Platée alla Staatsoper Stuttgart

Foto: A.T. Schaefer

Successo trionfale, con un quarto d’ ora di applausi, per la nuova produzione di Platée, opéra ballett di Jean-Philippe Rameau allestita alla Staatsoper Stuttgart da Calixto Bieito. Che cosa io pensi dello stile scenico del regista spagnolo, l’ ho già scritto in diverse occasioni e lo riassumo qui brevemente. A prescindere dal gusto discutibile di molte soluzioni sceniche, il difetto principale di molte produzioni di Bieito sta, a mio avviso, nello stravolgimento della drammaturgia originale dei testi. Non voglio assolutamente mettere in discussione l’ abilità indubbia di Bieito nel dirigere gli attori e nella conduzione tecnica degli spettacoli, ma il suo modo di fare teatro lirico è troppo spesso finalizzato a disinteressarsi dei contenuti musicali per costruire un racconto che procede indipendentemente dai contenuti predisposti dal librettista e dal compositore. Così era stato nei discutibilissimi allestimenti del Fliegende Holländer, del Parsifal e nel Trionfo del Tempo e del Disinganno visti in questi ultimi anni qui alla Staatsoper. Nel caso di Platée, bisogna dire che le cose sono andate in maniera leggermente migliore. L’ opera fu composta da Rameau per essere rappresentata a Versailles Versailles al Théâtre de la Grande Écurie, in occasione delle nozze del delfino Louis, figlio di Luigi XV, con Maria Teresa di Spagna, il 31 marzo 1745 e fu molto apprezzata dagli augusti invitati alla cerimonia, tanto da fruttare a Rameau, pochi mesi dopo, la nomina a compositore di Corte, col titolo di Compositeur du Cabinet du Roi e una cospicua rendita annuale. Si tratta dell’ opera a tutt’ oggi più popolare tra quelle del compositire francese insieme a Les Indes Galantes, per la sapienza dello stile musicale e la magnifica orchestrazione dalle tinte seducentissime. Drammaturgicamente il testo è abbastanza inusuale per gli standard dell’ epoca, nel suo trattare in tono sarcastico il mondo della mitologia greca.
Calixto Bieito, prendendo spunto dal fatto che il ruolo della protagonista fu scritto per il celebre tenore Pierre de Jélyotte, stretto collaboratore di Rameau e dal 1739 (anno in cui succedette a Denis Francois Tribou come primo tenore dell’ Opéra) principale esponente di quel registro vocale che gli storici chiamano haute-contre, ha ambientato la vicenda in epoca moderna, ambientandola nella celebre discoteca Studio 54 di New York, il locale più in voga della città americana negli ultimi decenni del secolo scorso. La storia diviene quella di una burla consumata ai danni di un travestito da parte dei frequentatori del locale, esponenti di quella classe sociale dedita ai vizi e alle trasgressioni estreme. Naturalmente Bieito in queste cose non ha la mano leggera, e quindi assistiamo a una serie di gags continue caratterizzate da pesanti allusioni sessuali, con la presenza di falli di gomma, profilattici usati come palloncini e altre simili finesses…
Stavolta però il gioco scenico riesce in maniera nettamente migliore rispetto ad altre occasioni, e la caratterizzazione dei personaggi è risolta in maniera spesso interessante, in particolare nel caso de La Folie, immaginata come una rock star che si esibisce agghindata come le dive pop dell’ epoca, con tanto di chitarra Gibson al collo, evocando le movenze di Amy Winehouse. Come ripeto, lo spettacolo aveva un bel ritmo e le invenzioni drammaturgiche del regista questa volta non contraddicevano in maniera troppo marcata lo spirito del pezzo. Merito anche delle belle invenzioni scenografiche di Susanne Gschwender e dei costumi bizzarri e fantasiosi ideati da Anna Eiermann. Tirando le somme, una cosa indubbiamente divertente.
Alla buona riuscita della serata ha comunque contribuito in modo determinante la splendida realizzazione musicale. Christian Curnyn, giovane direttore e cembalista inglese esordiente sul podio della Staatsoper, ha condotto l’ orchestra con perfetta aderenza stilistica e grande fantasia, ottenendo splendide sonorità e una bellissima varietà di fraseggi dall’ orchestra della Staatsoper, che in questa circostanza ha potuto avvalersi dei consigli stilistici di Bernhard Forck, il Konzertmeister dell’ Akademie für Alte Musik Berlin. Un debutto di notevole rilievo per un musicista che ha dimostrato una ragguardevole classe interpretativa.
Luci ed ombre per quanto riguarda le parti vocali, in primo luogo per una pronuncia francese che doveva essere curata meglio, visto che in questo repertorio l’ accentazione nitida e corretta del testo è un requisito essenziale. Su tutti ha brillato la bella prova di Ana Durlovski nel ruolo de La Folie, la cui pirotecnica esecuzione dell’ assolo „Aux langueurs d’ Apollon“, concluso da un bellissimo mi sopracuto, è stata probabilmente la cosa più riuscita della serata. Il tenore inglese Thomas Walker, che impersonava la protagonista Platée, ha una voce di discreta risonanza, ma la tessitura del ruolo gli crea diversi problemi di omogeneità tra i registri, con note di passaggio spesso schiacciate. Lo stesso dicasi dell’ altro tenore, il francese Cyril Auvity, che impersonava Thespis nel Prologo e Mercure nella commedia. Il baritono Andrè Morsch come Cytheron ha messo in evidenza una voce abbastanza sonora e timbrata ma anche parecchio ruvida di grana e tendente a stimbrarsi nei piani. Discrete le prove dei ruoli di fianco affidati a Shigeo Ishino (Momus), Rebecca von Lipinski (Thalie), Andreas Wolf (Jupiter), Sophie Marilley (Junon) e Yuko Kakuta (Clarine), tutti attori vivacissimi e perfettamente efficaci. 

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