Stephane Deneve e la Radio-Sinfonieorchester Stuttgart des SWR – Rachmaninov, Ravel e Respighi

Stephane Deneve, da quest’ anno nuovo direttore stabile della Radio-Sinfonieorchester Stuttgart des SWR, è tornato sul podio della Liederhalle per il sesto appuntamento della stagione concertistica, con uno splendido programma di musiche novecentesche russe, francesi e italiane, adattissimo a mettere in evidenza le magnifiche qualità del complesso.  In apertura di programma, le Danze Sinfoniche op. 45 di Rachmaninov, partitura scritta per la Philadelphia Orchestra ed Eugene Ormandy, che ne fu direttore stabile dal 1936 al 1980 e che ne diresse la prima esecuzione assoluta il 3 gennaio 1941. Il compositore russo aveva scritto il brano pensando a una possibile rappresentazione coreografica, per la quale aveva preso contatti con Michel Fokine, che aveva aderito entusiasticamente al progetto dopo aver ascoltato la suite di danze eseguita al pianoforte dall’ autore. Purtroppo la morte improvvisa del celebre coreografo nell’ agosto 1942, seguita da quella di Rachmaninov sette mesi più tardi, impedì la realizzazione del progetto. Ci resta una partitura sinfonica che costituisce in qualche modo un riassunto della vita artistica del musicista russo, con varie citazioni di lavori precedenti come il tema della Prima Sinfonia nel movimento iniziale, e un’ atmosfera che richiama a tratti il modo di strumentare di Stravinsky combinato con citazioni jazzistiche e altre reminiscenze di vario genere, come il tema del Dies Irae nel terzo movimento. Stephane Deneve ne ha dato un’ interpretazione curatissima nei dettagli, con colori orchestrali di grande varietà e bellezza, perfettamente assecondato da un’ orchestra assai duttile.

A seguire, il Concerto per piano e orchestra per la mano sinistra in re minore di Ravel, scritto contemporaneamente all’ altro Concerto per piano, quello in sol maggiore. Come si sa, il lavoro fu commissionato al compositore da Paul Wittgenstein, il pianista austriaco fratello del filosofo Ludwig Wittgenstein. Dopo aver perduto il braccio destro durante la Grande Guerra, Paul Wittgenstein aveva deciso di continuare la sua carriera di concertista costruendosi un repertorio fatto di trascrizioni da lui stesso effettuate e di nuove composizioni commissionate ad alcuni dei più famosi musicisti della sua epoca. Dai documenti rimastici risulta che il pianista non rimase soddisfatto del brano di Ravel, il quale a sua volta era convinto che Wittgenstein non fosse tecnicamente all’ altezza della scrittura pianistica da lui ideata. Essendoci pervenuta la registrazione effettuata dal pianista austriaco, bisogna dire che Ravel aveva ragione a pensarla in questo modo. Tra l’ altro, il concerto presenta passi di scrittura influenzata da reminiscenze jazz, genere del quale Ravel si era interessato a fondo durante il suo viaggio negli Stati Uniti e che a Wittgenstein era completamente estraneo. Decisamente di ottimo livello, in questa occasione, l’ esecuzione del giovane pianista francese Bertrand Chamayou, virtuosisticamente scintillante e stilisticamente centrata, con bellissime sfumature di tocco ottimamente recepite e assecondate da Deneve, che ha perfettamente calibrato i colori orchestrali e le sfumature ritmiche.

A conclusione della serata il poema sinfonico di Ottorino Respighi “Pini di Roma”, terzo lavoro della cosiddetta Trilogia Romana, insieme a “Le fontane di Roma” e “Feste Romane”. Qui il compositore bolognese dispiega tutte le possibilità sonore della sua coloratissima orchestra, in un continuo caleidoscopio timbrico e melodico, culminante nella spettacolare Marcia dei legionari che costituisce il quarto tempo, brano a suo tempo accusato di retorica celebrativa fascista, tesi smentita da Fedele D’ Amico che assai a proposito notava:

Quanto a quest’ inno, un bel giorno ci si volle vedere un’ apologia del Fascismo; come se l’ impero romano fosse un’ invenzione di Starace, e come se ogni celebrazione bellica valesse incoronazione di tiranni. Ma la paranoia fa questo ed altro. Non perciò questa pagina non dovrà dirsi magniloquente; a patto però di ricordare che in una poetica come quella di Respighi anche la magniloquenza ha i suoi diritti. Comunque sarà magari vero che dopo una ventina di battute l’ ascoltatore cominci ad avvertire l’ avvio di una specie di progetto balistico di cui l’ esito gli pare fastidiosamente scontato; ma è anche più vero che, affollandosi le voci di bronzo progressivamente e salendo via via la temperatura, avvertirà nel processo una sorta di fatalità soverchiante. E infine constaterà che i legionari hanno conquistato anche lui.

In una partitura del genere, un’ orchestra ben preparata ha modo di mettere in luce tutte le sue migliori qualità, e così è infatti avvenuto anche in questa occasione. La RSO Stuttgart ha suonato con magnifica precisione e qualità di suono, mettendo in evidenza una compattezza e uno splendore sinfonico veramente di alto livello. Molto bello il taglio interpretativo di Stephane Deneve, con un bellissimo gioco di tinte sfumate nei primi tre episodi e una marcia finale grandiosa negli accenti e magnificamente calibrata. Una lettura interessante, coinvolgente e giustamente  salutata da lunghi applausi finali.

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