Wilhelm Furtwängler parla di Bruckner

Una sinfonia di Bruckner, la Nona, fu la prima composizione diretta, a venti anni, da Furtwängler. Il Maestro continuò poi regolarmente a eseguirne le opere, divenendo uno dei massimi interpreti bruckneriani, nonché presidente della Deutsche Bruckner-Gesellschaft. Il testo che qui si riproduce fa parte di un discorso tenuto nel 1938, durante una riunione di quella Società.

[…] La diffusione della musica di Bruckner, paragonata ad altre correnti musicali, ha seguito una via del tutto particolare, anomala. Si impose a poco a poco: dopo i precedenti di Löwe, Schalk e Nikisch, i direttori d’orchestra posero sempre maggior confidenza con queste sinfonie, ricche di grandi possibilità.
Ma la parola assunse un peso essenziale per la conoscenza più approfondita di Bruckner. Non penso qui agli scritti puramente biografici, ma ai tentativi di eminenti musicisti e studiosi di spiegare l’arte di Bruckner e i suoi fondamenti teorici. Tutta una letteratura si volse verso questa musica lontana dal mondo, fornendole validi strumenti per farla trionfare sulle opposte ideologie. Operando in questa direzione, August Halm concepì la teoria delle due culture musicali, distinguendo il mondo di Bruckner (nel quale colloca anche Bach) da quello di Mozart e Beethoven, cioè i classici propriamente detti […].

A ciò occorre obiettare che non è lecito valutare Beethoven secondo un metro bruckneriano. Con lo stesso criterio, anche a Bruckner potrebbe applicarsi un giudizio fondato su un metro beethoveniano; se si ammette l’esistenza di due culture musicali, bisognerebbe cominciare con l’evitare di sottoporre a confronto proprio ciò che al confronto sfugge.
Con simili argomenti, non si rende un servizio a Bruckner […]. Non si può negare, tuttavia, che il movimento di diffusione di Bruckner sia sulla via migliore per recuperare ciò di cui Bruckner doveva sentire la mancanza, nel corso della sua vita, pervenendo al di là dello scopo, a una sorta di ortodossia. Questa, peraltro, ha anche il suo risvolto negativo. L’ ortodossia wagneriana e quella brahmsiana, diciamo pure i “wagneriani” e i “brahmsiani”, anche se forse erano inevitabili ai loro tempi, hanno provocato soltanto disastri nell’età successiva. Già Goethe disapprovò la mania dei tedeschi di contrapporre sempre l’ uno all’ altro, di rompersi il capo per stabilire se fosse più grande lui o Schiller, invece di tenersi contenti al possedere due personalità di tale statura.

Oggi il conflitto Wagner-Brahms è da tempo risolto; sappiamo che dramma musicale e musica pura possono coesistere senza escludersi. Ciononostante, wagneriani e brahmsiani non vogliono morire. La vecchia ostilità continua a vivere nelle loro menti e sembra quasi che la contrapposizione Brahms-Bruckner debba in qualche modo essere considerata la propaggine di quella […]. A parte tutto questo, gli slogan significano davvero poco per un caso come quello di Bruckner. Lo si porti sugli scudi per ragioni che chiameremo confessionali, o lo si consideri l’incarnazione del paesaggio dell’Austria superiore, si tratta pur sempre di atteggiamenti che, anche se in qualche particolare appropriati, non si addicono alla vasta realtà della sua personalità. Anche il definirlo come particolarmente rappresentativo dello spirito artistico germanico non significa molto: è una definizione che si addice benissimo anche a Brahms. V’ è da riflettere quando (come evidente conseguenza degli aneddoti, per lo più assai tendenziosi, diffusi sulla sua personalità) egli viene esaltato come l’artista ingenuo, quietamente raccolto nella sua fede infantile: ritratto senza dubbio commovente, ma da non prendere troppo sul serio. Conosciamo quell’ atteggiamento invidioso che certa mediocrità borghese nutre contro i grandi artisti, ai quali, non potendone negare la grandezza, cerca qualche cosa da rimproverare. Il “cattivo carattere” di Wagner, l’ ”esasperazione patologica” di Beethoven, il “filisteismo” di Brahms, la “mediocrità intellettuale” di Bruckner: sono tutte qualificazioni della stessa provenienza.
Sembra poi particolarmente sospetto sentir parlare con tanta ammirazione dell’ingenuità primitiva e della fede religiosa di Bruckner da parte di chi difetta proprio di tutto quel che è ingenuità primitiva e fede: quegli scettici ed intellettuali delle grandi città, presso i quali Bruckner sembra da qualche tempo venuto di moda. Non si creano grandi opere d’ arte senza avere in sé le forze più elevate e il senso di responsabilità spirituale. Se, dunque, Bruckner appare in questo mondo come un estraneo, ciò avviene soltanto perché egli tiene questo mondo in ben scarsa considerazione; perché, nell’ altro, si sente tanto più a suo agio.Il rapporto con la letteratura, cui il movimento di diffusione della musica di Bruckner si affida, mostra qui il suo aspetto negativo. L’ immagine che di Bruckner risulta da un tal modo di procedere è, molto probabilmente, falsa o bugiarda. La grandiosa realtà della figura semplice e solenne di questo grande artista corre il rischio di diventare “letteratura”. Ne ha bisogno Bruckner? […]

Anche oggi, mentre Brahms acquista una risonanza di poco inferiore a quella di Wagner, il peso di Bruckner resta essenzialmente limitato alla sfera culturale tedesca. Io stesso ho diretto sinfonie di Bruckner in America, in Inghilterra, in Italia: dovunque, la stessa mancanza di comprensione. E non mi sembra che si possa sperare che, in un prossimo futuro, quest’ atteggiamento cambi […]

(Wilhelm Furtwängler, Suono e parola, Fògola, Torino, 1977, pp. 99-102)

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