Alcina alla Staatsoper Stuttgart

La Staatsoper Stuttgart, come di consueto, ha riaperto i battenti con alcune riprese di allestimenti di repertorio, in attesa della prima nuova produzione, La Damnation de Faust di Berlioz, che andrà in scena il prossimo 30 ottobre.
Dopo i cinque anni della gestione di Albrecht Puhlmann, la guida del teatro è stata affidata al nuovo Intendänt Jossi Wieler. Una scelta logica e intelligente, visto che Wieler lavora da diversi anni alla Staatsoper, dove, insieme a Sergio Morabito, ha messo in scena diversi allestimenti molto apprezzati, e conosce a fondo le strutture organizzative e artistiche del teatro.
Per quanto riguarda la direzione musicale, questo sarà un anno di transizione, in quanto il nuovo Generalmusikdirektor Sylvain Cambreling assumerà pienamente la carica solo a partire dalla prossima stagione e quest´anno si limiterà a dirigere la nuova produzione del dittico formato dalla schönberghiana Die Glückliche Hand e Osud di Janacek. Da segnalare in questo campo la presenza in cartellone di due bacchette italiane: Gabriele Ferro (che in passato è stato Generalmusikdirektor della Staatsoper) che sarà sul podio per il nuovo allestimento della Sonnambula e Giuliano Carella, che dirigerà la ripresa della Luisa Miller. Tra i cantanti, ho notato con piacere il ritorno di Catherine Naglestad, un’ artista di altissimo valore che per anni è stata la beniamina del pubblico di Stuttgart e qui da noi ha gettato le basi della sua notorietà internazionale, e che in dicembre ci riproporrà la sua interpretazione di Norma che è stata uno dei più grandi successi delle stagioni passate.
Tra le riprese di questo primo periodo, la più interessante era quella dell´Alcina di Händel, una produzione firmata da Jossi Wieler e Sergio Morabito nel 1998, varie volte ripetuta nel corso degli anni e molto apprezzata da pubblico e critica, tanto che ne è stata realizzata anche una registrazione in DVD.
Conosco molto bene lo stile registico di Wieler e Morabito, che pur appartenendo pienamente al cosiddetto Regietheater riescono sempre a realizzare scenicamente le opere a loro affidate in maniera logica, intelligente e senza sovrapposizioni o forzature gratuite.
Tra le loro produzioni che mi sono piaciute di più qui alla Staatsoper, vorrei senz’ altro citare La Juive e soprattutto la splendida, teatralissima e coinvolgente messinscena della Katja Kabanova di Janacek.
Ciò premesso, questa Alcina, a distanza di anni, sembra a mio avviso uno spettacolo invecchiato male. A mio parere, l’ opera barocca si adatta pochissimo a questo stile registico, proprio per la natura stilizzata e assolutamente astratta della musica, che entra terribilmente in contrasto con uno stile di recitazione caricato in senso realistico.
Pensando a come viene allestito questo repertorio al giorno d’ oggi, viene da pensare che i registi che di esso si occupano siano i primi a non “credere” nella potenzialità teatrale dell’ Opera Seria settecentesca, in quanto è evidente come siano essi i primi a stravolgerne la drammaturgia e a scardinarne gli equilibri musicali, in nome di una necessaria – a loro dire – opera di avvicinamento alle moderne sensibilità.
Tagliare il lato evocativo all’ opera barocca, comunque lo si voglia rendere, mi sembra una grave forzatura. Nel caso di questa messinscena, realizzare il mondo magico ed illusorio di Alcina, metafora anche della caducità della bellezza e dell’ amore sensuale, con un semplice  interno fisso popolato da personaggi borghesi, gli uomini in giacca e cravatta e le donne in tubini o tallieurs, evoca assai poco. Omettere del tutto la natura misteriosa, seducente, affascinante e spaventosa, dell’ isola di Alcina, e realizzare lo straniamento che essa esercita sui personaggi della vicenda solo come un caso di illusione provocato da una sorta di follia collettiva stride in maniera insopportabile, come ho detto prima, con la natura di una musica che non è descrittiva in senso stretto ma funziona come evocazione sonora di queste atmosfere.
Pur premesso tutto questo, Wieler e Morabito sono ben distanti dagli eccessi e dal pessimo gusto di registi come Calixto Bieito, che ignorano semplicemente la vicenda del pezzo di cui si occupano e se ne inventano di sana pianta una di loro invenzione, da sovrapporre a quella originale.
Questa Alcina, al contrario, fatte salve le riserve di base che ho esposto, rimane comunque uno spettacolo con una sua logica e un suo stile, che si lascia guardare senza eccessivo fastidio.
Per quanto riguarda la compagnia di canto, è stata una serata con luci e ombre. Se il problema odierno della realizzazione registica del melodramma settecentesco è quello che ho cercato di tratteggiare, il problema vocale è costituito dalla supina accettazione, da parte dei cantanti chiamati a eseguire questo repertorio, di quello che io definisco come il “Metodo Bartoli”: voce piantata in gola, agilità sputate, poca o punta espansione a causa della rinuncia all’ immascheramento.
Tra gli elementi del cast che, almeno in parte, derogavano a questi principi, l’ Alcina di Myrtò Papatanasiou, soprano greco di buona rinomanza internazionale, esibiva una voce di buon timbro, discrete agilità, ma note acute di suono fisso perchè troppo spinte e forzate.
La resa delle arie patetiche come “Dì, cor mio quanto t’ amai” è stata discreta, ma la coloratura di forza, con queste premesse, risultava spesso imprecisa. Migliore in questo senso la Morgana di Ana Durlovsky, che qui si è fatta apprezzare per la sua buona interpretazione della Lucia di Lammermoor e che impersonerà Amina nella nuova produzione della Sonnambula. Abbastanza buona la sua esecuzione della celebre aria “Tornami a vagheggiar”, (qui affidata a Morgana come nell’ originale e non ad Alcina come spesso si usava in passato) con passaggi virtuosistici tutto sommato puliti e precisi. Marina Prudenskaja, cantante di grande versatilità vocale che qui a Stoccarda ha interpretato ruoli diversissimi tra loro come Amneris, Brangäne, Oktavian e Carmen, mi è sembrata vocalmente molto più a posto come Bradamante rispetto alla sua precedente interpretazione händeliana nel Trionfo del Tempo e del Disinganno di qualche mese fa, e ha cantato le sue arie con discreta sicurezza e pertinenza stilistica. Buona anche la prova della giovane Diana Haller, una delle nuove voci più promettenti dell’ ensemble della Staatsoper, sicura e vocalmente abbastanza a posto nel ruolo di Oberto. Michael Ebbecke, una delle voci storiche del teatro, da più di 25 anni membro della compagnia, impersonava Melisso con autorità scenica e una voce che al centro conserva una discreta morbidezza, mentre le note alte risentono ovviamente del logorio vocale dovuto all’ età.
Decisamente negativa, al contrario, la prestazione degli interpreti di Ruggiero e Oronte. Sophie Marilley ha esibito una voce piccola, fissa e ingolata, con fastidiosi mutamenti di colore nei passaggi da un registro all’ altro, un legato precario e agilità incerte. Lo stesso discorso vale, più o meno, per il tenore americano Stanley Jackson, voce afflitta da un vibrato sgradevole ed emessa in maniera spinta, cosa che comporta  frequentissime fissità e forzature.
Di ottimo livello la direzione orchestrale, affidata a Sébastien Rouland, che ha confermato anche in questa occasione, dopo la sua eccellente interpretazione del Trionfo già citato, la sua  padronanza stilistica ed espressiva di questo repertorio. Sonorità morbide e senza nessuno stridore di tipo baroccaro, fraseggio strumentale di grande flessibilità e grande capacitÀ si seguire e sostenere il canto. Un’ altra prova di notevole rilievo da parte di questo musicista, che si conferma una delle bacchette più capaci e interessanti tra quelle che lavorano regolarmente alla Staatsoper. Pubblico numeroso, con una folta presenza di giovani, cosa che fa sempre piacere notare. Applausi per tutti alla conclusione.

Annunci