Le cronache di Anna Costalonga da Leipzig – Leonidas Kavakos e Riccardo Chailly

Anna Costalonga ha assistito per noi al concerto di Leonidas Kavakos a Leipzig. Il grande violinista greco, uno dei virtuosi più interessanti della giovane generazione, si è esibito insieme alla Gewandhausorchester diretta da Riccardo Chailly che dal 2006 ne è direttore stabile. Di seguito, la cronaca della serata.

L’ orchestra della Gewandhaus si è prodotta ieri in uno dei migliori concerti che fino ad ora mi sia capitato di ascoltare qui a Lipsia, sotto la direzione del nostro Riccardo Chailly e con un ospite d’ eccezione, il violinista greco Leonidas Kavakos.

La serata prevedeva nella prima parte il Concerto per Violino e Orchestra n.1 op. 77 di Shostakovich e nella seconda la Terza Sinfonia di Brahms. Un programma senz’ altro impegnativo e suggestivo. Dico subito che sono stata molto impressionata da questo giovane violinista, che entra sul palco quasi timidamente, con i suoi capelli lunghi e neri, la barba e gli occhiali spessi: si potrebbe dire che Kavakos abbia più del metallaro o del ragazzo della porta accanto che del musicista classico, se ci si dovesse fermare alle apparenze. Quando tocca le corde del suo Stradivari, invece, assistiamo a una vera trasformazione: ecco il musicista classico e che musicista! Certo, siamo lontani dalla statura del primo esecutore e dedicatario del concerto, il titanico David Oistrakh – e d’ altronde non sarebbe neanche onesto fare un paragone simile. Kavakos comunque ci offre una interpretazione notevole di questo concerto superimpegnativo. Lo sentiamo nella maniera con cui segue il filo logico di una meditazione disperata, nel primo movimento, il Notturno. Qui il violino segue un discorso, quasi una divagazione forzata, destinata a non sfociare mai una melodia, ovvero a non trovare mai un senso compiuto. Una divagazione che prende spesso un moto ascendente e arriva a dei timbri acutissimi così esili, quasi immateriali , tali da autorizzarci a parlare di frantumazione del suono.

Se il violno piú di ogni altro strumento è assimilabile alla voce umana, in questo concerto di Shostakovich, più che altrove, il violino diventa una voce interiore moderna: una voce interiore conflittuale, anche contraddittoria, in una continua ricerca che risulterà autodistruttiva. Kavakos ha saputo trasmettere egregiamente il dissidio interiore della parte solistica al pubblico, pur riuscendo a smussare molte angolosità, con un giusto senso di lirismo. La Gewandhaus con il suo timbro scuro, ancora più calcato in  questo Shostakovich, non ci ha offerto un Notturno, ma un Tenebroso: con la dovuta tara, potremmo dire che l’interpretazione dell’ orchestra di Lipsia, pur sotto la bacchetta di Chailly, non ci ha proposto la stessa raffinatezza di Kavakos, ma ci ha offerto piuttosto una prova di forza e di  potenza. Quando, ad esempio,  verso la fine del primo movimento,  la meditazione del violino (o del sé?) sale verso l’  alto in un acuto rarefatto, l’ orchestra discende con potenza  in una discesa infera che si fa ancora più marcata nel settore grave: è la tempesta, il tragico  che ha il sopravvento;  Chailly accenta questa profondità tenebrosa, lasciando tutta la gamma della delicatezza al solista.

Insomma, si ha l’impressione ascoltando il Notturno di trovarsi di fronte a una meditazione ondivaga, che ha come unico risultato non solo la sgretolazione del senso melodico, ma la sgretolazione della fisicità stessa del suono: gli ultimi suoni fisicamente udibili sono alcune note pizzicate dell’ arpa e l’ acuto immateriale del violino. Nello Scherzo invece si assiste alla ripresa della vita attraverso lo sberleffo: tratto tipico della produzione shostakoviana. Ecco il tono circense, la risata esagerata, il ritmo forzatamente allegro. Se i fiati sembrano prodursi in suoni parodistici, il violino balla, in un susseguirsi di motivi popolari, quasi filastrocche, continuamente ripetute e variate. Chailly trova un ritmo indiavolato che fa battere il tempo a molte persone nel pubblico, perfino alla mia vicina di poltrona. È nella Passacaglia invece, nella incredibile e lunghissima cadenza che Kavakos ha dato il meglio di sé, com’ era prevedibile: un’ altissima tecnica combinata a una non comune raffinatezza interpretativa. Kavakos ha la capacità di magnetizzare gli ascoltatori, guidarli nel vortice sempre più intenso di questo raro momento musicale, e a sorprenderli con lo scoppio delle battute finali che preannunciano quello che sarà il carattere dell’ultimo movimento, il Burleske.

Questo giovanotto dall’ aria mite e remissiva è riuscito a catturare, emozionare il pubblico della Gewandhaus con un’ interpretazione notevolissima di questo pezzo, che è sì una partitura di difficoltà tecnica non indifferente, ma soprattutto è una prova di  maturità espressiva e interpretativa per un violinista. Non credo sia possibile affrontare un compositore ancor oggi così ostico ai più – e anche ai meno degli addetti ai lavori – senza un’ adeguata profondità e consapevolezza interpretativa,  e prima ancora che artistica, umana. Kavakos è stato infatti applaudito a lungo in una vera e propria standing ovation. Sfortunatamente non si è poi prodotto in un bis, benché il pubblico in fondo se l’ aspettasse.

La seconda parte del oncerto è stata invece dedicata interamente a un beniamino del mondo musicale tedesco e non solo, ovvero a Brahms e alla sua Terza Sinfonia. Che dire, a questo proposito? La Gewandhaus ha eccelso come poche volte nell’esecuzione di questo pezzo celeberrimo. Ci ha presentato questo continuo fluire, quasi un Reno che fluisce a pieno regime aggirandosi per continue anse: è il tipico moto ondulatorio, le infinite ennesime variazioni tipiche delle sinfonie brahmsiane. Veramente ottima la prova del nostro Riccardo Chailly che ha saputo darci le varie sfumature di questo pezzo fondamentale del repertorio sinfonico tedesco. Per una serata così, mancava però una chiusa davvero celebrativa: sia il primo concerto di Shostakovich sia la terza sinfonia infatti, nonostante le piene orchestrali, tragicamente moderne nel primo caso, e estetizzanti nel secondo, finiscono entrambi quasi con un sospiro. L’ Akademische Ouverture di Brahms, come bis, ha fornito invece il “frastuono” sufficiente per suggellare un finale trionfale.

Ci voleva un Brahms – e in particolare, una terza sinfonia – alla fine, per lenire le inquietudini che solo Shostakovich sa dare. È paradossale o forse significativo che esista ancora la stessa resistenza nei confronti di questo musicista, con quasi le stesse motivazioni, che l’ autore stesso dovette sopportare nel triste periodo dello Zdanovismo fino alla morte di Stalin:  le accuse di cerebralismo e di intellettualismo, di lontananza dall’animo della gente comune. Ancora adesso, la musica di Shostakovich può sconcertare, per i cambi repentini di registro, per l’ atonalità – discorsi vecchi, d’ accordo, d’ altro canto  non è mai del tutto tramontata la resistenza di certo pubblico nei confronti di questo compositore. Infatti, nonostante l’ assoluta piacevolezza della seconda parte, credo che la singolarità di questa serata sia stata esclusivamente nella prima, proprio perché ha richiesto allo spettatore un poco di sforzo intellettivo in più: è a mio avviso impossibile ascoltare Shostakovich senza in qualche modo essere costretti a guardarsi dentro.

Shostakovich, in particolare in questo concerto, mostra l’ assurdità dell’ io moderno,  non commuove con linee melodiche celestiali (come d’altronde fa in altre opere, penso all’ Andante del celebre secondo concerto per piano e orchestra), ma atterrisce e deve atterrire sia con la sospensione del suono, della fisicità quindi e per traslato, con il rimando alla morte come annullamento (penso agli esilissimi acuti della parte del violino nel notturno e nella passacaglia, ma anche allo stesso finale, le cui ultime battute sono segnate in partitura con la dinamica “Morendo”) sia con la potenza, quasi violenza,  delle risposte orchestrali, soprattutto nello Scherzo e nel Burleske: una forzatura questa che ricorda un vecchio adagio ebreo, che suonerebbe più o meno come “cantare con forza e con gioia per nascondere la morte del cuore” e che certamente Shostakovich doveva aver fatto suo, nei terribili anni subito dopo la guerra, nel famigerato periodo di repressione culturale in cui scrisse quest’ opera incredibile.

Anna Costalonga

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4 pensieri su “Le cronache di Anna Costalonga da Leipzig – Leonidas Kavakos e Riccardo Chailly

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    Giovedì sera sono stata ad ascoltare il grande violinista greco Leonidas Kavakos con la Gewandhausorchester, ecco il resoconto della serata

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