Maurizio Pollini compie 70 anni

Maurizio Pollini, uno dei più straordinari interpreti che la storia del pianoforte possa vantare, festeggia oggi il suo settantesimo compleanno. Una vita spesa interamente al servizio della musica,  intesa non come torre d’ avorio nella quale isolarsi dal mondo, ma piuttosto come il linguaggio espressivo impiegato da un uomo con una vasta gamma di interessi, un autentico intellettuale a tutto tondo.  Volendo iniziare questo mio personale omaggio al grande pianista milanese, direi che tra le sua caratteristiche principali, come musicista e come uomo, stanno proprio l’ intelligenza e la coerenza. L’ intelligenza di chi studia, assimila e fa capire: l’ aspetto che io ho sempre trovato più affascinante nelle interpretazioni di Pollini è proprio l’ assoluta, stupenda lucidità espositiva. Ascoltandolo suonare, io ho sempre avuto la percezione di un artista che non utilizza la musica per fare spettacolo o mettere in risalto la sua bravura, ma che invece si pone al suo servizio per spiegarla e farla meglio comprendere a chi ascolta. Dai concerti di Pollini io sono sempre uscito con la sensazione di avere arricchito le mie conoscenze e  di avere avuto la risposta alle domande che mi ero posto sulla struttura dei brani eseguiti. Di quanti interpreti si potrebbe dire altrettanto? Noi ascoltatori appassionati possiamo rivolgerci alla musicologia o all’ analisi per trovare risposte pratiche a questo tipo di domande, ma  alla fine non c’ è analisi o commento musicale che possa chiarire certe questioni come la musica stessa, quando la si può ascoltare da interpreti della chiarezza e lucidità di Maurizio Pollini.

Il maestro proviene da una famiglia della borghesia intellettuale milanese: il padre era l’ architetto razionalista Gino Pollini e la madre, Renata Melotti, era una musicista e sorella dello scultore e pittore Fausto.  Rivelatosi circa a metà degli anni Cinquanta come grande promessa, ancora prima di terminare i suoi studi sotto la guida di Carlo Lonati e poi di Carlo Vidusso, grandissima figura di concertista e didatta (dotato di una facilità tecnica leggendaria, fu il primo pianista italiano a eseguire i Dodici Studi Trascendentali di Liszt in un’ unica serata) il giovane pianista milanese otteneva la sua consacrazione internazionale vincendo nel 1960 la sesta edizione del prestigioso Concorso Chopin di Varsavia, primo e finora unico musicista italiano a essere arrivato a tanto. Un’ affermazione che ebbe una vasta risonanza sulla stampa italiana del tempo. Erano anni nei quali la cultura non era svilita e umiliata a livello mediatico come accade oggi, e la notizia della vittoria di Pollini a Varsavia fu pubblicata in prima pagina su tutti i maggiori quotidiani italiani dell`epoca. Diversi componenti della commissione giudicatrice di quell’ edizione del Concorso Chopin rivelarono successivamente che la superiorità di Pollini rispetto a tutti gli altri concorrenti apparve chiarissima fin dalle eliminatorie. Arthur Rubinstein, che presiedeva la giuria, disse agli altri componenti: “Questo giovane suona meglio di tutti noi”, frase che il leggendario pianista polacco riportò successivamente anche nella sua autobiografia. Sono rimaste diverse testimonianze registrate di quel concorso e ascoltandole se ne ricava l’ immagine non solo di un talento tecnico eccezionale ma anche di un musicista già fatto e finito. Eppure Pollini non partì immediatamente con una carriera da giovane fenomeno e preferì piuttosto lasciar maturare gradualmente il suo talento. La consacrazione definitiva come star di prima grandezza del concertismo internazionale avvenne nel 1971 con il suo esordio discografico per la DG, con un disco comprendente i Tre Movimenti da “Petrushka” di Stravinskj e la Settima Sonata di Prokofiev. Una registrazione salutata da critiche entusiastiche e tuttora considerata di riferimento. Fu un debutto attentamente calcolato, in quanto servì anche a ribadire il profondo interesse di Pollini per il repertorio novecentesco, coltivato lungo tutta la sua carriera e che lo ha portato a un’ intensa collaborazione con alcuni dei massimi compositori della nostra epoca, come Berio, Nono, Stockhausen e Pierre Boulez, il quale nel 2003 ebbe a dichiarare “Se fossi stato un pianista è così che avrei voluto esserlo”, frase riportata in un volume pubblicato a corredo del ciclo di concerti “Progetto Pollini” all’ Accademia di Santa Cecilia.

A questo disco ne seguirono altri, tutti di altissimo livello. L’ ascoltatore odierno non può che rimanere ammirato di fonte alle incisioni chopiniane degli anni Settanta, dedicate agli Studi, ai Preludi e alle Polonaises. Interpretazioni tutte caratterizzate da una chiarezza espositiva abbagliante unita a una intensità di espressione assolutamente straordinaria.

Proprio in quegli anni ebbi le prime occasioni di ascoltare Pollini dal vivo. Il mio primo incontro con l’ arte di questo grande interprete avvenne a Firenze, nel giugno del 1978.  La prima parte del programma comprendeva le Sonate op. 79, op. 81 e op. 90 di Beethoven. Ricordo nitidamente la fluidità cristallina del fraseggio, la disinvoltura con cui Pollini affrontava e risolveva i passi tecnicamente ostici e l’ assoluta naturalezza dell’ esposizione. Ma il ricordo più straordinario di quella serata è per me legato alla seconda parte, nella quale il maestro affrontava la Sonata in la maggiore D. 959 di Schubert. Fu un’ interpretazione di un’ intensità emotiva quasi insostenibile, con un secondo movimento portato a livelli di tensione che non ho più avuto modo di ascoltare, caratterizzata da un assoluto dominio delle complessità formali e da un’ esposizione di assoluta coerenza e nobiltà di eloquio. Per il giovane ascoltatore che allora ero, fu la definitiva rivelazione di un talento della tastiera e allo stesso tempo la serata in cui scoprii la grandezza delle ultime opere pianistiche schubertiane e fui stimolato a studiarle e fondo. Un interesse che, a partire proprio da quella serata fiorentina, mi ha accompagnato per tutta la mia vita di appassionato di cose musicali. Negli anni successivi ho avuto modo di ascoltare molto spesso Pollini in concerto, prima in Italia e poi a Salisburgo, Vienna, Londra, Parigi (l’ indimenticabile integrale delle Sinfonie e dei Concerti di Beethoven insieme a Claudio Abbado e ai Wiener Philharmoniker, nel 1988) e in Germania. Sarebbe difficile fare una graduatoria dei concerti a cui ho avuto la fortuna di assistere perchè, come ho già detto, da una serata con Pollini si esce sempre avendo arricchito le proprie conoscenze e scoperto aspetti nuovi dei brani ascoltati. Potrei ricordare le numerose occasioni in cui l’ ho sentito suonare insieme a Claudio Abbado, altro artista che ammiro profondamente e che nel suo modo di far musica applica gli stessi principi di lucidità e coerenza perseguiti da Pollini. I due artisti, legati anche da una profonda amicizia personale, suonarono insieme per la prima volta e Genova nel 1960 e da allora hanno collaborato in tutta una serie di serate straordinarie, a testimonianza delle quali rimangono incisioni discografiche come le integrali dei Concerti di Beethoven e di Brahms, vere e proprie pietre miliari della discografia degli ultimi cinquant`anni.

Arrivato ai settanta anni di età, Pollini rappresenta ancora uno degli artisti di punta del panorama concertistico internazionale. Le sue ultime esibizioni concertistiche da me ascoltate di recente, a Stoccarda e a Baden Baden, mi hanno mostrato un artista ancora nel pieno possesso dei suoi mezzi e sempre pronto a cercare nuove soluzioni e nuove prospettive di interpretazione nei brani del suo repertorio. Vorrei concludere questo omaggio a uno degli artisti che mi hanno accompagnato lungo tutta la mia vita di ascoltatore citando una frase dal saggio di Luciano Berio inserito nel volume che ho citato in precedenza:

«la complessa e piuttosto misteriosa struttura geologica della montagna Musica, con le sue grotte e le sue formazioni, non si lascia facilmente parlare o, meglio, esplorare».

A meno che a farlo siano i grandi interpreti. Come Maurizio Pollini, appunto.

 

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3 pensieri su “Maurizio Pollini compie 70 anni

  1. Il rispetto dell’autore e dello spartito è una caratteristia dei concertisti italiani, e probabilmente trova nella direzione di Toscanini la sua espressione più alta.

  2. Bellissimo articolo, esplorerò quanto prima il tuo blog, che si preannuncia estremamente interessante.
    Grazie per l’interessante chiacchierata del dopo-Baden-Baden polliniano!
    Speriamo di rivederci presto, un abbraccio.
    Simone

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