Il critico musicale

Un giovanissimo blogger, Francesco Vittorino, che si occupa soprattutto di vignettistica e problematiche legate al mondo dell’ opera moderna e del musical, mi ha chiesto di parlare della critica musicale e di come essa sia cambiata nel corso degli anni. Eccovi la trascrizione del nostro colloquio.

martedì, 01 febbraio 2011

Un thé con Mussomeli; un cronista ne intervista un altro circa il mestiere di critico ieri e oggi

Una brutta indigestione, peggiorata da colpi di freddo, mi ha costretto, in questi giorni, a stare bloccato a letto.  Siccome il letto è un cosa e il blog un’altra, non è che potevo stare sia a letto che sul blog, così sono stato un po’ assente.
Torno con una chicca: un’intervista a un collega dalla lunga esperienza, fatta con l’intenzione di vedere come sia cambiato questo mestiere negli ultimi decenni.

Il titolo è un po’ fuorviante, nel senso che io, come giornalista, diciamo che ci provo, mentre questo, come vedrete dalla presentazione, ha una signora carriera alle spalle. Ci conosciamo da tempo, tuttavia, come cronisti e come melomani, così è stato felice di rilasciarmi l’intervista che vedete qui sotto.

Prima di tutto, presentati ai lettori dell’intervista.

Mi chiamo Gianguido Mussomeli, vivo da 15 anni all’estero e da quasi nove in Germania, vicino a Stoccarda. In Italia mi sono occupato per parecchi anni di critica musicale e di corsi di divulgazione riguardanti l’ opera. Da qualche tempo ho ripreso questa attività sfruttando le nuove opportunità offerte dal web, come i blog e le riviste online. Qui a Stoccarda tengo tuttora conferenze e corsi di divulgazione sia in italiano che in tedesco.

Cosa ti ha portato al lavoro che fai adesso?

Beh, la passione per la musica ce l’ ho fin da quando ero un bambino. Sono nato in una famiglia di appassionati e ho cominciato molto presto a frequentare l’opera e i concerti. Sul finire degli anni Settanta ho partecipato assai attivamente al fenomeno delle prime radio libere. Da lì, anche tramite conoscenze fatte nell’ ambiente, ho avuto l’ opportunità di entrare nel mondo della stampa, diciamo così, “seria”.

Perché lo hai scelto?

Probabilmente perchè mi piaceva avere la possibilità di condividere con gli altri le mie impressioni di ascolto.

Visto che l’intervista ha come tema il confronto tra ieri ed oggi, credi che oggi ci siano fenomeni paragonabili a quello delle radio libere, come gli strumenti del web?

Penso che il fenomeno dei blog, che seguo quasi dall’ inizio, sia un movimento paragonabile a quello delle radio libere, ma forse migliore. Infatti le radio e TV libere prima o poi sono state strozzate dal prevalere dei grandi circuiti commerciali. Il blog offre a chiunque abbia qualcosa da dire la possibilità di esprimersi, e non è irreggimentabile come lo era l’etere. Credo proprio che i blog siano stati un grande passo avanti per l´informazione e non mi riferisco solo a quella di carattere musicale.

Un pezzo di cui vai particolarmente orgoglioso?

Difficile da dire…per quanto riguarda i saggi storici, uno studio su Gomes, compositore brasiliano contemporaneo di Verdi, che è stato parecchio citato in giro. Parlando della critica, più che di un pezzo o una recensione in particolare sono tuttora soddisfatto dei dieci anni di collaborazione con Opéra International, la rivista diretta da Sergio Segalini che negli anni novanta era senz’ altro una delle pubblicazioni più autorevoli del mondo musicale internazionale.

Un rimpianto?

La mancata intervista a Herbert von Karajan, che doveva venire a Venezia a ritirare un premio nel maggio 1989. Avevo già preso tutti gli accordi con la segretaria del maestro, ma purtroppo le condizioni di salute di Karajan erano già precarie (morì due mesi dopo) e la serata veneziana saltò.

La risposta che mi aspettavo!

Tu sai l’ ammirazione smisurata che io ho per Karajan, che considero forse il massimo direttore d´orchestra della seconda metà del novecento. Ho avuto la fortuna di ascoltarlo diverse volte dal vivo e posso dire che da nessun altro ho sentito qualcosa che si potesse paragonare a quello che lui otteneva in termini di qualità del suono orchestrale.

Veniamo alla domanda principale, che ho anticipato poco fa perché se n’è presentata l’occasione. Qual è la differenza tra il mestiere di giornalista tra ieri e oggi?

Allora, il problema principale a mio avviso è il fatto che oggi gli spazi a disposizione della musica e della cultura in generale si sono molto ridotti rispetto a, diciamo, una ventina di anni fa. Fino alla fine degli anni Ottanta, tanto per fare un esempio, testate anche non proprio nazionali come il Gazzettino recensivano regolarmente le prime dei grandi teatri in tutta Italia. Lo stesso facevano il grandi quotidiani come il Corriere o Repubblica, che mandavano i loro inviati anche in provincia. Duilio Courir e Michelangelo Zurletti (due delle firme piú prestigiose di allora) seguivano le prime del Teatro Comunale di Treviso, tanto per fare un esempio. Adesso solo la Scala trova spazio, e anche le cronache dall’ estero sono diventate pochissime.

È un problema del giornalismo o della Lirica?

Credo proprio dell’ impostazione generale che la stampa italiana ha preso a partire dagli anni Novanta. Qui in Germania, per dire, questo succede meno, il giornalismo culturale è ben rappresentato in tutte le testate editoriali.

A cosa è dovuta tale impostazione?

Secondo me, da quello che vedo personalmente, all’ estero esiste un preciso confine tra la stampa “seria” e quella di costume. Qui in Germania esistono quotidiani scandalistici come il Bild Zeitung (qualcosa tipo il Sun o il Daily Mirror in Inghilterra), il gossip lo gestiscono loro e la stampa tradizionale si preoccupa di mantenere un tono sobrio. In Italia i giornali mischiano tutto. Quando vedo la sezione Spettacoli e Cultura che apre con le ultime notizie dal Grande Fratello, resto sempre perplesso… da noi questo non potrebbe essere.

A chi è rivolto il lavoro del cronista teatrale?

Dovrebbe essere rivolto al pubblico ma anche ai protagonisti. Non pensare che gli artisti non leggano le critiche: quelli che lo negano, sono proprio quelli che le seguono tutte. A Milano si ricordano ancora di un celebre tenore che usciva a comprare il giornali alle 6 di mattina per non essere visto… Purtroppo, un sacco di artisti prendono la critica negativa come un’ offesa personale. In questo, mi pare che poco sia cambiato al giorno d´oggi.

E il pubblico, invece? Segue?

Qui in Germania c’ è un pubblico secondo me più preparato e attento. Questione di educazione scolastica ma anche di mentalitá. Da noi la cultura è considerata veramente un fattore di coesione nazionale. Due anni fa, in occasione dei venti anni dalla caduta del Muro di Berlino, Jürgen Kohler, che allora era il presidente della Repubblica, nel suo discorso in tv citava i Berliner Philharmoniker come fondamentali ambasciatori della cultura tedesca nel mondo. Avete mai sentito un Presidente italiano dire questo a proposito della Scala?

Il centocinquantenario dell’Unità di Italia potrà cambiare in qualche modo questo modo di fare?

Lo spero proprio, sarebbe ora. Vedremo le proposte anche se, fino adesso, non mi sembra di aver visto cose molto rilevanti.

Sai, scusa se cito cose lontane nel tempo, ma Francesco De Sanctis, grande critico letterario e anche Ministro della Pubbliaca Istruzione, in un articolo che ho riletto da poco faceva notare che in Italia una commemorazione si risolve sempre in fanfare militari, discorsi politici e scoprimento di targhe. In Germania, quando nacque lo Stato tedesco alla fine dell’800, il governo si impegnó in una serie grandissima di conferenze popolari per far conoscere al pubblico la figura di Hegel nel centenario della nascita.

Più sono lontane le cose che citi e meglio è!

Beh, in fondo noi ci occupiamo di cose che hanno le loro radici nel passato…e anzi, proprio a proposito dell’ opera, lo studio delle esecuzioni passate a mio avviso è fondamentale per farsi una capacità valutativa.

Tornando alla domanda di prima, com’è cambiato il modo di seguire certe cose da parte del pubblico in questi decenni?

Indubbiamente ha pesato molto la scomparsa di certe grandi personalità come quelle di un Karajan, un Bernstein, un Solti o un Carlos Kleiber e la fine delle carriere degli ultimi grandi cantanti. Il pubblico di adesso per certi versi è molto preparato, per certi altri ha perso i parametri di giudizio. Comunque, smentiamo subito il fatto che il publico operistico sarebbe più rissoso oggi. Ai miei tempi, sono stato testimone di serate in cui si arrivava addirittura alle mani!

Un esempio eclatante?

La mia prima serata alla Scala, Aida nel dicembre 1975, recita che si stava mettendo malissimo e fu salvata dalla prestazione straordinaria di un Bergonzi che riuscì a trasformarla in un trionfo. Ma ce ne sarebbero tante da ricordare…quel soprano che sempre alla Scala nel Trovatore entrò in scena al secondo atto cantando “Perchè piangete?” e dal loggione gridarono “Perchè fai schifo!”. Oppure quella volta a Padova quando il basso che faceva il Guardiano nella Forza del Destino (ed era stato fischiato in Sonnambula due sere prima) disse la sua frase d’ entrata “Chi mi cerca?” e uno gli rispose “I Carabinieri!”

E dici che sarebbe finita alle mani? Addirittura?

Quello successe davvero alla prima della Lucia alla Scala con Pavarotti, nel 1983. Fischi al finale e una rissa tra applauditori e fischiatori. Smentiamo comunque un altro luogo comune secondo il quale il pubblico all’ estero sarebbe più rispettoso. Qui in Germania si fischia e neanche raramente.

Si mena pure, in Germania?

No ma si fischia sonoro… però più le regie.

Dal punto di vista della rendita, quanto questo mestiere è sostenibile? È cambiato qualcosa nel corso degli anni, a riguardo?

Sostenibile non direi proprio, quasi tutti i critici anche ai miei tempi facevano un mestiere parallelo. Celletti era un dirigente industriale, Gualerzi un pubblicitario, quasi tutti gli altri erano insegnanti. Angelo Foletto, il critico di Repubblica, in trent’ anni di collaborazione non ha mai avuto un contratto. È sempre stato molto difficile mantenersi solo col giornalismo, a meno di essere un cronista a tempo pieno.

Credo che adesso la situazione sia ancora peggiore, da quel che mi dicono. Una volta, almeno, le tariffe erano abbastanza dignitose, adesso molto meno, so di gente che scrive addirittura gratis pur di farsi conoscere.

Poco fa parlavi della tua collaborazione con la redazione di Opéra International. Come lavora un giornalista alle dipendenze di qualcuno?

Chiaramente hai a che fare con un caposervizio e devi concordare con lui la scelta degli argomenti da trattare e delle serate da seguire. Poi la regola dei quotidiani è quella di stare molto attenti a dire tutto quel che ritieni importante nello spazio che ti viene assegnato. Se ti danno 60 righe, devi farci entrare tutto, perchè le righe in più quasi certamente vengono tagliate. Per quelli che iniziano, questa è forse la maggiore difficoltà.

Per quanto riguarda le cose da scrivere in sé stesse? Hai mai avuto problemi per le cose che hai scritto?

Io ho sempre posto come condizione la libertà di esprimere i miei giudizi. Chiaro che arrivano le telefonate prima e dopo… certi commenti che si leggono nei blog una volta ti arrivavano per telefono. Comunque anche da questo punto di vista il periodo migliore per me è stato quello trascorso lavorando con Sergio Segalini, che era uno in grado di fregarsene di questo tipo di pressioni.

Di quanti anni fa stiamo parlando? Oggi, invece? Un commento a un blog può avere un’aria meno minacciosa…

Parlo sempre di una quindicina di anni fa. Arrivavano anche le lettere anonime, una volta. Tutti sanno, per esempio, che la Callas le conservava.

Le lettere anonime? Oh, bella! Non sapevo facesse anche la giornalista!

No, riferite alle sue recite intendo dire…

Ah, nel senso che era una che si legava le cose al dito. Questo ci porta ad un’altra domanda: tra i problemi di cui sopra, non ci può essere il fatto che uno non voglia avere a che fare con te per qualcosa che hai scritto?

Succede, certo. Lí, dipende da te quanta importanza dare alla cosa.

Mi è successo un paio di volte di vedermi negata un’ intervista per una recensione sgradita

In tempo di agenzie, questo non diventa ancora più problematico? Che so io, magari per aver detto male di uno, ti giochi tutti i cantanti di un’agenzia… E poi, consideriamo anche il fatto che, quando la Lirica era più in auge, poteva esserci meno omertà (era così?).

Ma guarda, l’ agente la recensione la desidera comunque. In una logica commerciale, importante è che dell’ artista si parli, uguale se bene o male. Comunque, tentativi di condizionamento ce ne sono sempre stati e sempre ce ne saranno. Devi essere tu a non farti coinvolgere in questo tipo di giochi.

Spiega il concetto di “farsi coinvolgere”.

Non accettare pressioni oppure lusinghe, di nessun tipo. Secondo me è sempre stato meglio mantenere le distanze, soprattutto all’ inizio. Dopo, quando sanno che tipo di persona sei, è diverso. Anche all’ estero succedono queste cose…a Vienna in particolare, una volta prima di un debutto era consuetudine mandare o far mandare due righe di saluto a quei tre o quattro critici importanti…

Come si fa a far presente qualcosa di negativo senza per forza devastare uno spettacolo, un interprete o un autore?

Questione di misura e anche di atteggiamento. A me non è mai piaciuto stroncare per il puro gusto di farlo, ho sempre cercato di approfondire le ragioni. Se poi tu ti riferisci alla recensione di un nuovo spettacolo, bisogna anche dire che la critica contemporanea degli autori ha spesso fatto grossi sbagli. Secondo le recensioni della prima, la Bohéme sarebbe stata dimenticata nel giro di sei mesi. Mahler riceveva critiche devastanti e commentava sempre “Il mio tempo verrà”.

So che sei anche attore di teatro. Il fatto che un giornalista sia anche un addetto ai lavori del settore influenza la sua attività di critico?

Secondo me sì e anche in positivo. Se sai come si svolgono le cose su un palcoscenico, riesci a valutare in maniera più approfondita quello che vedi.

E per il viceversa? Non c’è un conflitto di interessi, da critico a attore?

Per quanto mi riguarda, io faccio l’ attore di prosa e quindi non è un’ attività che interferisce con la musica. Se uno fa il concertista e il critico musicale militante, chiaramente la cosa è diversa…
Tu hai vissuto e lavorato in molti posti. Che differenze ci sono tra i modi di lavorare nei vari paesi?

Come ti dicevo, qui in Germania vedo più concretezza e maggiore attenzione a tutto quello che riguarda la cultura. Poi nei dettagli ti posso dire che qui anche un modesto blogger è trattato dagli uffici stampa con la stessa considerazione del critico della grande testata. Per quanto riguarda la critica musicale vera e propria, ogni paese ha il suo stile. Quella inglese in genere è molto concreta e attenta al fatto, quella tedesca forse più interessata ai problemi teorici che a quelli pratici dell’ esecuzione, qualla francese a volte un po’ retorica e sciovinista.

Puoi considerarti anche burocraticamente un giornalista, all’estero, se hai un blog di critica o informazione?

Qui sì, all’ estero non esiste un Ordine dei Giornalisti come c´è in Italia. Chiaro che se non hai un rapporto di lavoro fisso con una testata sei considerato un free lance.

Come organizzavi il tuo lavoro all’inzio e come ora? Come scegli di cosa parlare e perché?

Quando collaboravo regolarmente con i quotidiani, si facevano riunioni con i capiservizio e ci si accordava tenendo conto delle cose da seguire, della priorità e anche delle disponibilità concrete. Con le riviste, si può impostare anche piani di lavoro più ampi. Attualmente, non essendo legato in maniera fissa a nessuno, sono io che scelgo le cose che mi interessa seguire e propongo i servizi in giro.

In genere, seguendo l’ opera cerco di seguire le produzioni che abbiano qualche particolare motivo di interesse. Può essere un artisza che non hai ancora sentito, il debutto di qualcuno in una nuova parte, un allestimento che si preannuncia particolare… possono esserci diversi fattori che ti influenzano, direi.

Ho due domande riguardo a quella cosa che dicevamo prima sul none essere più in auge come una volta della Lirica. La prima è questa: come è hai visto cambiare il tuo mestiere nel tempo, da questo punto di vista?

Una volta, esistevano figure che godevano di una considerazione particolare, dovuta alla loro esperienza. Penso a Rodolfo Celletti, Massimo Mila, Fedele D’ Amico, ma anche, nel campo sportivo, a un Gianni Brera. Grandi scrittori oltre che critici, gente che aveva anche una qualità letteraria oltre che competenza. Oggi di figure simili non mi pare proprio di vederne in giro.

Alla luce di questa crisi, prendersela con un singolo cantante, direttore d’orchestra o regista, non è un po’ come prendersela con la cassiera di un supermercato perché la pasta costa troppo?

Probabile, visto che quelli che vediamo oggi sono solo i frutti del sistema. Ma una cosa che mi piace poco di certi cantanti di oggi è la tendenza a non accettare le critiche e a buttarla sul personale. Ci sono stati artisti ben più grandi di loro che sono stati fischiati, hanno incassato i fischi e continuato tranquillamente a lavorare. Oggi molti fanno gli spocchiosi e cercano scuse tipo quella della congiura, e questo non lo trovo accettabile.

Sei mai rimasto in rapporti amichevoli con qualche recensito? Potrebbe esserci un conflitto di interessi anche in questo?

Dipende sempre da come uno si comporta. Io con la gente che conoscevo sono sempre stato più severo che con gli altri. Comunque più che coi recensiti, i rapporti che ho conservato sono stati con qualche intervistato.

Un esempio di questa severità?

Il mio amico Antonio Salvadori, baritono veneziano purtroppo scomparso ancora giovane. A lui piacevano le mie critiche proprio perchè diceva che ero l’ unico a dirgli le cose come stavano veramente. A mio modo di vedere, a un amico si deve dire la verità anche se fa male. Diversamente, non fai il suo interesse. Le persone intelligenti sanno apprezzare questo modo di agire.

Il mestiere di giornalista teatrale, a volte, può ridursi ad una semplice attività da pubblicitario. Come? Come evitarlo?

Cercare di mantenere l’ indipendenza di giudizio. Molte volte succede invece quello che diceva Oscar Wilde: “I critici teatrali sono solo carne venduta e, a giudicare dal loro aspetto, la maggior parte di loro non deve essere affatto cara”…

A questo punto concluderei con un messaggio ai giornalisti esordienti. È davvero sufficiente essere incorruttibili per non essere carne venduta? Se no, perché?

Forse non è tutto, ma è sicuramente un buon punto di partenza. Noi abbiamo fatto la nostra parte, ora tocca a voi… pensate sempre con la vostra testa, il resto verrà da sè.

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4 pensieri su “Il critico musicale

  1. Qualche volta bisogna provar a stare dall’altra parte della barricata,mi sembra giusto,no? Ho letto con molto interesse l’intervista e mi sono piaciute molto le tue risposte. Mi sono permesso fare alcune considerazioni da spettatore,che credo vanno nella stessa tua direzione. Se hai tempo e voglia di leggerle,ti ringrazio. 1) A chi è rivolto il lavoro del critico musicale?
    Giustamente- in primis- rispondi che dovrebbe essere rivolto al pubblico,Di fatto, oggi,è ridotto a puro resoconto mondano(in particolar modo per eventi di una certa rilevanza)o,per quanto riguarda l’opera lirica,l’esaltazione,la glorificazione degli aspetti registici(sui quali in troppi casi sarebbe bene stendere un velo pietoso).Le voci non esistono proprio;sarà forse perché,dovendone parlare,si dovrebbe parlarne male e quindi inimicarsi l’agenzia,la casa discografica o il cantante stesso. Chi si prende la briga,o è in grado,di fare una recensione,nel bene o nel male, dove vengono forniti tutti gli elementi necessari per valutare determinati aspetti della vocalità,utili per una successiva verifica in teatro? (tipo quella che ho letto sul tuo blog,a proposito del concerto di Joseph Calleja)Nessuno,o poche mosche bianche.
    2) Più sono lontane le cose che citi e meglio è!
    La tua risposta è sacrosanta. E’ fondamentale il riferimento al passato,atteso che per quanto riguarda le voci,ma non solo,ciò che abbiamo alle spalle è complessivamente migliore dell’attuale. Non come prosecuzione pedissequa di ciò che è stato(ci sono cose da migliorare ed attualizzare),ma come metro di valutazione soprattutto per il pubblico giovane che,essendo privo di riferimenti, è facile preda di condizionamenti interessati. Sento dire molto spesso:adesso non si canta più come una volta. Salvo poi,furbescamente, ricorrere al passato(remoto) per giustificare e magnificare il Domingo-baritono dalla bella e chiara vocalità,tipica dei grandi baritoni dell’ottocento.
    3)Tornando alla domanda di prima, com’è cambiato il modo di seguire certe cose da parte del pubblico in questi decenni?
    Dici bene che il pubblico odierno non è rissoso;e quando mai spettatori cloroformizzati che hanno come unico elemento di giudizio il CD del cantante medesimo (recensito da penne compiacenti su riviste patinate , pubblicizzato dall’agenzia o dalla stessa casa discografica),possono reagire scompostamente a tal punto da scatenare una rissa? Ho sentito di recite(anche alla Scala) dove gli interpreti,meritevoli soltanto di sonori sbertucci,sono stati applauditi e acclamati come divi. Una volta chi andava a teatro aveva una sua propria idea rispetto a questo o quel cantante(giusta o sbagliata che fosse),perciò vi era più passionalità e fervore,che a volte sfociava anche in rissa. Tu narrando di quella alla Scala del 1983 con Pavarotti nella Lucia,implicitamente sottendi(mi pare) di quanto esigente era il pubblico di allora. Sebbene Pavarotti,a mio avviso,non sia stato reo di peccati mortali(alcuni suoni non perfettamente centrati,che in una vocalità bella come la sua si avvertono subito), siccome però l’evento mediatico ha ingenerato grande attesa e aspettativa(grandi erano anche i cachet),una parte del pubblico è andato a teatro con la lente d’ingrandimento. Dovendo usare la stessa lente nei confronti della maggioranza dei cantanti odierni,nel palcoscenico dovrebbe scorrere il sangue. Anch’io ho assistito ad una rissa. E’ stato a Venezia nel 1985, in occasione delle rappresentazioni di Aroldo e Stiffelio.Per l’establishment della Fenice,l’evento doveva mettere a confronto i due lavori di Verdi,nella realtà l’operazione mirava all’esaltazione del rifacimento verdiano ed era quindi tutto programmato per questo fine. Nel cast di Stiffelio ,come baritono c’era Salvadori,in quello di Aroldo, Brent Ellis,direttore Eliahu Inbal.Se non che,all’inizio delle prove,la direzione chiamò Antonio e gli propose di cantare Aroldo in luogo di Steffelio.Tu conoscevi Antonio,era fondamentalmente un buono,ad onta dell’aspetto da spaccamontagne e per il quieto vivere,un po’ anche per timore che un suo rifiuto determinasse ostilità nei suoi confronti, a malincuore accettò,nonostante il contratto fosse dalla sua. E’ Stata la sua condanna. Il M° Inbal,da vivo una carogna in quella occasione,lo massacrò con prove estenuanti,con tempi impossibili nella cabaletta,lo trattò malissimo(ho assistito anch’io a delle prove),nell’intento di perseguire il fine di cui sopra. Antonio soffrì parecchio,era sull’orlo di una crisi,non ce la faceva più,telefonò all’amico fraterno Luciano Bidoia che andasse subito a Venezia per dargli conforto e sostegno. Luciano quando arrivò a Venezia lo trovò in uno stato penoso,irriconoscibile,non voleva più cantare. Era difficile consigliarlo,vederlo ridotto in quello stato veniva da dirgli di far fagotto e andarsene,era facilmente prevedibile le difficoltà che sarebbero sorte,soprattutto alla prima. Alla fine prevalse la professionalità,non disgiunta dal timore che una sua defezione avrebbe determinato un giudizio di poca affidabilità in altri teatri. Cantò,ma non era il solito Antonio, non fu nemmeno un disastro,anche se la tensione nella voce si sentiva tutta. Con stoico coraggio cantò l’aria”Mina pensai…” nel modo che si può sentire su you tube,nella cabaletta però ebbe qualche difficoltà, dovuta ai tempi vertiginosi imposti da Inbal,ancor più di quelli già troppo stringenti delle prove. Alla fine,dopo l’applauso(l’unico a scena aperta di quella serata) entrarono in azione i guastatori organizzati,una mezza dozzina,con fischi e sonore disapprovazioni. Ed è stato qui che una persona,alzatasi dalla platea,si è precipitata verso il loggione da dove proveniva il dissenso e qualche sberla è volata. Poi qualcosa del genere è successo fuori del teatro.
    4) Un esempio di questa severità ?
    Tu non sai quanto mi ha fatto piacere l’aver citato Antonio Salvadori.Ti dirò,io sono buon testimone della stima e della considerazione che lui aveva nei tuoi confronti;diceva(letteralmente)che tu sei l’enciclopedia ambulante della musica,non scherzo,diceva proprio così(puoi avere conferma da Nicoletta Bidoia e suo papà Luciano),per questo accettava le tue critiche. Trovo sia giusto essere leali e dire la verità,anche se scomoda, a un cantante soprattutto se è amico,ma nella pratica sai quanto sono suscettibili e convinti di essere nel giusto. La nostra ammirazione però non ci esime dall’ascoltarlo senza fargli sconti,a volte essendo più fiscali con lui che con altri ed il nostro affetto non ci impedisce di sentire anche cose che non vanno nel suo canto. Una volta ci siamo anche noi azzardati ad eccepire circa determinati suoni che,a nostro avviso,non sortivano un bell’effetto;non è andata come con te ; ci ha gentilmente mandati dove solitamente si va di fretta a sedersi con i gomiti appoggiati alle ginocchia e la testa fra le mani…e non per pensare! ciao

    • Grazie Rolando di questa bella rievocazione. Ti ringrazio delle gentili parole e di aver ricordato il nostro caro Antonio. Presto pubblicherò un articolo su di lui, è un obbligo che da tempo sento di dover assolvere nei confronti dell’ artista e dell’ indimenticabile amico. Ciao!

  2. Una bella intervista grazie a tutti e due intervistatore e intervistato. Per quanto ancora posso aggiungere al mondo dell’opera italiano in continua discesa d’ascolto è la mancata educazione scolastica praticata fin dalle scuole elementari, in Giappone ogni asilo infantile è dotato di una sala di musica con pianoforte (accordato) e una sala di pittura….Claudio Giombi

    • Ciao Claudio. Io ho visitato molti paesi europei e abitato in alcuni. Posso confermare che sotto questo aspetto l’ Italia è un paese del terzo mondo.

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