Ann Hallenberg

L’ opera barocca, al giorno d’ oggi, incontra un interesse sempre più crescente da parte degli appassionati. Questo anche per merito del lavoro di ricerca e documentazione sulle fonti originali svolto, a partire da una quarantina di anni fa, da numerosi musicisti e studiosi. Il recupero e lo studio delle antiche prassi esecutive hanno portato a risultati interpretativi spesso interessanti nel campo strumentale ma, per quanto riguarda la vocalità, la mia impressione è che siamo tuttora ben lontani da una corretta resa tecnica e stilistica. Soprattutto negli ultimi anni, abbiamo assistito all’ affermarsi di criteri parafilologici totalmente campati in aria. Mi riferisco allo stile reso famoso dalle varie Bartoli, Kermes e Genaux, che si basa sulla voce piantata nella gola, sulle agilità sputate più che emesse e sulla deliberata ignoranza dell’ immascheramento e della ricerca dei giusti punti di risonanza, in nome di criteri filologici non meglio precisati e completamente privi di basi storiche, visto che i cultori di questa cosiddetta “vocalità barocca” non riescono assolutamente a citare fonti attendibili a comprova delle loro asserzioni. In questo modo, la voce diviene fissa, stridula e priva di espansione e le agilità si possono eseguire solo aspirando e marcando le note, con un effetto che a volte ricalca in modo esilarante il gorgoglìo di una pentola di fagioli. A questo dobbiamo aggiungere tutta quelle serie di smorfie e lazzi da cabaret di terz’ ordine che, nell’ intenzione delle suddette signore, dovrebbero significare immedesimazione espressiva e pathos, e invece risultano solamente caricaturali e totalmente in contrasto con il carattere di una musica che, nelle intenzioni degli autori, è programmaticamente basata sull’ esaltazione della bellezza vocale e dell’ astrazione, e rifugge dalla benchè minima contaminazione con atmosfere  di tipo realistico. Le caricature in stile tra il paraverista e l’ espressionistico, tipiche delle cantanti sopra citate e dei loro epigoni, stravolgono totalmente il carattere dell’ operismo barocco, spesso con il contributo di complessi strumentali dalle sonorità aspre, gessose e fisse, e di direttori che staccano tempi ai limiti della frenesia, sulla cui correttezza filologica, oltretutto, ci sarebbe parecchio da eccepire.
Tutto questo, naturalmente, viene propagandato urbi et orbi come l’ unico e definitivo modo di interpretare il melodramma barocco, come sempre con il decisivo contributo di agenzie, stampa superficiale e asservita, siti web compiacenti e mainstream mediatico, tutti seguaci del volterriano Pangloss e delle sue teorie sul vivere nel migliore dei mondi possibili. Eppure esistono anche oggi cantanti in grado di eseguire questo repertorio con vera voce e tecnica. Solo che bisogna andarseli a cercare con un po´di attenzione, in mezzo ai divi di cartapesta che monopolizzano il mercato teatrale e discografico.
Tempo fa, con l’ aiuto di You Tube, mi ero imbattuto in Karina Gauvin,  una cantante che aveva attirato la mia attenzione proprio per un metodo di canto che, sia pure non esente da imperfezioni, era davvero la totale antitesi dei criteri pseudo – filologici adottati dalla Bartoli, dalla Kermes e da coloro che seguono il loro modello.
Oggi, sempre cercando in internet, mi è capitato di scoprire il mezzosoprano svedese Ann Hellenberg, un nome che già da un po´di tempo circola tra gli appassionati dal gusto più evoluto. Anche in questo caso, si è trattato di una scoperta molto interessante, un´artista davvero in possesso di qualità pregevoli.
Ascoltiamo questa esecuzione dell’ aria “In mar tempestoso” dall’ Arianna in Creta di Händel

Ecco la concreta esemplificazione di quello che io intendo per vocalità corretta. La voce suona libera, con un colore scuro del tutto naturale e non scurito artificiosamente, le agilità sono eseguite in maniera netta e fluida e i suoni sono ottimamente appoggiati, anche se si percepisce qualche lievissima forzatura nell’ ottava inferiore.
Sentite come la Hallenberg, per la giustezza della sua emissione, riesce a rendere significativa ed elettrizzante la coloratura virtuosistica dell’ aria  di Ruggiero “Sta nell’ ircana pietrosa tana” dall’ Alcina di Händel.

Questa è la vera spettacolarità virtuosistica che caratterizza la vocalità barocca, con la voce che riesce a creare un vero gioco di effetti di bravura in gara con l’ accompagnamento strumentale, senza forzature di tipo realistico che qui suonerebbero assolutamente fuori posto.
Ann Hallenberg proviene da una famiglia di musicisti e ha studiato in patria con Kerstin Meyer, mezzosoprano svedese che ebbe una carriera importante come interprete wagneriana e straussiana, ed è regolarmente impegnata nei teatri di tutto il mondo, oltre ad aver preso parte a diverse incisioni discografiche di opere vivaldiane e händeliane.
Questa estate, la Hallenberg ha riscosso un grande successo a livello internazionale con una serie di recital dedicati ad arie scritte per il leggendario Farinelli, insieme al complesso Les Talents Lyriques diretto da Cristophe Rousset, uno dei quali è stato anche trasmesso in diretta televisiva.
Le arie scritte per Farinelli sono tra le più impegnative della letteratura vocale di tutti i tempi, dal punto di vista tecnico e richiedono al cantante che decide di affrontarle una preparazione vocale di livello elevatissimo .
Ascoltate quest´altro ottimo saggio di virtuosimo e di canto legato, davvero di pregevole scuola, che la Hallenberg sfoggia nella celebre aria “Son qual nave che agitata” di Riccardo Broschi e nella successiva “In braccio a mille furie” di Nicola Porpora.

Anche qui possiamo notare la compostezza espressiva, la morbidezza del timbro, carico di screziature messe in evidenza da una tecnica di emissione sicuramente rifinita, la levigatezza e fluidità dell’ ornamentazione, la disinvoltura e la sicurezza nel padroneggiare i passi di virtuosismo più impegnativo.
Anche in mancanza di un ascolto dal vivo, si può intuire agevolmente che la voce non dovrebbe avere alcun problema di proiezione o espansione in sala. Davvero lodevole inoltre l’ eleganza e discrezione espressiva del fraseggio della Hallenberg, che non carica mai le tinte e non esagera nell’ accentazione e in questo modo risulta stilisticamente impeccabile.
In sintesi, una cantante da tenere d’ occhio e l’ ennesima conferma di una teoria che io sostengo da tempo: i bravi cantanti esistono anche oggi, solo che bisogna andarseli a cercare con un po’ di pazienza, nei teatri e per mezzo del web, in quanto le agenzie e le direzioni artistiche da esse manovrate tendono a imporre i divi di cartapesta, idoli delle riviste chic e del giornalismo acritico e propagandistico.
Come ho già detto altre volte, chi si rifugia nelle accuse di passatismo e arretratezza di gusto di fronte all’ evidenziazione delle lacune professionali di quasi tutti i sullodati divi da copertina, viene decisamente sbugiardato ogni volta che ci capita, in teatro o in disco, di imbatterci in artiste come la Hallenberg, le quali dimostrano che la tradizione del canto di scuola non si è assolutamente estinta, a dispetto degli sforzi di coloro che magari lo vorrebbero.

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