“Die glückliche Hand” e “Osud” alla Staatsoper Stuttgart

Come terza nuova produzione della stagione di quest’ anno, la Staatsoper Stuttgart ha presentato un dittico formato da due opere brevi novecentesche, Die Glückliche Hand di Schönberg e Osud (Destino) di Janacek, lavoro rimasto ineseguito durante la vita del compositore moravo. Con questa produzione il direttore d’ orchestra francese Sylvain Cambreling ha iniziato ufficialmente la sua attività di Generalmusikdirektor designato alla Staatsoper, in attesa di assumere pienamente le sue funzioni a partire dalla prossima stagione.
I due titoli proposti in questa serata presentano diversi aspetti in comune dal punto di vista drammaturgico. In entrambi i casi si tratta di drammi psicologici che hanno le loro premesse in un disagio interiore e nei conflitti di coscienza che travolgono il destino del protagonista. Sintomi di una rottura intima del proprio animo con la dimensione convenzionale del tempo e del vivere, che in quegli anni erano stati portati in scena nei lavori teatraili di August Strindberg. una sorta di teatro dell’ anima in cui alla legge della realtà quotidiana si sostituisce quella delle rivelazioni dell’ inconscio.
Die Glückliche Hand, scritta tra il 1910 e il 1913, costituisce insieme ad Erwartung l’ esito pratico del lavoro di Schönberg rivolto alla creazione di un teatro espressionista. Entrambe le opere hanno una struttura basata su quattro scene brevi con la presenza di un’ unica voce protagonista, nella Glückliche Hand attorniato da due mimi e un coro di sei voci maschili e sei femminili e hanno inoltre in comune la brevità, la struttura in un atto unico suddiviso in quattro quadri, l’  ampiezza dell’organico, l’ uso cameristico degli strumenti, la densità del contrappunto, la natura atonale dell’ armonia. La differenza fondamentale è nella caratterizzazione del personaggio, che qui si esprime unicamente attraverso brevi incisi mentre in Erwartung la parte vocale è maggiormente sviluppata, anche se lo stile della scrittura vocale rimane sempre quello dello Sprechgesang. Entrambele opere sopprimono le unità di tempo, luogo e azione «per trasformare il palcoscenico in un campo di forze irradiate dalla mente», come scriveva il compositore stesso, aggiungendo poi che «si ha così un ritorno all’ antica tradizione del teatro come intrattenimento magico, con la conseguente liberazione del ‘rappresentato’ dai vincoli della verosimiglianza».
Osud, opera scritta da Janacek tra il 1903 e il 1907, condivide con il lavoro di Schönberg il contenuto drammatico basato sui conflitti di coscienza e i disagi interiori, che in questo caso il compositore rielabora in senso autobiografico, partendo da alcuni aspetti della sua vicenda personale. Dal pundi di vista stilistico, la partitura è rappresentativa di una fase di evoluzione nello stile dell’ autore. La compisizione inizia nel 1903, dopo la lunga elaborazione del suo capolavoro operistico, Jenufa. A questo punto, il musicista prende le distanze dall’ influenza tardoromantica, per cercare nuove soluzioni di linguaggio. Intuizioni e soluzioni armoniche destinate a confluire nell’ evoluzione successiva, tutta novecentesca, della sua esperienza creativa, fino alla definizione di una variante personalissima di un processo variegato, a più voci, di disintegrazione e superamento della tonalità.
Lo stile di Janácek è comunque difficilmente assimilabile alle sperimentazione delle avanguardie, essendo essenzialmente affrancato da vincoli armonici rigidi, con una invenzione melodica personalissima, che nella sua produzione operistica è  basata sull’ analisi maniacale delle inflessioni prosodiche e accentuative del linguaggio parlato. Col passare degli anni, l’ ispirazione dell’ artista sembrò assecondare gli impulsi di crescente affrancamento dalla tradizione, con esiti di sempre maggiore vitalità e modernità.
Come documento di questo processo evolutivo, Osud è senza dubbio un lavoro interessante, anche se il testo zoppica dal punto di vista drammaturgico e Janacek in questo caso non riesce pienamente a realizzare quella perfetta caratterizzazione drammatica dei ruoli che costituisce uno degli aspetti più affascinanti del suo teatro. Anche la musica alterna pagine di splendida fattura, come le scene di insieme del primo atto e tutta la scena tra Mila e Zivny nel secondo, ad altre non perfettamente risolte come il monologo finale del protagonista.
L’ opera, rifiutata dai teatri di Brno e Praga e rappresentata per la prima volta in forma scenica solo nel 1958, ha circolato successivamente in una versione che alterava profondamente la drammaturgia originale e l’ ordine delle scene e solo negli ultimi anni è stata pubblicata un’ edizione critica che ristabilisce le intenzioni dell’ autore.
La Staatsoper Stuttgart ha presentato questi due titoli affidando ancora una volta la messinscena a Jussi Wieler e Sergio Morabito i quali, dopo la prova poco felice della Sonnambula, questa volta hanno dimostrato una perfetta comprensione dei due testi. Bellissima l’ atmosfera scenica di Glückliche Hand, con efficacissimi giochi di luci, realizzati da Lothar Baumgarte. Molto efficace l’ idea di realizzare l’ ossessione femminile del protagonista attraverso la presenza incombente di una enorme bambola gonfiabile priva di volto.
Eccellente anche l’ impostazione di Osud, con una recitazione perfettamente curata nelle scene di insieme e una perfetta caratterizzazione dei ruoli principali. Di ottima fattura le scene di Bert Neumann e i costumi di Nina von Mechow.
Sul podio di un’ orchestra in splendida forma, Sylvain Cambreling ha diretto entrambi i lavori con perfetta consapevolezza stilistica e trascinante energia espressiva, ricavando splendidi colori strumentali e fraseggi perfetti per equilibrio e respiro d’ insieme. Una prestazione davvero eccellente, che fa ben sperare per il futuro della collaborazione del maestro francese con il teatro.
Ottimo il baritono giapponese Shigeo Hishino, uno dei migliori elementi dell’ ensemble della Staatsoper, come protagonista della Glückliche Hand, per la voce robusta e ben timbrata e le ottime capacità sceniche.
Nel cast dell’opera di Janacek, da segnalare innanzi tutto la bellissima prova di Rosalind Plowright nel ruolo della madre di Mila, il personaggio che tramite i suoi problemi psichici funge da elemento trascinante nella catastrofe dei protagonisti. La voce è ancora ampia e di bel colore e il fraseggio è sempre di grande incisività. Molto buona anche l’ interpretazione di Mila, affidata al giovane soprano inglese Rebecca von Lipinsky, voce non di grandissimo volume ma abbastanza sicura nell’ impostazione e fraseggiatrice di buona efficacia. Decisamente di livello inferiore il tenore inglese John Graham Hall, che impersonava il protagonista Zivny e che ha evidenziato diversi problemi nella gestione del registro acuto, con note stimbrate e forzate. Buona comunque la sua prova dal punto di vista scenico.
Tra i numerosi comprimari del primo atto, va segnalata la caratterizzazione incisiva di Helene Schneiderman, Michael Ebbecke, Heinz Göhrig e Karl Friedrich Dürr, quattro voci storiche dell’ emsemble della Staatsoper. Bravo anche il giovane baritono André Morsch nel ruolo dell’ assistente Verva, nel terzo atto. Teatro esaurito, e fa piacere notarlo vista l’ inusualità della proposta, e grande successo per tutti.

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Un pensiero su ““Die glückliche Hand” e “Osud” alla Staatsoper Stuttgart

  1. Molte Grazie, è da tanto che do la caccia a Die glückliche Hand, sono riuscito scaricare Moses und
    Aron (nella versione cinematografica) da Emule, spero di trovare anche questa.
    I tuoi commenti sono preziosi per il modesto amatore che sono io, che si deve arrangiare abitando
    in una cittadina toscana: l’unica occasione che mi si presenta è il Maggio Musicale Firorentino.

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