Giacomo Lauri Volpi

Pubblico questo eccellente scritto del dott. Gian Paolo Nardoianni, medico chirurgo e grande intenditore di voci. In esso troverete un’ antologia di giudizi critici e testimonianze sull’ arte del grandissimo tenore, seguite da alcune considerazioni del dottor Nardoianni, che ebbe la fortuna di ascoltare Lauri Volpi dal vivo e di conoscerlo personalmente.
Ringrazio Gian Paolo Nardoianni per aver acconsentito alla pubblicazione di questo articolo.

GIUDIZI SULLA VOCE E L’ ARTE DI GIACOMO LAURI VOLPI
“Considerato come un caso eccezionale in tutta la storia del canto sia per le sue rare doti naturali [pare che in sede di vocalizzazione arrivasse fino al la bemolle 4] che per la sua longevità [ha cantato e registrato dischi in un arco di 56 anni] dovuta ad una tecnica di emissione perfetta, unica nella sua epoca, che gli ha permesso di affrontare un repertorio di eccezionale varietà (dalla Sonnambula a Otello). Padrone, al tempo stesso, di un legato e di un controllo del fiato ereditati dalla scuola belcantista e di acuti di audacia leggendaria, ispirati all’epoca romantica”(tradotto da: Guide de l’opéra, Fayard, 2001, pp. 439-440)

“Gli Ugonotti, eseguiti alla Radio italiana (…) mostrano un Lauri-Volpi che, sessantaduenne, poteva ancora, a buon diritto, essere considerato, in queste tessiture di stile antico, come IL MAGGIOR TENORE DELLA NOSTRA EPOCA”. (Rodolfo Celletti, “Le grandi voci”, Roma 1964, p. 458)

“La vera statura di questo fenomenale tenore esigeva, come pietra di paragone, le tessiture astrali, i fervori epicheggianti, gli amori, paradisiaci e disperati, insieme, delle opere di Meyerbeer, di Bellini, di Donizetti, di Verdi. La sua maledizione, nella Lucia, era qualcosa di indescrivibile, una specie di esplosione di pulviscolo d’argento; ma altrettanto indescrivibile era la dolcezza con cui, nel duetto d’amore degli Ugonotti, saliva al do bemolle usando il falsettone caro ai tenori di centocinquanta anni fa o giù di lì. Insomma, Lauri-Volpi riscoprì, a suo tempo, le fonti più genuine del mito del tenore romantico e ce lo ripropose. In questo fu -ed è tuttora- unico.” (Rodolfo Celletti, 1969, note di copertina al microsolco RCA LM 20117 “La voce di Giacomo Lauri-Volpi 1928-1930”)

“Lauri-Volpi aveva una voce lunga come estensione, larga come poche e brillante nel senso di unica. Non credo che sia mai esistita una voce più brillante di quella di Lauri-Volpi. Aveva una voce squillantissima, fortissima (…) Era l’ unico cantante in grado di far arrivare le vibrazioni della voce fino al loggione. Parlo di vibrazioni della voce, non di voce” (Franco Corelli, intervista riportata nel documentario in VHS “Giacomo Lauri-Volpi, una voce, un mito”, Editoriale Pantheon, 1993)

“Le sono sincero, lo invidiavo, specialmente quando arrivavano i momenti salienti di Aida e Trovatore, in cui credo che mai nessuno arriverà alle sue splendide note acute. Aveva anche un modo di porgere che era ammirevole, ed era il tenore verdiano più completo che io abbia mai udito, questo senza dubbio” (Carlo Bergonzi, intervista riportata nel documentario in VHS citato)

“Ha dato pagine di gloria alla storia della lirica. E’ stata una voce unica. Ha dimostrato che con la tecnica si può cantare qualunque repertorio. La sua voce squillante, i suoi famosissimi acuti, tutti li abbiamo ancora nelle orecchie”

(Alfredo Kraus, intervista riportata nel documentario in VHS citato)

“I suoi acuti erano fenomenali. I suoi incredibili acuti, che credo nessuno abbia mai superato” (Rosa Ponselle, in: “Opera”, January 1977, p. 24)

“Era un fenomeno. Io non posso far altro che ricordare un fenomeno”. (Gianna Pederzini, intervista pubblicata nel doppio LP TIMA 17 (Edizioni del Timaclub).

“Quando Lauri-Volpi svettava sugli acuti, non c’ era nessuno che potesse stargli dietro. Anzi, dovrebbero imparare da lui come si fa a far gli acuti” (Giuseppe Taddei, intervista pubblicata nel doppio TIMA 17, cit.)

MIE OSSERVAZIONI SPARSE SULLA VOCE DI GIACOMO LAURI-VOLPI
Ho avuto la fortuna di ascoltare due volte Lauri-Volpi dal vivo: ad Ariccia nel 1965 e a Barcellona nel 1972 (mi trovavo lì per puro caso, per motivi legati alla mia professione). L’ estensione, l’ ampiezza, la brillantezza, l’ espressione e la sensibilità del suo canto erano inimmaginabili e assolutamente incomparabili. Chi lo ha ascoltato dal vivo sa benissimo che qualunque paragone con tutti i tenori venuti dopo di lui (e ce ne sono stati di veramente bravi) è del tutto improponibile.

Inoltre, intrattenni per anni con Lauri-Volpi una sporadica ma cordiale corrispondenza. Poi potei incontrarlo a Busseto nel 1976 dove -ancora una volta- lasciò tutti a bocca aperta per lo stupore.

Oltre ai dischi più noti di Lauri-Volpi e che costituiscono pietre miliari nella storia dell’interpretazione operistica [Victor americana, Voce del Padrone, live degli anni Trenta] vorrei segnalare ai più giovani il suo “Bianca al par di neve alpina” (del 1928: un disco che è in grado di zittire anche il più ottuso e pertinace detrattore) e i quattro fenomenali brani registrati dal vivo durante il Concerto Martini & Rossi del 1954: “O natura di grazia piena”, “Donna non vidi mai”, “Una vergine, un angel di Dio” e “Quando le sere al placido”. E’ un Lauri-Volpi sessantaduenne, ma veramente in stato di grazia: acuti raggianti, legato perfetto, “pianissimi” vibranti e morbidi, anche ad alta quota.

Ho due sogni: primo, che qualcuno si decida a raccogliere e a pubblicare in volume tutti (ma proprio tutti) gli articoli che Lauri-Volpi scrisse per giornali e riviste italiani ed esteri (comprese le voci d’enciclopedia): sarebbe una miniera preziosissima di informazioni e giudizi (il volume “Incontri e scontri” ne raccoglie una minima parte ed è zeppo di errori di stampa); secondo, mi piacerebbe che la figlia adottiva Carla, donna di grandissima intelligenza, sensibilità e tatto, che con la sua premurosa presenza rese sereni gli ultimi anni di vita del grande cantante,scrivesse e pubblicasse i suoi propri ricordi, che avrebbero un valore umano ed artistico insostituibile.

Lauri-Volpi amava definirsi “la Voce solitaria” e nessuno potrebbe dissentire, perché è stato un caso isolato nella storia della vocalità: è passato dalla Sonnambula al Guglielmo Tell, dal Barbiere all’Otello, dal Roi de Lahore -opera tremenda per il tenore- al Fra’ Diavolo e ai Racconti di Hoffmann). Caruso, Gigli, Schipa hanno fatto scuola ed hanno avuto imitatori e continuatori. Lauri-Volpi, no.

Per quanto riguarda le incisioni, il problema è complesso. Diciamo innanzitutto che egli si recò sempre malvolentieri in sala di registrazione perché sapeva benissimo che il mezzo tecnico non avrebbe colto tutta la ricchezza delle vibrazioni e l’ ampiezza della sua voce, e quindi in definitiva lo avrebbe tradito.

Altrettanto malvolentieri ascoltava le sue registrazioni, delle quali era il critico più feroce, aiutato in ciò dalla sua pungente arguzia. Chiedo di confermare le mie parole a quanti, come me, ebbero modo di incontrarlo a Busseto nel 1976. Appena gli venne annunciato l’ ascolto del Sogno della Manon cominciò a dire: “Ma quello è un disastro! Fa schifo! Di buono c’ è solo la filatura sul la naturale. Del resto, avevo solo quattro mesi di carriera”.

Posso attestare, per averlo sentito da lui, che aveva un debole per il duetto dell’ Otello con la Caniglia, realizzato tra l’altro con materiali e strumentari scadentissimi (“Quello è venuto benissimo”) è che rimane una lettura a dir poco sublime.

Nel giudicare i dischi pre-Victor bisogna tener conto: degli enormi limiti del procedimento acustico; della inesperienza del cantante (il suo primo gruppo di incisioni risale al 1920, quando aveva pochi mesi di carriera) che lo portava -per prudenza- a scurire le vocali anche dove non era necessario, e che non aveva ancora reso indipendente la colonna sonora dalla articolazione (da cui i suoni un po’ tubati); del particolare clima della sala di incisione che agiva negativamente sulla sua fantasia di interprete (Lauri-Volpi concepiva la vita -e a maggior ragione il canto- come una sfida cavalleresca: la presenza di un pubblico da dominare e conquistare era un formidabile propellente perché potesse dare il meglio di sé).

Sia detto per inciso, il Trovatore Cetra, per quanto possa esser bello -ed è per me bellissimo- è tuttavia superato dal Trovatore live di Amsterdam del 1954, che restituisce con buona approssimazione il vero suono di Lauri-Volpi (grazie anche alla magnifica acustica del Concertgebouw). Si veda il re bemolle del terzetto e il do finale della pira. Il Trovatore con la Callas è purtroppo rovinato dalla orrenda presa del suono e dall’ esecrabile bandismo di Serafin.

Nonostante questi inconvenienti, i primi dischi rivelano già facoltà naturali abnormi: la brillantezza inconfondibile del timbro, la straordinaria facilità degli acuti, la capacità di filare e smorzare i suoni, la durata incredibile dei fiati e un autentico virtuosismo nell’esecuzione delle scale cromatiche (si veda l’ “Allegro” di “Ecco ridente in cielo”, disco purtroppo registrato in modo rudimentalissimo). Delle incisioni di questo primissimo periodo, la mia prediletta è “Ah, dispar, vision” che è degna dell’autentico Lauri-Volpi.

La lezione del grande Cotogni gli inculcò soprattutto il dogma della emissione leggera dei centri (“Canta nei centri, ma risolvi negli acuti”). Ma la vera maestra di canto di Lauri-Volpi fu sua moglie, che veniva dalla scuola dei Garcìa. Ella gli insegnò a sfruttare al massimo -in un grado che non si riscontra in nessuna altra voce tenorile udibile in disco- i risuonatori superiori, cioè a convertire tutto il fiato in suono, senza che ne andasse dispersa una sola particella, senza il minimo sforzo e senza la minima contrazione della gola.

Era quello che Lauri-Volpi chiamava il “punto di risonanza”. Questo, insieme al “punto d’ appoggio” e cioé alla contrazione fulminea degli addominali ad inizio espirazione con rientranza della fontanella dello stomaco e compressione dosatissima degli addominali sul diaframma, con controllo assoluto sul fiato, costituiva il binomio cardine della tecnica di Lauri-Volpi, per quel pochissimo che può essere spiegata, giacché rimane in gran parte un mistero.

Maria Ros lo aiutò a conquistare quella che lui chiamava l´ indipendenza della colonna sonora dalla articolazione della parola: in pratica, la possibilità di emettere acuti facilissimi su tutte le vocali. Non mancò all’ insegnamento di Maria Ros (una donna geniale) nemmeno un versante metafisico espresso dal precetto “Pensare il suono, vederlo con l’ intuizione, prima di emetterlo” che poi si ricollegava alla “scuola dell’ intenzione” di Cotogni o, come dicono oggi alcuni didatti che credono di aver scoperto l’ America, della “emissione consapevole”. Poi Lauri-Volpi, che era uomo di cultura streminata, corroborò molte di queste teorie innestandole nel sistema filosofico Yoga. Una concezione esoterica del canto che sembra in anticipo sui tempi persino oggi.

Figuriamoci allora! Smetto per oggi. Se avrò tempo aggiungerò qualcosa in futuro sulla afonìa che colpì Lauri-Volpi a New York, e che ebbe cause molteplici.

Grazie a quanti studiano l’ arte questo inarrivabile cantante con intelligenza ed amore, che riempiono di gioia chi -come me- ha avuto il privilegio di poterlo udire dal vivo.

© 2012. Riservati tutti i diritti.

Gian Paolo Nardoianni

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