Elektra alla Staatsoper Stuttgart

Foto ©A.T.Schaefer
Foto ©A.T.Schaefer

La Staatsoper di Stuttgart ha presentato la ripresa di Elektra di Strauss nella messinscena di Peter Konwitschny, una produzione del 2005 che al suo apparire fu molto apprezzata e poi ripresa in diversi altri teatri. Questa esecuzione segna l’ inizio di una nuova fase di collaborazione tra il grande regista di Leipzig, che è venuto a curare personalmente la ripresa dello spettacolo, e la Staatsoper.
Peter Konwitschny, come si sa, è una delle figure più importanti del teatro lirico tedesco, un regista i cui criteri di allestimento hanno influenzato tutta una generazione. A mio avviso, però, questa messinscena di Elektra non è da annoverare tra i suoi esiti più felici. Vediamo il perchè.
Lo spettacolo inizia con un prologo recitato: mentre gli spettatori si accomodano ai loro posti, sul palcoscenico un uomo a petto nudo gioca con alcuni bambini dentro una vasca di pietra, un monumento d’ altri tempi. quando all’  improvviso appare un uomo alle sue spalle accompagnato da una donna: questa lo intrappola in una rete e l’ altro lo ammazza a colpi d’ ascia, mentre i bimbi urlanti fuggono. Sul suono degli accordi orchestrali che aprono l’ opera, il fondale a specchio si apre. Sul fondo del palcoscenico viene proiettato un display che mostra un conto alla rovescia, un simbolo di quella immanenza tragica che porta per necessità fatale e dichiarata già fin dal principio alla catastrofe finale. In realtà, questo countdown proiettato sull’ immagine delle nuvole, che a volte si arrestava – un po’ come i contatori dei tassisti che per opportunità o cortesia possono subire accelerazioni o fermate improvvise – risulta superfluo nella sua monotonia.
Perché cercare di spiegare pedissequamente quella volontà terribile, perché esplicitare in maniera così pleonastica quella suspense che è già nel canto di Elektra, nel suo “Allein ganz weh allein”? È il solito discorso, quello della sfiducia verso il potere descrittivo autonomo della musica che costituisce uno dei falsi principi sui cui si basa tutto il Regietheater. La scena si è apre e mostra un interno moderno arredato in stile minimalista. Elektra è una ragazza dai modi maschili, una virago ossessionata dal ricordo e dalla voglia di vendetta, dai molti aspetti ambigui, non ultimo un malcelato amore morboso per  la sorella Chrisothemis. Quest’ ultima, agghindata come un bon-bon, ha invece la forza della ragionevolezza e il suo unico obiettivo è farsi una famiglia: sono le figlie dal carattere opposto di una signora dell’ alta società, Klitämnestra. La recitazione è curatissima, come sempre del resto nelle produzioni di Konwitschny, ma non basta a coprire la mancanza di idee veramente forti tali da sostenere questo tipo di musica. Col trascorrere della recita, si ha la sensazione che Konwitschny abbia voluto instaurare una sorta di braccio di ferro , una competizione drammatica con la musica di Strauss. Rimanendone ovviamente vittima quanto la famiglia di Agamennone.
Allo scadere del conto alla rovescia sul display arriva il finale, e qui a mio avviso l’ allestimento prende una direzione decisamente infelice. Orest non uccide Klitämnestra con l’ ascia custodita gelosamente dalla sorella, né con un’ altra ascia, come nel libretto, ma con una pistola. La stessa fine fa Egisto, ma in un impeto di drammaticità cosmica, Konwitschny non si limita a portare in scena solo queste vittime. La danza isterica di Elektra, nel finale, al raggiungimento della propria vendetta, è sostituita dal massacro di tutti gli abitanti del palazzo, nobili e servi indistintamente. Massacro che avviene a colpi di mitra, mentre sullo sfondo vengono proiettati fuochi d’ artificio.
Non si tratta più di una vendetta familiare, ma un’ affermazione di violenza totale, ingiustificata, una esemplificazione (e forse semplificazione) di una volontà “superomistica”, per cui è tutta una società che deve morire, perché muoia la violenza originaria.
Indubbiamente, è una lettura che pone interrogativi stimolanti per chi sa o vuole “leggere la scena”. Per chi vuole invece, come me, veder evidenziato in tutta la sua forza espressiva il carattere tragico della musica, questo non è un allestimento che riesca a sviluppare la cupezza, la violenza, la carica drammatica che la partitura di Strauss esprime. Il senso dell’ ancestralità e dell’ endemicità mitica della violenza insiti nella partitura e nel libretto, si possono ritrovare nell’ interpretazione di Konwitschny, ma in maniera troppo razionalizzata, troppo didascalica perché riescano ad appassionare quanto la musica stessa.
Nel trattare temi così drammatici e cupi, Konwitschny introduce spesso e volentieri trovate – ad esempio i fuochi d’ artificio sullo sfondo – che sembrano indizi di un distacco espressivo, come se la storia fosse analizzata a freddo.
Peccato però che il compito della regia, secondo me, non si debba limitare a questo, ma dovrebbe anche essere quello di coinvolgere l’ attenzione emotiva del pubblico. In questo senso, di simboli banali come i fuochi d’ artificio (noiosi anche quando non simbolici) non sappiamo cosa farcene. Aggiungo che le scariche di mitra nel finale disturbano gravemente la musica, e questa è una cosa che un vero regista d’ opera dovrebbe sempre cercare di evitare.
Per quanto riguarda la parte musicale, la direzione di questa ripresa era affidata a Georg Fritzsch, attuale Generalmusikdirektor del teatro di Kiel, senza dubbio una bacchetta esperta e competente, che ha offerto una lettura solida e incisiva della partitura, coadiuvato al meglio dall’ ottima prova dell’ orchestra e del coro. Forse alcuni aspetti potevano essere resi con un’ evidenza più forte, ad esempio il lirismo della scena in cui Elektra riconosce Orest e la violenza selvaggia del finale, ma nel complesso si è trattato di un’ interpretazione sicuramente di buon livello. La compagnia di canto era dominata dalla splendida Chrysothemis di Simone Schneider, vocalmente sicurissima nel dominare i passi di tessitura acuta e fraseggiatrice di grande espressività. Buona anche la prova di Renée Morloc come Klitämnestra. La protagonista era Barbara Schneider-Hofstetter, cantante che qui alla Staatsoper sostiene abitualmente i ruoli wagneriani da Hochdramatisch Sopran, e dalla quale abbiamo ascoltato prove convincenti come Ortrud, Senta e Isolde. Purtroppo in questo caso la voce risulta sovrastata dall’ aspra scrittura vocale della parte, e il canto è molto spesso sgradevolmente forzato. Daniel Brenna, applaudito Tambourmajor nella nuova produzione del Wozzeck appena andata in scena qui, è stato convincente anche nei panni di Aegisth, e il baritono Tuomas Pursio è stato un Orest vocalmente e scenicamente assai efficace. Impeccabili anche tutte le parti di fianco, con una particolare menzione per il quintetto delle ancelle nella scena iniziale, formato da Diana Haller, Sylvia Rena Ziegler, Tina Hörhold, Yuko Kakuta e Rebecca von Lipinsky. Grande successo per tutti alla fine.

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