Musikfest Stuttgart 2011

La Musikfest Stuttgart è uno dei festival più interessanti del panorama musicale tedesco. Dalla fine di agosto a metà settembre, tutta la città  viene coinvolta in una serie di concerti organizzati  su un tema comune. Tre o quattro appuntamenti al giorno comprendenti musica sinfonica, cameristica, corale, masterclasses e convegni.
Ogni anno inoltre viene invitato un compositore in qualità di “Artist in residence”, e alla sua opera sono dedicate diverse serate. Quest’  anno è stato prescelto Tan Dun, uno degli artisti più apprezzati della nostra epoca, autore dell´opera “The First Emperor”, rappresentata anche al Metropolitan, e di altri lavori selezionati per i maggiori festival del mondo come l’ oratorio “Water Passion”, composto per il 250° anniversario della nascita di Bach e qui eseguito nella serata conclusiva del festival.
Quest’ anno il tema centrale della manifestazione era l’ acqua, e al mare era dedicato il primo concerto a cui io ho assistito, con la European Union Youth Orchestra diretta da Wladimir Ashkenazy, che presentava un programma di musiche di autori inglesi del Novecento.
La European Union Youth Orchestra è stata fondata nel 1976 dall’ ex premier britannico Edward Heath in collaborazione con Claudio Abbado, ed è stata la prima formazione sinfonica aperta ai giovani musicisti europei. Nel corso degli anni, con centinaia di strumentisti che ne hanno fatto parte, molti dei quali sono divenuti membri delle maggiori orchestre sinfoniche mondiali, è rimasto invariato l’ altissimo livello qualitativo del complesso, che nel corso della sua storia ha avuto modo di collaborare, oltre che con Abbado, con direttori del livello di Karajan, Haitink, Solti, Giulini, Davis e Rostropovich.
Da alcuni anni Wladimir Ashkenazy, uno dei più grandi pianisti del nostro tempo che alla tastiera affianca con successo l’ attività di direttore d’ orchestra, ne è il Music Director.
La serata alla Liederhalle è iniziata con il ciclo liederistico “Sea Pictures” di Edward Elgar, cinque Lieder di argomento marino su testi di vari autori, tra cui Elizabeth Barrett Browning e Clara Alice Elgar, la moglie del compositore, cantati da Christiane Iven, una cantante ben nota al pubblico di Stuttgart per le sue belle interpretazioni alla Staatsoper di ruoli come Agathe, la Marschallin e Kundry, e che anche qui ha confermato le sue ottime qualità di artista e interprete. Seguivano i quattro Sea Interludes dal Peter Grimes di Britten, uno dei capolavori assoluti del teatro musicale novecentesco. Splendida la prova dell’ orchestra e di Ashkenazy, bravissimo a graduare le atmosfere coloristiche e di fraseggio con grandissima finezza. Ma la parte più interessante del programma della serata era l´esecuzione della Sinfonia N° 1 “Sea Symphony” di Ralph Vaughan Williams, un grande oratorio sinfonico per soprano, baritono e coro, su testi di Walt Whitman, scritto in un’ architettura formale che presenta parecchie analogie con lavori come l’ Ottava Sinfonia di Mahler, i Gurrelieder di Schönberg e il Prometeus di Scriabin. Sono tutte partiture in cui l’ ampia massa orchestrale e corale non è tanto impiegata come forza d’ urto, quanto piuttosto per moltiplicare al massimo le combinazioni coloristiche e di atmosfera. Vaughan Williams aveva studiato, tra gli altri, con Ravel a Parigi e in quel periodo aveva ascoltato La Mer di Debussy, le cui influenze sono avvertibili nella scrittura della Sea Symphony. Musicalmente, il lavoro è strutturato in quattro sezioni come una sinfonia classica, e una fanfara in si bemolle minore introduce il primo dei due temi fondamentali della Sinfonia, una combinazione di accordi. Il secondo motivo è una figurazione ritmica di duine e terzine, traduzione musicale del movimento delle onde marine.
Magnifica l’ esecuzione, con una eccellente prova del coro Gächinger Kantorei, il complesso stabile della Bachakademie fondato più di cinquant’ anni fa da Helmut Rilling e considerato tra i migliori complessi vocali tedeschi per amalgama e morbidezza di suono. Ottima anche la prova dei due solisti, la Iven e il baritono Michael Nagy.
Ashkenazy sul podio ha una mimica assolutamente inusuale e che vista dall’ esterno sembrerebbe incomprensibile, ma i risultati ottenuti dimostrano che è efficacissima. La sua direzione, grandiosa, ampia e ricca di respiro sinfonico e di sfumature, ha reso perfettamente il clima della partitura. Splendida, come abbiamo detto, la prova dell’ orchestra, galvanizzata da Ashkenazy.

Due giorni dopo, la Musikfest ha ospitato un concerto della Filarmonica della Scala sotto la direzione di Daniel Harding.
In ossequio al tema della rassegna, la serata si è aperta con l’ Ouverture “Meerestille und glückliche Fahrt” di Mendelssohn, una delle più belle pagine sinfoniche del musicista di Leipzig per livello di ispirazione e fantasia coloristica e descrittiva. A seguire, il Concerto per violino di Sibelius, nel quale Julian Rachlin ha fornito una prova eccellente per bellezza di suono e capacità di far cantare lo strumento. Nella seconda parte, uno dei lavori più popolari del repertorio sinfonico, la Sinfonia “Dal nuovo mondo” di Dvorak.
Attendevo con molta curiosità questa serata, per rendermi conto del livello attuale della Filarmonica scaligera, che non ascoltavo dal vivo da diversi anni. Nulla da eccepire sotto l’ aspetto della precisione esecutiva: l’ orchestra mi è sembrata in buona forma, con una sezione fiati assai ben amalgamata e ottoni impeccabili nell’ intonazione. Quello che manca al complesso italiano, a mio avviso, è la personalità timbrica, una caratteristica di suono propria e riconoscibile. È un qualcosa che non si conquista facilmente, ma si tratta di un requisito che una formazione sinfonica deve assolutamente possedere per entrare nel panorama dei complessi di rango internazionale, e che la Filarmonica della Scala secondo me attualmente non ha. In questo anche il direttore ci ha messo del suo, visto che Harding mi è sembrato molto corretto e sicuro, ma interpretativamente abbastanza generico, soprattutto nella Sinfonia di Dvorak, condotta con slancio e buon senso della forma, ma a un livello interpretativo assolutamente non paragonabile alle grandi letture storiche di questo lavoro. Soprattutto nell’ Adagio e nel Finale si sentiva il bisogno di una lettura più incisiva di quella presentata dal giovane maestro inglese. Bellissimo, invece, l’ Intermezzo della Manon Lescaut eseguito come bis. In una pagina evidentemente a loro più congeniale, l’ orchestra e Harding hanno tirato fuori il suono e la passionalità che attendevamo, e la serata è terminata nel migliore dei modi.

La terza manifestazione a cui ho assistito è stata l’ esecuzione, in forma semiscenica, de Il ritorno di Ulisse in patria di Monteverdi, punto culminante di un’ intera giornata dedicata alla figura di Odisseo, l’ archetipo del viandante marino. Al Theaterhaus, l’ opera era affidata al complesso strumentale “La Venexiana” diretto da Claudio Cavina e a un gruppo di giovani solisti, tra i quali meritano una citazione il tenore Anicio Zorzi Giustiniani, un protagonista eccellente per proprietà stilistica e varietà di fraseggio,  il soprano russo Oksana Lazareva, una Penelope malinconica e appropriatissima nel canto, e il tenore Paolo Antognetti, ottimo fraseggiatore nei due ruoli di Eurimaco ed Eumete. La regia era affidata a Chiara Savoia, che, utilizzando giochi di luce e movimenti scenici essenziali ed appropriati, è riuscita a creare un´atmosfera teatrale molto efficace e di gusto. Da lodare la dizione perfetta di tutti i componenti del cast. In questo tipo di opere, la presenza di cantanti italiani è assolutamente fondamentale. Monteverdi richiede soprattutto incisività e varietà di accentazione, quella capacità di lavorare sull’ articolazione del testo che gli intepreti stranieri, per bravi e preparati che siano, difficilmente riescono a possedere.
Claudio Cavina è un musicista che possiede una preparazione filologica impeccabile e padroneggia perfettamente questo repertorio, come documentato dalle numerose incisioni discografiche che ne ha effettuato insieme al complesso “La Venexiana”, alcune delle quali hanno ricevuto premi e riconoscimenti internazionali. Il gruppo ha un bel suono, morbido e senza quel tono metallico di molti complessi di questo tipo, e la concertazione di Cavina è stata molto attenta alle esigenze del canto e della flessibilità di fraseggio. Una serata molto ben riuscita, terminata con lunghi applausi a tutti gli esecutori.

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