Le cronache di Anna Costalonga da Leipzig – Concerto per i 60 anni di Wolfgang Rihm

Continuano le cronache musicali che Anna Costalonga ci invia da Leipzig. Eccovi il resoconto della serata alla Gewandhaus in onore di Wolfgang Rihm.

La Gewandhaus ha celebrato i 60 anni del compositore tedesco Wolfgang Rihm con una serie di concerti, di cui quello di ieri sera è stato senz’ altro il più pubblicizzato.

Nel programma due poemi sinfonici: “Von der Wiege bis Zum Grabe” di Liszt e la Sinfonia Domestica di Richard Strauss. Per onorare il compleanno del grande compositore contemporaneo, è stata eseguita la prima assoluta di un suo nuovo lavoro, Samothrake, “per soprano acuto e orchestra”, commissionato dalla stessa Gewandhaus.

“Von der Wiege bis Zum Grabe” è un componimento estremamente eclettico. In 15 minuti ci offre le tre età dell’ uomo: la Culla ovvero l’infanzia; la Battaglia dell’esistenza ovvero la maturità, e la Bara, ovvero la morte. Tutte e tre sono rappresentate da rispettivi motivi tematici, che però si rincorrono, si intrecciano l’ uno con l’ altro, a creare un’ ”omogeneità variopinta”, se così si può dire.

Questa omogeneità è suggellata dalla ricomparsa del motivo della Culla, alla fine del terzo movimento, cioè alla fine della morte: alla concezione musicale circolare si sovrappone cioè una concezione filosofica circolare dell’ autore. Ora, di questa “omogeneità variopinta”,  purtroppo non ho ritrovato la ricchezza timbrica espressiva nell’esecuzione della Gewandhaus, almeno non nel primo movimento, quello della culla. Man mano che la composizione procedeva, nel secondo e terzo movimento, ho potuto assistere a una maggiore vivacità e espressività: non foss’ altro perché in questi due ultimi, il poema lisztiano si fa “ferro e fuoco”; accantona  fino a quasi alla fine il carattere più delicato, più rarefatto, in una parola più poetico, che è proprio invece dell’inizio. Mi sembra che la Gewandhaus, almeno sotto la direzione di Ulf Schirmer, non riesca a brillare là dove si richieda una rarefazione, una delicatezza maggiore, mentre è presente (e molto – forse, in alcuni punti, anche troppo)  là dove i passaggi musicali invece richiedono forza e volume.

Per passare alla nuova composizione di Wolfgang Rihm, mi sono chiesta quale fosse il filo conduttore per un connubio così stridente come Liszt-Rihm.

Entrambe le composizioni nascono da suggestioni extramusicali, in cui la pittura gioca un ruolo fondamentale. Se Von der Wiege è stata ispirata dal dipinto omonimo del pittore ungherese Mihály Zichy, raffigurante appunto le tre età umane, l’ispirazione per la nuova opera di Wolfgang Rihm, Samothrake, nasce da alcuni passi  del carteggio inedito fra il grande pittore espressionista Max Beckmann e la sua mecenate Lilly Von Schnitzler. Alcuni di questi passi sono illuminanti e chiariscono un possibile stretto legame fra la concezione rappresentata dal poema sinfonico lisztiano e quello beckmanniano-rihmiano, un legame che rimanda alla circolarità dell’essere, ad un nietzschiano “eterno ritorno”:  “Distrutto è molto di ciò che una volta pareva tutto e necessario – Ora urlano le ceneri di nuovo verso il Tutto – Distrutti sono gli uomini le membra e le anime, niente è più all’infuori del “nulla” che vuole diventare forma nuovamente” (Zerbrochen ist vieles, was einst ganz und notwendig erschien – nun schreiten di Trümmer wieder zur Ganzheit – Zerbrochen sind Menschen Glieder und Seelen, nichts ist mehr da außer dem “Nichts”, was wieder Gestalt werden will). O ancora “Senza posa gira la ruota della metamorfosi del Sempre Uguale, fluttua attraverso gli abissi dei soli o attraverso le tenebre più profonde delle notti perdute” (Unaufhörlich dreht sich das Rad der Veränderung des immer Gleichen, treibt uns durch die Abgründe der Sonnen oder durch die tiefsten Dunkelheiten verschollener Nächte)

Si tratta di un lavoro vocale, per soprano, in realtà un pezzo non proprio cantato, piuttosto declamato su un registro acuto, accompagnato da un’ orchestra da un andamento fluttuante, “come la ruota della metamorfosi del sempre uguale”, pieno di crescendi e esplosioni improvvise e decrescendi altrettanto improvvisi.

Molto più orecchiabile rispetto ad altre opere di Rihm – per quanto orecchiabile  sia una categoria da non dover tenere in considerazione con questo autore – mi ha affascinato nella parte orchestrale, appunto, per una ritrovata ricchezza timbrica, molto suggestiva, proprio per questo andamento oscillatorio: la tensione degli archi veniva di volta in volta contrappuntata dai crescendi delle sezioni dei legni e degli ottoni; le esplosioni di queste si tramutavano sotto nuova forma in esplosioni degli archi e così via, in un rimando o metamorfosi continue.

Il canto, o meglio, il declamato si è rivelato di una difficoltà notevole e tipico delle parti vocali di molta musica contemporanea: salti di ottava temerari, mancanza quasi totale di alcun filo “melodico”, e la conseguente difficoltà a convogliare il significato del testo agli uditori: tutte difficoltà che Anna Prohaska ha superato con molto onore, tranne forse l’ ultima.

Temo che  uno dei problemi di questa voce bianco-perlacea, infatti, così esigua e esangue, sia proprio l’ espressività; forse, una voce con un poco più di corpo avrebbe giovato, anche solo a dare una giusta forza al testo. Samothrake resta comunque un’opera affascinante per il contrasto fra sonorità ultraterrene (date soprattutto dalla tessitura richiesta alla soprano) e contrappunto a tratti tellurico dell’orchestra: senz’altro una delle più suggestive fra quelle che ho potuto ascoltare del compositore tedesco.

Ad ogni modo, Wolfgang Rihm in prima fila pareva soddisfatto: una volta sul palco, è stato sommerso da applausi meritati, se non altro per la sua carriera compositiva.

Il concerto si è poi chiuso con l’esecuzione di un altro celebre poema sinfonico, la Sinfonia Domestica di Richard Strauss. Anche qui ci troviamo di fronte quasi a un dipinto, al quadro di una scena familiare, di un giorno nella vita di un uomo, se possiamo dire così. Questo componimento così trascinante proprio per la capacità di trovare il poetico, perfino il paradisiaco e nello stesso tempo l’epico in quadri di vita quotidiana, è stato condotto nella stessa maniera del poema lisztiano, cioè privilegiando gli aspetti più grossolani.

Ad esempio, il pathos del grande crescendo dell’ Adagio, che dovrebbe portare i violini a una tensione incredibile, per poi culminare nella fragorosa esplosione orchestrale, pochi minuti prima del finale, è stato stilizzato, appiattito, direi pure indebolito. L’esplosione orchestrale è invece arrivata puntuale e fragorosa, anche troppo fragorosa. Peccato questo squilibrio esecutivo, soprattutto con pezzi così forti e imponenti come questi, mi dicevo mentre il poema si avviava alla fine: a un certo punto nell’ultimo movimento, mi sono perfino chiesta se non mi trovassi di fronte a una sinfonia di Schumann, invece che a un poema sinfonico straussiano. Davvero peccato, perché, a ben considerare,  la prestazione dell’orchestra è stata sicuramente buona – e d’altronde l’ orchestra della Gewandhaus non ha bisogno di troppe presentazioni.

Negli ultimi minuti, insomma, mi sono convinta che quello che è mancato è stata proprio l’ anima, la capacità di trasmettere quell’ emozione che l’ opera di Strauss – ma anche l’ opera di Liszt nella prima parte del concerto – dovrebbe saper infondere con generosità. Mentre ero assorta in queste considerazioni, puntualmente, dopo le battute finali, sono arrivati gli applausi. Ancora una volta un successo, a sala non piena. Anche se questa volta abbiamo avuto la rara occasione di ascoltare la prima assoluta di una nuova opera di uno dei più importanti compositori tedeschi contemporanei, Wolfgang Rihm.

Anna Costalonga

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