Il trionfo del Tempo e del Disinganno alla Staatsoper Stuttgart

Come penultimo nuovo allestimento di questa stagione, la Staatsoper Stuttgart ha presentato l´oratorio “Il Trionfo del Tempo e del Disinganno” di Händel, affidando la messinscena a Calixto Bieito che tornava qui dopo il contrastato Parsifal dello scorso anno.
Chi conosce lo stile del regista catalano, sa benissimo che nella sua concezione registica l´ argomento delle opere da lui affrontate è solo un pretesto per immaginare e mettere in scena una storia di sua invenzione. In questo caso, i margini di libertà erano più ampi del solito, visto che il testo dell´oratorio händeliano non ha caratteri drammatici ma è solo una disputa filosofica sulla caducità del piacere e della bellezza, affidata a quattro figure allegoriche.
Scritta a Roma nel 1707, su un testo del cardinale Pamphili, per i concerti quaresimali patrocinati da un altro cardinale, Pietro Ottoboni, la partitura dimostra in maniera evidentissima l´accuratezza  e la preparazione tecnica del musicista, all´epoca ventiduenne, che padroneggia in maniera splendida lo stile italiano. Nel contesto di tutta la produzione del musicista, si tratta di un lavoro più di altissimo artigianato che di ispirazione originale. Pur ammirando la sapienza tecnica che il giovane Händel esibisce, la sagacità nel trattamento delle voci e la strumentazione spesso di eccellente qualità, bisogna anche riconoscere che nel corso successivo della sua carriera il musicista sassone sarà capace di esiti artistici di ben altra ispirazione e originalità. Ad ogni modo, si tratta di un lavoro perfettamente godibile, con pagine strumentali e vocali di squisita fattura, alcune delle quali saranno riutilizzate dal compositore in seguito. Su tutte, la splendida aria del Piacere “Lascia la spina, cogli la rosa”, divenuta poi la celeberrima “Lascia ch´io pianga” cantata da Almirena nel Rinaldo.
Come dicevamo, le quattro figure allegoriche del testo argomentano sul valore del piacere terreno e sul suo carattere effimero, con toni moraleggianti di chiara ispirazione cattolica, cosa perfettamente logica pensando al tipo di pubblico a cui era destinato il lavoro.
Come ha affrontato la cosa Calixto Bieito? Cerchiamo di descriverlo per sommi capi.
La scena ha per punto focale una giostra da luna park, di quelle che qui in Germania si possono vedere in qualunque festa paesana. Su questo sfondo, si muovono quattro reduci da un rave-party o qualcosa di analogo. Nella prima parte dello spettacolo il Tempo è rappresentato come un vecchio esistenzialista disincantato, che veste un pastrano nero sopra un pigiama. La Bellezza, vestita come Marilyn Monroe nella celebre scena della grata in Seven Years´ Itch, e il Piacere, una partygirl che veste in uno stile tra metallaro e Lady Gaga, cercano di rianimarlo tramite adescamenti sessuali spinti, abbandonandosi a effusioni saffiche tra un tentativo e l´altro. Il Disinganno, una ragazza emo, osserva la scena in preda a crisi depressive e si sfoga tracannando tutto l´alcool che trova. A tutto questo bailamme assiste un´anziana donna delle pulizie, che ha l´aria disincantata di chi ne ha viste di ben peggio.
Nella seconda parte, esaurito il sesso più o meno tradizionale, si passa alla roba per intenditori. Gerontofilia, sesso nel fango e altre amenità che non sto qui a elencare nei dettagli. Il Tempo esegue una performance di sesso estremo strangolando il Disinganno con un sacco della spazzatura, il Piacere corona la sua performance con una strepitosa uscita in costume da drag queen e la Bellezza canta la sua aria finale eseguendo di fronte al Tempo, che la osserva con aplomb tutto anglosassone, uno strip pressochè integrale mentre il trionfo del Tempo è simboleggiato dai vecchi figuranti che si abbandonano a uno scatenato carosello sulla giostra.
Vogliamo tirare le somme? La solita elucubrazione di Bieito sulle proprie pulsioni sessuali. Nessuno vuol fare il moralista, ci mancherebbe. Quello che dà fastidio è il fatto che si tratta della solita sequela di cose viste e straviste, di un teatro che ormai puzza irresistibilmente di vecchio e risaputo. Parlando di piacere e di vanità delle cose terrene occorre per forza ridurre tutto a una questione sessuale? A me la cosa pare come minimo riduttiva. Ma el muy estimado senor Bieito evidentemente non ha altre frecce al suo arco, visto che continua stancamente a ripetere gli stessi concetti, si tratti di Händel piuttosto che di Verdi, Wagner o Puccini.
Un concetto artistico assolutamente miserevole e limitato, che ha come unica ragione di essere le questioni personali del regista. E chi riduce i testi solo a una questione di esternazioni personali, a mio avviso come uomo di teatro vale ben poco. Qui si tratta solo di ricerca dello scandalo gratuito attraverso la riproposizione di cose viste e straviste. Nessuna ricerca di soluzioni originali, solo l´ennesima provocazione del genere di quelli che mettevano i baffi alla Gioconda. Ed è questa appunto la cosa che irrita di più negli allestimenti di Bieito.
Ad ogni modo, le scene di Susanne Gschwender e i costumi di Anna Eiermann erano, in rapporto al tipo di spettacolo, molto buoni, come le luci di Reinhard Traub.
Per quanto riguarda la parte musicale, la direzione d´orchestra era affidata a Sébastien Rouland, musicista che possiede una profonda competenza in questo repertorio, avendo lavorato per diversi anni insieme a Marc Minkowski, uno dei massimi specialisti attuali nel campo del barocco.
Belle sonorità, una eccellente cura del suono, pochi eccessi da barocchismo spinto nella scelta dei tempi e nel fraseggio strumentale: pensando a quel che si ascolta di solito in questo tipo di opere, sono cose che bastano ampiamente a definire positiva la prestazione del maestro francese, assecondato in maniera egregia dall´orchestra della Staatsoper.
Note meno positive per la parte vocale. Qui purtroppo il tono comune ai quattro interpreti era quello del canto baroccaro esemplificato al peggio da Cecilia Bartoli, Simone Kermes e Vivica Genaux: voce tutta nella gola, agilità sputate, suoni fissi e fischianti nelle note acute.
La prestazione meno felice è stata quella di Camilla de Falleiro, giovane soprano brasiliano che  impersonava la Bellezza. Voce piccola, fissa e spesso afflitta da problemi di intonazione e una coloratura frequentemente imprecisa. Ezgi Kutlu, che qui avevo abbastanza apprezzato come Elisabetta nella Maria Stuarda, nella parte del Piacere ha evidenziato anche lei agilità eseguite esclusivamente di gola e un timbro spesso aspro e artefatto nelle note gravi. Marina Prudenskaja, cantante che qui a Stuttgart si è fatta apprezzare in un repertorio variegato, comprendente tra le altre cose Amneris, Oktavian, Brangäne e Carmen, questa volta sembrava decisamente fuori registro e stilisticamente sfasata, con inflessioni parlate assolutamente fuori posto e agilità spesso pasticciate e approssimative.
Piccolo particolare da aggiungere: i costumi succinti delle cantanti e gli strip e scosciamenti previsti dal senor Bieito permettevano di notare abbastanza agevolmente che nessuna di loro praticava una respirazione corretta.Dal punto di vista della correttezza stilistica, la prova migliore è stata sicuramente quella di Charles Workman nel ruolo del Tempo. Conosco il tenore americano dai tempi del suo Ferrando nel Così fan tutte di Abbado e Martone, a Ferrara. Allora si trattava di una voce limitata nel volume ma discreta dal punto di vista della morbidezza di timbro. Con gli anni, lo spessore vocale è aumentato, anche se purtroppo si avvertono durezze in diversi settori della voce. Ad ogni modo, la prova di Workman è stata sicuramente molto corretta e stilisticamente appropriata nell´esecuzione della coloratura e nella pertinenza del fraseggio. Successo vivo, con qualche fischio alla regia.

 

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2 pensieri su “Il trionfo del Tempo e del Disinganno alla Staatsoper Stuttgart

  1. Evidentemente esiste ancora un "mercato" per questa merce, altrimenti i vari sovrintendenti o direttori artistici verrebbero rincorsi dalla gente con randelli e forconi.
    Una domanda piuttosto amara che mi viene è infatti questa: per inserire un oratorio come questo di Händel in un cartellone, c'è per caso bisogno di un dissacratore alla Bieito, altrimenti la gente lo diserterebbe in massa?

  2. Il bello è che il pubblico queste cose le fischia spesso. L´anno scorso il Parsifal di Bieito qui da noi è stato contestato sette sere su sette. A Monaco col Fidelio è successo letteralmente i finimondo. Ma il giudizio degli spettatori conta solo se è positivo?

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