Don Giovanni alla Scala

Appena terminato il Don Giovanni che ha inaugurato la stagione della Scala,  stavo seriamente pensando a una recensione fatta solo di nove parole:

MI DISPIACE NON HO ABBASTANZA VOCABOLI PER INSULTARVI ADEGUATAMENTE !

Sinceramente parlando, ogni ulteriore commento mi pareva superfluo ed è solo per non essere accusato di disfattismo gratuito che mi sono deciso ad aggiungere qualche ulteriore considerazione.

Robert Carsen, regista canadese considerato uno dei capiscuola della messinscena lirica attuale, ha allestito uno spettacolo esteticamente di una bruttezza rara, con una recitazione caricata, sempre sopra le righe e infarcita di tutti i luoghi comuni tipici di un’ avanguardia che ormai si è istituzionalizzata e ha completamente perso la sua carica innovativa iniziale per ridursi a uno stracco ricalco di luoghi comuni e cose viste e riviste decine di volte. I cantanti che recitano davanti al sipario chiuso, appaiono dai palchi e passeggiano per la platea, le luci di sbieco, le scene minimaliste, i soliti costumi anni Trenta buoni per qualsiasi titolo, si tratti di Mozart piuttosto che di Händel, Verdi, Wagner o Berg, la scenografia fatta di specchi, il tutto a formare uno spettacolo che non trova mai il ritmo narrativo e presenta anche diverse cadute di gusto molto pacchiane, culminanti nell’ immancabile donna nuda al secondo atto, una cosa che ormai nessun regista vuol farsi mancare, se appena il testo ne consente l’ inserimento. Insomma, un Don Giovanni confuso consumatore di sesso, feste e superalcolici, a cui mancava solo di sniffare un poco, e magari tirare fuori ed esibire scatole di Viagra. Ma poi parliamoci chiaro:  che ha allestito Carsen? Un divanetto c’ era! Mi è venuto in mente il conte Mascetti di “Amici miei” con la sua casa “uso giapponese”.
L’ unico espediente registico (involontariamente) azzeccato è stato collocare la “statua gentilissima” tra il  presidente Napolitano  e il premier Mario Monti, così che il “Di rider finirai pria dell’ aurora” è divenuto un messaggio alla nazione…

A completare la deliberata distruzione del capolavoro di Mozart, ha degnamente concorso la direzione di Daniel Barenboim, stracca, pesante, lutulenta nelle sonorità e assolutamente priva di coerenza nei tempi e di continuità narrativa, oltre che ricca di marchiani svarioni tecnici nei due finali.

Il Finale primo, con la complessa architettura musicale in cui Mozart impiega tre orchestre in scena, è da sempre un banco di prova decisivo per dimostrare il successo o il fallimento di un concertatore; in questo caso si evidenzia clamorosamente il fallimento di un tizio che non concerta e nemmeno dirige.

Non parliamo poi del vasto campionario di smorfie, cachinni e lazzi di cui erano infarciti i recitativi, perchè in questo caso ho il più che fondato sospetto che Mr. Carsen ci abbia messo parecchio del suo.

La compagnia di canto era formata col metodo alberghiero degli ospiti di riguardo, e come al solito abbiamo sentito cantanti che, nonostante il clamore mediatico da cui sono circondati, dimostrano paurose lacune nella loro preparazione professionale.

Discreto il protagonista di Peter Mattei, baritono lirico dalla voce gradevole ma in molti punti poco autorevole, melenso e caricato nei recitativi, carente di quel fascino vocale e scenico che il protagonista dell’ opera deve assolutamente possedere e privo di vero mordente vocale nei due finali d’ atto. Deludentissimo il Commendatore del basso coreano Kwangchul Youn, la migliore voce wagneriana del momento, che però non riesce a trovare efficacia nel repertorio italiano, dove il settore acuto accusa durezze e incertezze.

Bryn Terfel, come Leporello, ha messo in mostra una voce usurata, dura e priva di smalto e un fraseggio caricato e pieno di volgarità e sguaiataggini. Indescrivibile, poi, la prestazione di Giuseppe Filianoti nel ruolo di Don Ottavio, affrontato con una voce fissa, dura, fiati corti, note acute precarie e paurosi slittamenti di intonazione. Era stato protestato nel 2008 e là doveva restare. Ritengo sia ancora a cercare la nota persa nelle prime frasi del “Dalla sua pace”, visto che poi in tutto il corso della recita non ne ha più trovata una.

Veniamo al settore femminile, cominciando dalla Donna Anna della super diva Anna Netrebko, cantata con una voce che conserva una bella ampiezza e colore nelle note centrali, ma che sta diventando progressivamente sempre più pesante e poco manovrabile, e un settore acuto ormai intaccato e compromesso, come dimostra il brutto scrocco nel si bemolle del recitativo precedente il Rondò “Non mi dir bell’ idol mio”. Agilità approssimative, legato precario e che spesso si sfilaccia,  frequenti cali di intonazione e il solito fraseggio inerte anche a causa di una dizione confusa, pasticciata e approssimativa, mai corrispondente alla scansione del vero canto all’ italiana.

Barbara Frittoli, nei panni di Elvira, costretta oltretutto dalla regia a recitare sempre in modo sguaiato e sopra le righe, ha esibito un declino vocale sempre più marcato, con un colore che sta diventando senescente e un’ intonazione anche nel suo caso spesso periclitante. Di interpretazione proprio non si può parlare, visto che la cantante milanese è costretta, dall’ inizio alla fine, a lottare letteralmente con le note per venire a capo in qualche modo della parte.

Mediocrissima, infine, la coppia Masetto – Zerlina, con uno Stefan Kocan dalla voce cavernosa e gutturale e Anna Prohaska, sopranino di voce pigolante, stridula e spesso abbondantemente stonata.

Bene, questo è quanto, e devo dire che lo stendere questa nota mi è costato altrettanta fatica che assistere fino in fondo a questo spettacolo di qualità infima. Attualmente, come risulta da questa serata, la Scala è un teatro guidato da una direzione artistica che non possiede la competenza necessaria a  scegliere una compagnia di canto, un direttore e un regista e quindi affida il tutto a qualche ciarlatano o qualche agente importante. Un cast adeguato (magari non eccelso, ma adeguato e dignitoso) si può trovare anche oggi, eccome. Se si ha voglia e competenza per fare audizioni, per cercare. E soprattutto, bisogna avere delle idee. Questo è un teatro immerso in una totale bancarotta intellettuale – pubblico compreso.

Possiamo arrivare a capire quasi tutto. Che il regista non capisca niente del Don Giovanni e riesca a non farne capire niente a chi guarda, che la scenografia venga fatta all’ ultimo minuto con mobili Ebay, che i costumi li creino con le sottovesti della nonna e delle tende trovate in loco come Rossella O’ Hara durante la guerra civile, che tutti i cantanti siano sinistrati e che non ci sia stato tempo e modo per protestarli e trovare un nuovo cast – chissà, magari quando li hanno scritturati sembravano potabili – che il direttore sia stanco e stufo e non abbia cercato un attendibile criterio di lettura dell’opera e nemmeno dell’ inno di Mameli.
Quello che mi fa infuriare è che evidentemente questo direttore e questi cantanti non hanno fatto il minimo sforzo per sistemare la concertazione, e chissà cosa facevano durante le prove perché provare, da quel che abbiamo sentito, sicuramente no. E l’ orchestra idem idem, ad ogni passo minimamente complicato ognuno andava col proprio tempo e col proprio tono. Viene spontaneo chiedersi: ma si sono incontrati almeno una volta prima delle prove in costume?

Naturalmente, la fabbrichetta meneghina del consenso ha cominciato subito a lavorare a pieno regime e nei prossimi giorni la stampa e il web ci verranno a raccontare del solito trionfo (annunciato da almeno una settimana) per salvare le maestranze, i poveri orchestrali e il Made in Italy.

Io qui non posso che ribadire il mio punto di vista. È stata una serata che ha disonorato il teatro e la lirica per concorso in colpa di cantanti lontani anni luce da una anche minima dignità professionale, di una regia pretenziosa, vuota di contenuto ed esteticamente inguardabile  e di una direzione d’ orchestra inadeguata, perché priva di ispirazione e tesa ad emulare idoli irraggiungibili. Se poi critici e stampa di regime vogliono far credere il contrario si accomodino pure, come hanno sempre fatto in questi ultimi trent’ anni di disinformazione e di menzogne gratuite davanti alla sconcia evidenza dei fatti che parlano da sé.

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23 pensieri su “Don Giovanni alla Scala

  1. Sua Divina Incapacità signora Anna Netrebko in Schrott sta dando sempre più prova della sua inutilità al mondo della lirica!

  2. Io non credo che il pubblico di fine ‘700 fosse più intelligente di quello di oggi, ma perlomeno gli venivano presentati i prodotti genuini e originali: così, magari rimuginandoci un po’ su, poteva anche apprezzarne i contenuti.
    Oggi invece al pubblico che non è comunque più intelligente di quello di allora, e che non può o non vuole approfondire, vengono propinate delle palesi adulterazioni degli originali. Questa è pura e semplice e proditoria azione di incultura. Andrebbe sanzionata per legge, come si sanziona ogni appropriazione indebita e ogni commercio di prodotti adulterati.
    Ciao!

  3. Concordo in linea di massima, in particolare per quanto riguarda le scenografie. Va bene il minimal, ma a tutto c’è un limite.

  4. Sottoscrivo, grazie mille! C’è bisogno di persone che ostacolino il fatto che se non ti piacciono certi sfregi musicali e registici, allora sei un ignorante! Grazie ancora. Si dice che anche l’arte risente dell’andamente sinusoidale.. speriamo di essere nel fondo e non poter che risalire!

  5. grazie della recensione, dovrebbero recitarla tre volte al giorno in diretta nazionale fino all’Epifania… grazie di cuore.

  6. A fine maggio ho assistito (e preso parte) alla messa in scena del Don Giovanni all’Olimpico di Vicenza. C’erano così pochi soldi che l’orchestra suonava sul palco per riempire l’assenza di scenografie e i cantati non avevano nemmeno i costumi, nonostante tutto fosse in bolletta il risultato è stato decisamente migliore dell’edizione proposta dalla Scala che ho trovato davvero scadente sotto ogni punto di vista.
    Lorenzo Regazzo ha interpretato Don Giovanni in maniera magistrale e anche il Leporello di Marco Filippo Romano se l’è giocata al meglio.
    Questo per dire che non occorre inseguire i grandi nomi per garantire qualità, che con attenzione e pazienza si possono fare cose di gran pregio senza troppi sforzi.

    • Nei teatri italiani di oggi si sentono alcune italianissime voci che non avrebbero sfigurato al confronto: certo, se poi dopo la seconda nota ben cantata della loro vita evitassero di farsi trascinare in repertori al di fuori della loro portata, credo che ne guadagnerebbero sia le nostre orecchie che le loro longevità artistiche. Ma oggi la parola “repertorio” vuole solo dire “catalogo di ruoli che riesco in qualche modo a portare in fondo” e questo crea storture irrimediabili…

  7. Grazie. Concordo in tutto, ma mi permetto di sottolineare che, vocalmente, quest’Opera non mette in discussione praticamente nessun cantante degno di questo nome (cosa che appesantisce i giudizi negativi sul cast), fatta eccezione per il protagonista. Ho sentito commenti piuttosto unanimi in senso positivo rispetto a questo interprete, forse corretto, ma troppo insignificante vocalmente e, quindi, inutile a sostenere il ruolo. Quando canta lui lo spettacolo se non cade, siede. Don Giovanni è la sua opera e necessita di bel altra vocalità.

    • Nella sua intervista televisiva Carsen diceva che Don Giovanni è un concentrato di energia. Mattei sembrava un’ ameba in preda a una crisi di depressione.

  8. Bravo Lissner! L’esito artistico è di questo livello, mancano i fondi e il sovrintendente prende 500.000€ all’anno…

  9. ANALISI LUCIDISSIMA DELL’ATTUALE SITUAZIONE OPERISTICA ITALIANA. OGGI E’ LA SCALA….MA LA SITUAZIONE NON E’ DA MENO NEGLI ALTRI TEATRI. POVERA LIRICA!!!

  10. Signori, grazie a tutti per i commenti. Vedo che siamo tutti d’ accordo.
    Basta, basta per carità con queste rivisitazioni spinte per far sensazione! Basta con i finali a sorpresa (sorpresa?) che stravolgono libretto e musica. Basta con i nudi e gli amplessi per far capire che i tempi sono cambiati! Lo sappiamo che i tempi sono cambiati, ma la musica no, quella non cambia perchè connotazione di un capolavoro è quello di essere eterno, per definizione. E allora aggiungo solo questo: ci vuole rispetto, per il pubblico certo, ma anche (e molto) per l’ autore.

  11. L’ho visto in diretta. Concordo pienamente con quanto espresso. Pensavo quasi di essere l’unica ad essere rimasta perplessa davanti a questa rappresentazione. Per la stampa italiana un grande successone. La stampa estera invece la pensa diversamente. Un ‘Don Giovanni’ che ha creato aspettative non mantenute. Ma d’altronde, dico io, finché i direttori artistici si basano unicamente sul nome dell’agenzia di chi propone chi, senza più valutare personalmente con audizioni e ricerche quale può essere il vero cast di eccezione anche a prescindere dalla fama degli interpreti, il mondo della lirica continuerà in alcuni luoghi a declinare sempre più. Peccato.

  12. Speravo che l’ iniziale strappo del sipario stesse a significare qualcosa di nuovo, o inusitato, invece è stato il solito collage di trovate che si vedono da decenni. Solo dagli ingenui (e digiuni di opera) potevano arrivare “Ooohhhh!”di meraviglia. Il nudo era poi del tutto gratuito, Carsen se lo poteva anche risparmiare perchè ormai nel Don Giovanni un pò di carne scoperta ce l’ hanno messa tutti. Chissà quanto saranno costate questa regia e queste scene che ci hanno propinato una Scala dipinta su cartone in tutte le sue angolazioni, bistrattando Mozart e Da Ponte.

  13. ecco la lettera che ho scritto (invano) a “La Stampa” e all’esimio critico Giorgio Pestelli il giorno dopo la prima, senza aver letto il tuo commento. Riscalda il cuore vedere che siamo in tanti a pensarla nello stesso modo:
    “Ho letto il suo articolo di oggi su “La Stampa” che recensisce la prima del “Don Giovanni” alla Scala e mi è venuto il sospetto che anche questo spettacolo sia stato inserito nel decreto “Salva Italia” del presidente Monti e quindi da prendere così com’è, per il bene del Paese.
    Mi domando infatti come si possa elogiare una rappresentazione complessivamente mediocre come quella di ieri:
    – la regia: sobria? Certo un qualche risparmio nelle scenografie è stato fatto, ma la banalità delle soluzioni, la loro evidente volgarità (e non parlo dell’inopinato nudo) culturale, con un Don Giovanni sempre “guappo” e senza un filo di dramma e le donne in sottoveste e la scena del letto iniziale, insensata e inspiegabile (ma si sa, i “registi-registi” non amano leggere i testi che devono mettere in scena, anche se si tratta di un capolavoro come quello di Da Ponte) e il rosso dominante (che originalita!) nella festa che, naturalmente, diventa un’orgia nella quale il regista ci deve insegnare che “Viva la Libertà” significa “Via il partouze e lo scambio di coppie”. Per non parlare del Commendatore che, da morto, infilza Don Giovanni. Tempo fa vidi un “Don Giovanni” tedesco, in cui, nella scena finale, Leporello spara a Don Giovanni e pensavo di aver toccato il fondo. Evidentemente non è stato così.
    – Le voci: la Netrebko è l’unica che si salva, a dispetto del brutto si bemolle infranto della Grande Aria; la Frittoli ha una voce secca, non sempre intonata, ma resta comunque una brava interprete; Don Giovanni: grande padronanza della scena, ma in quanto a voce… Nella parte finale i suoi “No” non si sentivano proprio e più in generale nei punti in cui non si recita, ma si canta le lacune sono apparse evidenti. Leporello: un volgare oste, degno di qualche bar della Tortuga, ha parlato, più che cantato, con un vocione spesso senza grazia. Un pietosissimo velo su Don Ottavio, una specie di imberbe vecchietto, dall’intonazione sempre incerta, senza slanci, senza armonici e sotto lo stesso velo la coppia Zerlina-Masetto, soprattutto quest’ultimo, dalla voce ingolata e sgradevole.
    – La direzione: tra il primo e il secondo atto, qualcuno dal pubblico, sicuramente membro dell’opposizione, ha gridato, diretto al maestro Barenboim, “troppo lento”. Verissimo. In più punti la trama musicale è risultata sfilacciata e senza tensione (è riuscito a rendere pesante persino il duetto “Là ci darem la mano”), fatta salva la qualità dell’orchestra della Scala.
    In conclusione: lei ha potuto ascoltare e vedere il “Macbeth” all’Opera di Roma? Un abisso di intelligenza separa la regia di Stein, tutta al servizio della musica, da questa supponente di Carsen, le scene autenticamente sobrie di Wögerbauer da queste povere e banali di Levine, la direzione musicale intensa e appassionata di Muti, da questa stanca e priva di colonna vertebrale di Barenboim. Roma sicuramente meglio di Milano, al netto di tanto inutile glamour.

  14. Ho riguardato la registrazione. Sotto tutti i punti di vista, una porcheria indifendibile. Lo spettacolo è di una noia mortale ed è orrendo da vedere, e la Scala è solo un teatraccio con un pubblico di vecchi sordi. Mattei è inesistente, Terfel non è mai un attore vocale, ma solo un becero straccivendolo, la Netrebko vocifera, stona e stecca, la Frittoli cotta, Filianoti sempre stonato, e quella vergogna di Zerlina dove l’ hanno trovata? Quanto a Barenboing, tutti i fischi del mondo non sarebbero sufficienti a punire un simile orrore musicale.

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