahler si sottomette alla prova di forza della Sinfonia tradizionale, rispettandone in principio gli equilibri, stabilendo collegamenti armonici e tematici tra i tempi esterni e usando i tempi centrali in funzione di questi, per far risaltare ancor più l’evidenza della dimostrazione. Solo che la prospettiva di fondo è diametralmente rovesciata: il colossale edificio sinfonico punta a un approdo lucidamente negativo, non costruisce un sistema di valori che si affermino nella saldezza della forma organica ma al contrario progressivamente li dissolve in una furiosa, allucinante danza macabra, per lasciar da ultimo posto alle macerie di una terribile disfatta. È il buio che si annuncia, i cui echi fantasmatici risuoneranno negli appelli strazianti e nelle spettrali apparizioni della lunga notte della Settima Sinfonia.

Di conseguenza Mahler accresce enormemente nella Sesta lo spessore compositivo, accentuandone la componente dotta, contrappuntistica e combinatoria; ma al tempo stesso dissemina lungo il percorso simboli precisi, che alla stregua di indicatori stradali orientano il senso del cammino e ribadiscono i significati che vi sono sottesi. La novità sta nel fatto che questi simboli, ai quali è possibile ma non indispensabile attribuire il valore di un messaggio più o meno filosofico, sono espressi con mezzi interamente musicali, senza implicazioni dall’esterno: in altri termini, sono figure che irrompono con forte individualità propositiva – vedi il caso estremo dei colpi di martello – ma che si realizzano con valore di simbolo nell’autonomia del linguaggio sonoro, presentandosi in veste di ritmi, di temi, di armonie e di timbri. Citeremo solo i due esempi più pregnanti. Il primo è il motto delle tre trombe che appare subito nel primo movimento, un accordo di tonalità maggiore in fortissimo che si trasforma in minore diminuendo al pianissimo, accompagnato dalle sei note del timpano che scandiscono il ritmo del destino: il modo in cui Mahler lo isola e lo riprende senza alcuna trasformazione nei momenti culminanti della Sinfonia ne fa il segnale di qualcosa di immodificabile. Il passaggio immediato dal maggiore al minore richiama, fin dai tempi di Schubert, una sensazione precisa, a cui è però difficile dare un contenuto: uno stato d’animo più che un concetto. Mahler se ne serve proprio per collegare questo stato d’animo all’idea fissa di un destino eternamente presente, ostile all’uomo e alla sua autonomia: quasi una trappola che non lasci scampo, illudendo e subito irridendo. L’ambiguità però permane, è per così dire strutturale, e non può esser sciolta in immagine di un programma. (Come semplice curiosità noteremo che, in palese osservanza dell’estetica wagneriana dei Leitmotive, se non di quella del poema sinfonico, molti commentatori hanno cercato di dargli un nome e un contenuto, riducendo la pregnanza del simbolo a etichetta: motivo della “hybris” cosmica, dell’ineluttabilità del destino, della speranza che si muta in disperazione, e via dicendo).

Chiudiamo ora questa antologia di giudizi critici e occupiamoci del concerto in questione. La Sesta Sinfonia era preceduta da un breve brano per orchestra d’ archi, Mahler Moment di Dieter Schnebel, una delle figure più eminenti della cultura tedesca del secondo dopoguerra, non solo nel campo musicale. Allievo di Ernst Krenek, Theodor W. Adorno e Pierre Boulez, Schnebel lavorò intensamente con i più illustri esponenti dell’ avanguardia ai Darmstädter Ferienkurse e successivamente ha studiato all’ Università di Tübingen laureandosi in Teologia, per poi divenire ministro di culto e professore di Musica Sperimentale alla Hochschule der Künste Berlin. La sua ricca produzione musicale inizia con lavori di tipo decisamente sperimentale, e succesivamente si caratterizza per una riflessione sui linguaggi più tradizionali. A questa fase appartiene appunto la serie dei Moment, quattro brevi lavori scritti tra il 1985 e il 1992, sorta di brevi meditazioni sul materiale tematico di quattro grandi autori del passato: Mahler, Mozart, Verdi e Janacek.

Il brano dedicato a Mahler, eseguito per la prima volta nel 1986 a Zürich dalla Junge Deutsche Philharmonie diretta da Gary Bertini,  è di atmosfera estremamente rarefatta, a raffigurare quel progressivo spegnersi della carica vitale che Schnebel in un suo saggio del 1965 individua come principale caratteristica degli ultimi lavori mahleriani, ed è imperniato infatti sulla citazione delle ultime battute dell’ Adagio della Decima Sinfonia.

Senza alcuna pausa, Honeck ha attaccato direttamente il primo tempo della Sesta in tono vigoroso e decisamente drammatico. Una lettura intensa e serrata, con sonorità aspre e poche concessioni alla retorica, ma con un bel fraseggio cantabile nei passi liricheggianti. Bella la modellatura del celebre Tema di Alma, fraseggiato in maniera eccellente dagli archi della Staatsorchester. Sappiamo che Mahler fu per qualche tempo indeciso se far precedere o posporre l’ Andante allo Scherzo, e optò poi per quest’ ultima soluzione, di fatto ritornando alla scelta originaria. Honeck invece ha scelto di eseguire l’ Andante come secondo movimento. Anche qui, da apprezzare la cantabilità asciutta e severa e l’ estrema pulizia della lettura del direttore austriaco, e l’ accuratezza nella realizzazione di tutte le complesse dinamiche del brano, da parte di un’ orchestra al massimo della forma. Nello Scherzo, Honeck ha accentuato bene tutte le complesse soluzioni ritmiche e realizzato con cura la delicata atmosfera del Trio in fa maggiore, un grazioso intermezzo in tempo meno mosso che Mahler, quasi a voler sottolineare lo stacco, chiama “Altväterisch”, ossia “alla maniera antica dei patriarchi”. Bellissima la cavata degli archi nella frase di attacco del finale, diretto con una lucidità analitica e capacità di visione d’ insieme veramente di alto livello, in un sapiente dosaggio di atmosfere drammatiche, culminanti nello schianto dell’ accordo di la minore seguito dal pizzicato degli archi, una conclusione che ricorda irresistibilmente quella del secondo atto di Tosca. Un’ interpretazione davvero di alto livello, che colloca senza dubbio Manfred Honeck tra gli interpreti mahleriani più autorevoli del momento attuale. A questo punto attendiamo con interesse il suo prossimo debutto sul prestigioso podio dei Berliner Philharmoniker, nel prossimo febbraio.

Annunci

2 pensieri su “Manfred Honeck e la Staatsorchester Stuttgart

  1. Caro Mozart,non finiro’ mai di ringraziarti per queste recensioni, o meglio queste proposte di condividere il piacere che provi assistendo a vari spettacoli , tra l’altro, senza mai indulgere in sterili polemiche.Mi fai desiderare di venire a Stuttgart la prossima stagione (la mia decisione di andare in pensione mi sta rendendo la vita “quasi adolescenziale”).
    Nel merito : nel 2005, a Roma,ascoltai la sesta dal vivo -unica volta sinora-invitato dalla cugina corista a S Cecilia- ed ebbi modo anche di apprezzare il completo programma di sala di Sablich.
    Sara’ per la mia inesperienza, ( mi pare il direttore fosse cinese) ma son d’accordo con Duse :la sesta e’ la sifonia di Mahler che meno mi coinvolge , ho l’impressione che piu’ teorizza “enigmi” stratosferici meno la sua musica e’ sincera ed ambigua. Ma riascoltero’ le incisioni della medesima per cambiar parere. Cari saluti da un paese dell’etruria, Massimo Fazzari

    • A Santa Cecilia, la Sesta viene eseguita con una certa regolarità. È infatti stato pubblicato da poco il CD dell’ esecuzione dal vivo di Pappano, che ho trovato assai pregevole anche per l’ ottima prestazione dell’ orchestra, davvero all’ altezza delle migliori compagini europee.

I commenti sono chiusi.