La Sonnambula alla Staatsoper Stuttgart

Teatro esaurito e grande successo di pubblico per la nuova produzione della Sonnambula di Bellini alla Staatsoper. Lo spettacolo ha costituito il vero punto di partenza della nuova gestione del teatro, affidata a Jossi Wieler, autore della regia insieme ai suoi consueti collaboratori, Sergio Morabito e Anna Viebrock, ideatrice delle scene e dei costumi.
Come al solito, quando si recensisce una rappresentazione operistica in Germania, bisogna premettere le solite considerazioni su quel Regietheater che personalmente io considero una delle disgrazie più perniciose abbattutesi sul mondo della lirica negli ultimi trent’ anni.  È proprio il concetto di base di questo tipo di teatro che non funziona: negare alla musica qualsiasi potere evocativo autonomo, infarcire qualsiasi messinscena di sottolineature e dettagli completamente inutili per visualizzare quell’ atmosfera che la musica, nel melodramma, provvede da sola a creare e che, secondo questi signori, evidentemente non è sufficiente a reggere uno spettacolo. Jossi Wieler e Sergio Morabito non appartengono a quella categoria di registi che stravolgono l’ argomento originale per sostituirlo con una storia di loro gradimento, come Dimitri Tcherniakov, Calixto Bieito o Christopher Loy, tanto per capirci. Al contrario, molti dei loro spettacoli a cui ho assistito si caratterizzavano per una narrazione scenica coerente e rispettosa dello spirito del testo. Mi riferisco ad esempio alle ottime messinscene de La Juive e della Katja Kabanova qui alla Staatsoper. Affrontando La Sonnambula, invece, si sono fatti prendere, in base a quanto si è visto, dall’ idea di rinforzare una storia ritenuta drammaturgicamente debole e di infarcirla di supposizioni e dettagli a cui l’ autore non aveva pensato.
Vediamo di descrivere concretamente le cose. La scena di base è una grande cantina di osteria, miseramente arredata con un sofà spelacchiato e armadioni presi dal rigattiere e che, nelle scene festive all’ inizio e alla fine, si riempie di lunghi tavoli con panche, di quelli che qui in Germania si possono trovare in qualsiasi sagra paesana. Naturalmente, la vicenda è ambientata ai nostri giorni, con quegli abiti contemporanei che ormai in Germania nel teatro lirico sembrano obbligatori come la Mehrwertsteuer da pagare sui biglietti.
Tutti i i personaggi recitano con un tono forzato, pieno di lazzi e smorfie da cabaret di terz’ ordine e come sempre basato su quello che sembra un altro principio basilare della regia tedesca: il terrore della staticità, l’ ossessione secondo la quale in scena deve esserci sempre movimento, anche quando la musica esigerebbe un momento di stasi. Naturalmente, quando in scena si canta d’ amore, la cosa deve essere per forza sottolineata da pulsioni erotiche, ed ecco Amina e Rodolfo, durante il celebre duetto del primo atto, strofinarsi reciprocamente per esprimere, pare, la loro voglia di consumare le nozze alla svelta. Ecco il Conte Rodolfo gettarsi addosso a Lisa all’ inizio della scena finale del primo atto e subito dopo Amina, durante la scena del sonnambulismo, che lo scambia per Elvino e lo rovescia sul letto tentando lo stesso tipo di approccio. Rodolfo, che in fondo è un gentiluomo, si scansa e non trova di meglio, per sfuggire all’ assatanata, che nascondersi in un armadio, come in una farsa francese del genere pochade. Arrivano gli abitanti del villaggio e il concertato si trasforma in una piazzata, con Elvino che sbatacchia Amina in giro per la scena come Turiddu con Santuzza nel duetto della “Mala Pasqua”. Lei, che in fondo è una ragazza con una sua dignità, si ribella a questo trattamento e se ne esce sbattendo la porta, non prima di avere appioppato un solennissimo ceffone al malcapitato. Sipario e intervallo.
Il secondo atto si apre con i coristi che eseguono una minuziosa perquisizione dei bagagli del Conte, alla ricerca di qualcosa di compromettente. Elvino per esprimere la sua delusione e la gelosia che lo tormenta, non trova di meglio che sottolineare la sua aria rotolandosi per terra (un altro topic stilistico obbligatorio delle regie tedesche moderne…) e con il solito campionario di gesti isterici.
La scena finale, mancando il ponte dove Amina dovrebbe camminare, a causa dell’ ambientazione in cantina è risolta come segue. La protagonista, abbigliata con una camicia da notte insanguinata come Lucia di Lammermoor al terzo atto (questa, scusatemi, proprio non l’ ho capita…) entra in scena barcollando e contorcendosi, in preda a un attacco febbrile o qualcosa di simile, canta la sua aria e alla fine si sdraia sul sofà nell’ angolo. Rapidamente tutti rimontano tavoli e panche e la svegliano facendole vedere la festa di nozze iniziale, come se tutta la storia fosse stata un suo incubo.
Dopo aver assistito a tutto questo, suggerirei ai signori Wieler e Morabito di ricordare che, come dice Canio nei Pagliacci, “il teatro e la vita non son la stessa cosa”. Noi andiamo a teatro in cerca di un’ evasione dalla quotidianità e volgarizzare l’ atmosfera di idillio romantico immaginata da Bellini trasformandola in una ordinaria storia di amore e sesso vuol dire sminuirla e renderla banale, comune e grossolana. Purtroppo, sembra che qui in Germania questo sia l’ unico modo di concepire un allestimento operistico. Misero risultato conseguito da un’ avanguardia che, divenuta istituzione, continua stancamente a ripetere rituali già visti e stravisti decine di volte, spettacolo dopo spettacolo.
Un vero peccato, perchè musicalmente l’ esecuzione è stata di buon livello. Gabriele Ferro ha innanzi tutto avuto il grandissimo merito di eseguire l`opera in versione integrale e secondo la recente edizione critica della partitura, tranne che per un paio di punti del duetto Amina-Elvino nei quali il tenore dovrebbe cantare una terza più in alto del soprano le due parti vocali per tradizione si invertono
Una bella direzione, equilibrata e piena di senso del canto, che sottolineava giustamente i colori al pastello e i preziosi dettagli strumentali della musica di Bellini, oltre che misurata ed efficace negli accompagnamenti delle arie e accurata nelle scene corali, grazie all’ eccellente prestazione dell`orchestra e del coro preparato da Michael Alber.
Di buona qualità complessiva anche la compagnia di canto. Ana Durlovski, soprano macedone che qui era già stata un’ apprezzata protagonista della Lucia di Lammermoor, ha cantato Amina con morbidezza, buon legato, padronanza della coloratura e del settore acuto nelle arie. La voce è di bel timbro, brillante nelle note centrali ed equilibrata in tutti i registri e l’ interprete possiede una buona proprietà stilistica e belle capacità di fraseggio, che hanno reso intensa ed espressiva la caratterizzazione del personaggio. Una protagonista di buon rilievo, che avrebbe meritato un partner alla sua altezza, cosa che purtroppo non è accaduta. Il giovane tenore brasiliano Luciano Botelho, infatti, ha una voce di bel colore ma completamente piantata nella gola e priva di sostegno, che diventa nasale nelle note tra il mi e il sol e piccola, dura e spesso anche abbondantemente calante negli acuti. Con queste vistose lacune tecniche, l’ interprete è logicamente manierato, querulo e spesso sopra le righe e il ruolo ne esce sminuito.
Bravo invece, come sempre, il basso cinese Liang Li nel ruolo del Conte Rodolfo. Si tratta di un cantante versatile e di impeccabile professionalità, che riesce a distinguersi in un ampio repertorio e in ruoli tra loro diversissimi grazie alla morbidezza e al buon legato che contraddistinguono sempre il suo modo di cantare. Catriona Smith, una delle voci storiche della Staatsoper, ha riportato una bella affermazione personale nella parte di Lisa, che nella versione integrale è significativa al punto di diventare una vera antagonista, e ha cantato le due arie padroneggiando in maniera eccellente la coloratura. Helene Schneidermann, altra veterana del nostro ensemble, è stata un’ ottima Teresa e Motti Kastòn ha dato un bel rilievo scenico e vocale al ruolo di Alessio. Come ho già detto in apertura, grande successo per tutti. Bellini ringrazia, ma prega i signori Wieler e Morabito di ripensarci su…
Alla fine, sempre il solito discorso: esecuzione ascoltabile e spettacolo inguardabile. Questa volta, pensando alle ignote origini della protagonista e alle allusioni sessuali viste sulla scena, sono uscito dal teatro con un dubbio. Per caso Amina era la nipote di Mubarak?

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