Antonio Juvarra: Il Voicecraft

Ricevo e pubblico questo interessante articolo di Antonio Juvarra, docente di canto tra i più esperti di oggi,già ospite di questo spazio alcuni mesi fa.

Il  Voicecraft di Jo Estill, ovvero il gioco delle figurine vocali, fatto ‘scienza’…

Il ‘voicecraft’, singolare metodo di canto, significativamente definito ‘non metodo’ dai suoi stessi sostenitori, nasce negli anni ottanta del Novecento per opera di Jo Estill e già nel nascere incomincia a farsi notare per i suoi plateali cortocircuiti logici.
‘Voicecraft’ significa letteralmente ‘artigianato della voce’, ma in questo caso ci troviamo di fronte a un ben strano artigianato, un ‘artigianato’ in cui l´”artigiano’, per costruire un tavolo, dovrebbe prima  farsi una radiografia delle mani, studiarne uno per uno i muscoli su un atlante di anatomia e poi continuare a pensarci, mentre sta costruendo il tavolo……Afferma infatti la Estill che la prima delle tre fasi o aspetti in cui si articola l’ esperienza del canto, è il ‘craft’, che sarebbe appunto da porre in relazione con la fisiologia, affermazione questa che lascia stupefatti, dato che anche i bambini sanno che nessun ‘artigiano-artista’ della storia (sia questo Cellini o Farinelli) ha mai basato la propria abilità (manuale o vocale) sulla minima conoscenza delle proprie mani o delle proprie corde vocali (di cui anzi avrà ignorato beatamente l’esistenza) e che a nessun pianista si richieda la conoscenza anatomica dei muscoli delle proprie mani e neppure l’iscrizione a un corso per accordatori….
Che un’ ‘intuizione’ del genere abbia potuto costituire la base di un metodo di canto con pretese scientifiche, fa sorridere, ma in fondo non c’ è da meravigliarsi. Il modello di scienza a cui si ispira, infatti, è quello che informa tuttora la mentalità corrente, sfasata di più di un secolo rispetto alle concezioni scientifiche più avanzate: è un modello che rispecchia la veteroscienza del diciannovesimo secolo, una scienza piattamente meccanicistica, distante anni luce dalla scienza contemporanea dei ‘quanti e delle ‘superstringhe’, una scienza ingenua, che ancora crede che l’ apprendimento del canto sia questione di manovrare leve più o meno astruse, astrusamente chiamate, in questo caso, “figure obbligatorie.”  Il paradosso (tra i tanti), che in tal modo si viene a creare, è il seguente: una volta erano gli strumenti musicali ad aspirare alla condizione del canto, imitandone anche il vibrato; adesso è il canto che dovrebbe ‘assurgere’ al rango di macchina o strumento musicale meccanico-digitale, simulando tasti, imitando sirene e riproducendo artificialmente dall’esterno, copiandolo, addirittura il proprio vibrato naturale….
L’inventrice di questo ‘metodo-non-metodo’, di questo ‘artigianato non-artigianale’ chiamato ‘voicecraft’, e cioè Jo Estill, fin dall’inizio mostra quella miscela di ingenuità, ignoranza, pionerismo e miopia intellettuale, che sempre caratterizza imprese del genere. Esso si manifesta innanzitutto nel ritenere superfluo il passare al vaglio dei principi elaborati da una tradizione secolare, quella del belcanto italiano, le proprie ipotesi, anzi nel passarci tranquillamente sopra…
Qualche esempio di questa faciloneria sedicente ‘scientifica’:
1)- la scuola di canto italiana storica, cui è da ricondurre la genesi e lo sviluppo del belcanto (universalmente riconosciuto come modello insuperato di accordo tra perfezione estetica ed efficienza acustica e fisologica), ha sempre considerato la respirazione e il respiro come fattore “centrale” nello sviluppo della voce (Mancini, 1777), arrivando a definire il canto all’italiana come “scuola del respiro” (Delle Sedie, 1887). A partire dalla fine dell’Ottocento a oggi il vero significato di questa indicazione si è andato sempre più perdendo e pervertendo in mero meccanicismo muscolare. Di fronte a questo problema la ‘logica’ della Estill ragiona in questo modo: la respirazione è ormai inutilizzabile ai fini del canto (perché meccanizzata, n.d.a.), dedichiamoci quindi ad altri settori della voce (la laringe e le cavità di risonanza) e….meccanizziamo anche quelli….(!!)
Il ‘laringocentrismo’ colpisce quindi anche la Estill (come già la Rohmert) e non si rende riconoscibile per quello che è (una fissazione in tutti i sensi), perché visto come ‘scienza’, parola dotata per molte persone di un incredibile potere di fascinazione. L’illusione in cui cadono questi non scienziati, idolatri della scienza, è quella di pensare che le nozioni astratte, puramente cerebrali, di ‘corde vocali’ e del loro funzionamento abbia qualche rapporto con loro capacità di controllo. La falsità di questo assunto è autoevidente (altrimenti tutti i foniatri canterebbero), ma si sa che chi si autoipnotizza, riesce a vedere vestito dei vestiti più meravigliosi il re, anche quando è nudo…(Ovviamente se ad essere sorpreso vestito di vestiti invisibili non è il re, ma un suo sguattero, questo allora sarà visto semplicemente e squallidamente come nudo, e in tal caso l’autoipnosi non funzionerà..)
2)- la scuola del belcanto ha sempre considerato i vocalizzi come fondamentali per lo sviluppo della voce. Arriva la ‘ricercatrice’ Estill, che invece li ritiene sostituibili con…..le ‘sirene’ vocali, dimostrando in tal modo di ignorare totalmente che cosa sia il ‘legato’. I maestri del belcanto hanno sempre considerato il ‘legato’ come la sostanza stessa del vero canto, tanto che Lamperti ha affermato perentoriamente: “chi non lega, non canta”. In Italia esso è stato tradizionalmente paragonato alla collana di perle, in cui le singole perle sono staccate e insieme unite intimamente le une con le altre dal filo che le attraversa. Le ‘sirene’ vocali dei metodi moderni, coi loro ‘glissandi’, rappresentano il nuovo modo, ‘scientifico’ di collegare le perle tra loro, ossia non col filo, ma con la colla…In questo modo si perde l’articolazione ‘chiara e distinta’ delle note, che nel canto classico deve sempre coesistere e armonizzarsi, come in tante altre coppie di opposti del canto, col suo contrario: il flusso uguale e dolce dell’energia.
L’arte del collegare intimamente col filo (in greco ‘logos’…) è un’arte perduta (come tante altre) nel canto odierno. Sia la Estill, sia Seth Riggs si dedicano così al gioco delle perle senza filo: o le utilizzano come proiettili di una mitragliatrice, oppure le incollano tra di loro, ignorando che solo il filo fa di una serie di perle quella nuova ‘forma creativa’, che chiamiamo collana di perle…..
3)- La tradizione belcantistica ha individuato nel ‘sorriso interno’ (concepito come sensazione vitale e tendenza dinamica e flessibile, non certo come posizione statica prefissata) quasi il simbolo stesso del canto, la cui essenza profonda è estatica. Ignorando e contraddicendo tale principio, rimasto immutato dal Settecento alla fine dell’Ottocento, la Estill afferma invece: “quando mi sono resa conto che il motivo per cui la mia voce era così eccezionalmente bella, era perché ‘piangevo’ mentre cantavo” (??!!) “lo choc mi ha cambiato la vita….” (uno choc a catena, quindi, se pensiamo all’ effetto comico che a persone che sappiano qualcosa di canto, suscita un’affermazione del genere…)   Già il fatto di rileggere la propria storia personale nella chiave mitica dell’ improvvisa illuminazione e ‘conversione’ (sul modello della ‘folgorazione’ di S. Paolo e dei ‘lampi di genio’ di Archimede e di Newton) lascia molto perplessi. Apprendere poi dalla Estill che la scintilla che determinò questa folgorazione  fu la consapevolezza del ‘pianto’, fa letteralmente cadere le braccia….In sostanza, una sensazione, il ‘pianto’, appartenente al novero di quelle sensazioni soggettive, deprecate come ‘empiriche’ proprio dalla Estill, rappresenta paradossalmente il fondamento di un metodo, come il voicecraft, che si propone di sostituire alla arbitrarietà delle sensazioni dei metodi tradizionali l’ obiettività delle scienza. Il pianto diventa ‘ipso facto’, col nome di ‘sob’ (!!) o ‘sob-cry’, una delle “qualità vocali” su cui secondo il metodo-non-metodo ‘scientifico’ del voicecraft, si baserebbe il canto. Queste qualità vocali inizialmente si assestano attorno al numero sei e poi, significativamente raggiungono il numero di sette, numero fatidico ottenuto per ‘scissione’, tra l’altro, di una delle peggiori ‘qualità’, il cosiddetto ‘twang’, sdoppiatosi in “twang nasale” e “twang orale”.
Ma per quanto aberrante sia (non in sé e per sé, ma per come è stato concepito e sviluppato dalla Estill) il discorso sulle qualità vocali, il voicecraft non poteva accontentarsi di una premessa così poco meccanicistica. Occorreva qualcosa dall’apparenza più ‘scientifica’, occorreva costruire un castello di carte con l’etichetta anatomica & fisiologica e, trattandosi appunto di un castello di carte, il voicecraft non poteva partire che da…..’figurine’:  le  cosiddette ‘figure obbligatorie’, appunto, ossia distinte e specifiche configurazioni muscolari per ogni aspetto della voce (quindi di per sé coordinazioni muscolari statiche, rigide e grossolane, perché prodotte dalla mente razionale), finalizzate a realizzare l’aspirazione veteroscietifica a un controllo meccanico diretto dei muscoli.
A smentire questa infantile utopia basterebbe la semplice constatazione che l’ uomo reale (e non i ‘frankenstein’ partoriti dalla fantasia del voicecraft) non soltanto non è costitutivamente (‘ergo’ scientificamente) in grado di emettere nessun suono senza passare attraverso la mediazione e l’evocazione della rispettiva immagine mentale, ma che addirittura i semplici atti del soffiare aria fredda e alitare aria calda non possono realizzarsi, se noi ci limitiamo ad agire direttamente sui muscoli espiratori, senza aver evocato l’immagine sintetica e il ricordo del ‘soffiare’ e dell’ ‘alitare’, gesti appresi probabilmente per imitazione.  Questo è il modo in cui l’essere umano è fatto obiettivamente e dai dati obiettivi dovrebbe partire ogni scienza che non voglia rimanere banale fantascienza. Analogamente è fuorviante e illusorio pensare e far credere che determinati gesti vocali , come ad esempio l’attacco duro, l’attacco morbido e l’attacco aspirato, siano prodotti da un controllo muscolare diretto. Anche in questo caso, infatti, occorrerà evocare specifiche sensazioni fonatorie, già insite nella definizione dei tre tipi di attacco del suono, se non addirittura entrare in specifici ‘file’ , inseriti nel nostro ‘corpomente’ dalla natura, che vanno dal gesto del ‘sussurrare’ al ‘colpo di tosse’. Pertanto le cosiddette ‘figure obbligatorie’, cioè precise manovre muscolari, che dovrebbero attivare distinti meccanismi fonatori, rimangono alla periferia del vero canto, in quanto coordinazioni troppo grossolane per suscitarlo, e possono servire al massimo per produrre fenomeni  di imitazione esterna dei vari aspetti del canto. In conclusione, esse sono utilizzabili in una scuola di imitatori vocali e di ‘rumoristi’, non in una scuola dove si insegni il Canto, ma forse la Estill ignora la differenza, che è sostanziale, tra canto e ‘imitazione canora’. A confermare questo sospetto bastano le ‘figure’ deputate ad abbassare e ad alzare la laringe. Anche se nel canto classico è rilassata in basso e non sale mai al di sopra di un certo livello di guardia, per cui si sarebbe tentati di  affermare che la sua posizione è ‘bassa’, in realtà, se si cerca di abbassarla direttamente e localmente, si otterrà come risultato non il suono del vero cantante lirico, ma la sua caricatura che, non a caso, è quella che viene presentata dalla Estill come esempio sonoro della figura “opera” nel sito del voicecraft, a dimostrazione che la sua conoscenza del belcanto e dell’ opera è quella che può avere una massaia di S. Diego, che abbia sentito un giorno cantare Del Monaco alla televisione…
Ma per quanto, da brava meccanicista, la Estill cerchi di elaborare il numero più ampio di figure, tali da coprire gli ambiti considerati più importanti del canto, cioè la fonazione (col controllo diretto  diretto della laringe) e i colori della voce (col controllo diretto delle cavità di risonanza), è evidente il carattere utopico di questo tentativo che, se fosse riuscito, avrebbe dovuto logicamente dare origine, in ossequio ai principi della precisione scientifica, a dei libretti d’istruzione con indicazioni del tipo ‘abbassa di due centimetri e mezzo la laringe, dai una tensione di accollamento medio alle corde vocali, alza di due gradi il palato molle..” e via farneticando. In realtà anche la Estill deve rassegnarsi, ma non lo riconosce pubblicamente e, come gli illusionisti, fa rientrare di nascosto dalla finestra quello che aveva fatto uscire trionfalmente dalla porta, cioè le famigerate “sensazioni empiriche”, mimetizzandole come “qualità vocali”. Quindi alla fine non sono le ‘figure obbligatorie’ a generare le varie ‘qualità vocali’, ma come sempre succede nel canto, è il contrario e cioè sono le ‘qualità vocali’, evocate mentalmente, a mettere in azione le figure obbligatorie che apparentemente ne sono la causa, con questa ‘petite difference’ rispetto ai metodi tradizionali: che, avendo stabilito questa relazione falsa, grossolanamente meccanica, tra certe ‘qualità vocali’ e certe ‘figure obbligatorie’, le prime rimarranno per sempre ‘segnate’, per vero e proprio riflesso condizionato, dal marchio della coordinazione muscolare statica e rigida che di per sé ‘qualifica’  ogni atto meccanico, cioè concepito e realizzato in modo volontario e localizzato e qui scambiato per causa. Ora se pensiamo che il concetto di ‘non-località’ rappresenta una delle idee fondanti della moderna fisica quantistica, possiamo renderci conto come le rozze manovre muscolari localizzate del voicecraft non siano che dei carri di buoi, mascherati da astronavi, ai tempi delle astronavi intergalattiche…
A dimostrazione del totale fallimento di ogni tentativo di controllo muscolare diretto e locale nel canto (fallimento doverosamente occultato dalla Estill), queste ‘qualità vocali’, riferite alle varie coordinazioni muscolari, non vengono definite né con un’aggettivazione generica (ad esempio, qualità ‘brillante’, qualità ‘morbida’, ecc.), né con un’aggettivazione specifica di tipo anatomico-fisiologico (ad esempio qualità ‘ariepiglottica’, qualità ‘cricotiroidea’ ecc.), ma con termini che suggeriscono già determinati ‘gesti fonatori’, gesti che sono radicati e automatizzati nella coscienza fin dall’infanzia. Lo stesso dicasi delle ‘sirene’, che secondo la Estill dovrebbero sostituire i vocalizzi tradizionali e che possono essere ‘prodotte’ solo per imitazione, non per controllo muscolare diretto : insomma, alla maniera dei bambini, quando, giocando con le automobiline, imitano il rombo di un motore in accelerazione….La scientifica Estill, quindi, partita ‘lancia in resta’ col baldanzoso proposito di eliminare le fantasie ‘empiriche’ dei metodi tradizionali e di “sostituire il mistero con la conoscenza” (dei muscoli….), alla fine si ritrova costretta a far ricorso agli stessi espedienti utilizzati dalla didattica ‘empirica’, anzi addirittura a imitare i bambini, quando giocano a riprodurre i rumori…
Quale sia la differenza tra i ‘sorrisi’, gli ‘sbadigli’, i ‘vomiti’, le ‘cupole’ e le ‘coperture’ della didattica empirica, da una parte, e i ‘singhiozzi-pianto’, i ‘parlati’, le ‘pernacchie’ nasali e orali, i ‘falsetti’ e le ‘sirene’ del voicecraft, dall’altra, rimane un mistero, il cui chiarimento da parte di qualche adepto non potrebbe che giovare alla credibilità di questo ‘non-metodo’, sedicente scientifico.
Se poi passiamo a vedere quali sono queste ‘qualità vocali’, considerate dalla Estill come le componenti fondamentali del canto, c’è da rimanere interdetti per la assoluta arbitrarietà dei criteri di scelta per quanto riguarda sia il numero, sia le caratteristiche acutiche di tali ‘qualità’…Vediamo infatti che qualità dell’anticanto come il ‘twang’ e il ‘belting’, vengono accostate a qualità ‘neutre’ come lo ‘speech’ (parlato), mentre la qualità ‘opera’ viene messa sullo stesso piano della figura ‘falsetto’. L’ ascolto diretto delle sette ‘qualità’ (‘speech’, ‘sob’, ‘nasal twang’, ‘opera’, ‘falsetto’, ‘oral twang’, ‘belt’), quali sono proposte dalla Estill nelle sue esmplificazioni sonore, ci fa capire poi chiaramente quale sia il livello di conoscenza tecnico-vocale, su cui si basa tutto il ‘non-metodo’.
Si capisce anche che l’ insistenza da parte della Estill e dei ‘licenziatari’ del voicecraft, nel voler far credere di non porsi come fine l’insegnamento del canto, è il classico mettere le mani avanti, smentito per altro dalla semplice constatazione che tutti gli esempi sono cantati. Ma vediamo di che ‘qualità si tratta, partendo dalla prima.
Lo ‘speech’ (parlato), per il quale uno si aspetterebbe un collegamento con il significato dell’antica intuizione ‘belcantistica’ del ‘si canta come si parla‘, viene invece concepito e presentato come un banale suono sbiancato, effettuato a laringe alta. In pratica, come al solito, l’attenzione è maniacalmente puntata sulla posizione assunta dalla laringe nel parlato, che è proprio quella che deve essere aggirata e superata, se si vuole passare dal parlato al canto e non al banale ‘parlato intonato’ ! L’ esempio sonoro della ‘qualità sob’, che nel canto classico potrebbe corrispondere al suggerimento tradizionale dell ”implorare’ o del ‘pianto alto’ per facilitare il passaggio al registro acuto delle voci maschili (tanto per farsi un’idea dell’originalità del metodo…), è altrettanto impresentabile per l’ ariosità dell’emissione, ma si sa che il canto di alto il livello, il canto ‘sul fiato, ‘aereo’, NON è canto arioso…
Il ‘twang’ poi (nella sua doppia forma, nasale e orale)  è qualcosa di osceno e di ridicolo allo stesso tempo. Pensare che questa vera e propria ‘pernacchia’ possa costituire l’ingrediente di un qualsiasi tipo di canto, significa non aver capito nulla di canto. Il twang nasale e orale, infatti, non ha niente di naturale, nel senso che non appartiene alla gamma sonora dell’espressività umana, per lo meno nella forma in cui viene presentato, che è di assoluta costrizione e ‘spinta’. Il fatto poi che questo suono non esista nella fonetica della lingua italiana e che sia stato bollato dalle scuole belcantistiche come, rispettivamente, “vizio del naso” (Tosi) e “belato” (Mancini), avrebbe dovuto far capire che esso non c’ entra assolutamente niente né con la ‘maschera’, né con la vera ‘brillantezza’ del suono, né col vero canto. Pensare che il twang abbia a che fare con questi fenomeni è come pensare che il sale e lo zucchero sono uguali, solo perché entrambi sono bianchi…Ovviamente gli italiani, nella loro storica esterofilia, accettano acriticamente tutto ciò che viene dai paesi anglosassoni, non sospettando neppure che se una modalità fonatoria come il suono nasale non appartiene alla lingua del paese dove è nata e si è sviluppata la forma più elevata di canto, quella modalità fonatoria non può logicamente essere considerata la causa o una delle cause del canto per eccellenza, cioè il canto a risonanza libera. Sarebbe come introdurre nei metodi vocali l’aspirata araba e teorizzare che essa è la fonte dell’emissione vocale corretta, solo perché l’autore del metodo è arabo…. Il fatto che singoli cantanti possano esibire determinati vizi-vezzi vocali come la nasalità o che la nasalità possa essere utilizzata come espediente momentaneo per aiutare a risolvere singoli problemi vocali, come l’eccessivo appesantimento del suono salendo al registro acuto, non significa che essa sia da considerare come elemento costitutivo della corretta vocalità.
Se passiamo all’ ascolto del successivo esempio di ‘qualità’, la qualità ‘opera’ (rappresentata dalla grottesca imitazione di un cantante lirico), incomincia a sorgere il sospetto che se la Estill, con le altre qualità, non è riuscita a compiere il miracolo della trasformazione del rumore in canto, con questa ‘qualità’, invece, è riuscita perfettamente a compiere il miracolo contrario della trasformazione del canto se non in rumore, in ‘caricatura vocale’…
Anche la qualità ‘falsetto’ lascia perplessi, non fosse altro che per la disinvoltura con cui il suo significato originale viene stravolto dalla Estill, che con esso pare intendere un suono ancora più evanescente, sbiancato e arioso di quello che avevamo sentito come esempio della qualità ‘speech’.
Infine, per l’ insensatezza della scelta di inserire come settima qualità il ‘belting’ (o ‘belt’), basti leggere cosa ne scrive in proposito il foniatra Franco Fussi: “nel belting si riscontra la contemporaneità dell’azione dei tre elementi abusivi della voce (laringe alta, pressione sottoglottica elevata, tempo di contatto cordale elevato), il che provoca facilmente fonoastenia e il precoce deterioramento della voce.”
Se si pensa che il voicecraft vorrebbe presentarsi come il metodo scientifico, fisiologico e foniatrico per eccellenza,  c’ è da rimanere allibiti dall’ assurdità sia della scelta di certi ‘prodotti sonori’ come ‘ingredienti’ del canto, sia dell’esclusione di altre possibili qualità vocali, più in sintonia non dico con le concezioni belcantistiche, ma con la pura e semplice dimensione umana: ad esempio, uno ‘smile’, un ‘laugh’, un ‘sigh of relief’, un ‘whisper’…
Ma pare che la Estill sia attratta più dalla bizzarria fine a sé stessa delle forme sonore e delle contorsioni muscolari ad esse collegate, che dallo studio del loro effettivo rapporto logico col canto e della loro effettiva utilità didattica ai fini del suo apprendimento. Lo sperimentalismo e il pionierismo fini a se stessi rappresentano evidentemente per la Estill , così come per i fautori di molti altri ‘nuovi’ metodi, gratificazioni molto più grandi di quelle rappresentate da una ricerca vera delle fonti delle vera essenza del canto. Questa può avvenire solo se si ha l’ umiltà di rispettare, nella propria ricerca, non gli idoli di una scienza che spesso è solo veteroscienza, scienza superata, quindi pseudoscienza, ma i principi scoperti e valorizzati da chi ha dimostrato coi fatti la propria conoscenza della verità vocale, e mi riferisco ai maestri storici del belcanto italiano: Tosi e Mancini nel Settecento, Delle Sedie, Garcia e i Lamperti nell’Ottocento, Richard Miller nel Novecento, tutti beatamente ignorati dalla scientifica Estill. Se si ha la pretesa di rivoluzionare questi principi, si dovrebbe avere la decenza scientifica di provare coi fatti la validità dei nuovi e da questo punto di vista non mi risulta che esista alcun cantante, formato colle ‘sirene’ e le ‘figure obbligatorie’ della Estill, che abbia mai dimostrato di essere a un livello superiore a quello di un qualsiasi professionista medio, educato coi metodi tradizionali.
La spiegazione è evidente: studiosi della voce come la Estill e altri autori moderni di presunti nuovi metodi vocali, sembrano attirati dall’idolo della laringe come la falena è attirata dalla luce artificiale, e rimangono accecati…E’ incredibile ciò che la Estill non vede e non sente delle sue  stesse ‘qualità’ (contraddistinte addirittura dal marchio: “Estill Voice Qualities”…), perché calamitata dall’ossessione della ‘posizione’ della laringe durante il canto. Non sente che in tutti gli esempi sonori da lei presentati l’attacco è sbagliato e si sa che, in base alla tradizione belcantistica, l’attacco, in quanto inizio, è la base di tutti suoni successivi. Più precisamente, in quattro ‘qualità’ (‘opera’, ‘twang nasale’, ‘twang orale’, ‘falsetto’) l’ attacco è sbagliato (innanzitutto ma non solo), proprio per quanto riguarda il tipo di vibrazione delle corde vocali: tese e poco ‘elastiche’ nelle prime tre, ‘flosce’ e devitalizzate nella quarta. Nelle altre tre ‘qualità’, ciò che si evidenzia maggiormente è il disaccordo tra vibrazione e spazio di risonanza: o insufficiente (nello ‘speech’), o statico e precostituito, cioè rigido (nel ‘sob’ e nel ‘belt’ ), caratteristica quest’ultima, presente,per altro, anche nella figura ‘opera’. Non c’è da meravigliarsi per questo: tutte le volte che si creano ‘stampini’ fissi e dentro ci si illude di poter farvi stare la voce, questa si ribella e i risultati sono quelli che sentiamo negli esempi sonori presentati dal voicecraft. L’idolatria per la scienza produce, tra gli altri, questo risultato: far credere che, poiché un film è fatto di una serie di fotogrammi, sia ‘scientifico’ vederlo un fotogramma alla volta….In questo senso il voicecraft, con le sue figure obbligatorie e le sue ‘qualità’ non di qualità, non è che un cartone animato, privato per motivi ‘scientifici’ dell’animazione….

Quest’ analisi critica del voicecraft ha preso lo spunto dalla distinzione, operata dalla Estill, dei tre ‘momenti’ in cui si articola la dimensione del canto. Il primo, abbiamo visto, è quello del ‘craft, ricondotto dalla Estill alla fisiologia, mentre il secondo è quello dell”artistry’, cioè delle capacità espressive e interpretative. Se passiamo ora al terzo momento, abbiamo immediatamente la chiave di lettura per capire da dove nasce il particolare tipo di ricerca scientifica della Estill. Il terzo momento è infatti, incredibilmente, la ‘Magia’….
Ora l’ utilizzo, da parte di una ricercatrice scientifica, di un termine come ‘magia’ per indicare l’espressione più alta di quel fenomeno che si è fatto oggetto delle proprie investigazioni scientifiche, è particolarmente significativo e rivelatore. La scelta delle parole non è mai casuale, sia essa conscia o inconscia. L’ evocazione della magia da parte della Estill suona come un lapsus freudiano, che ci rende molto chiaro il quadro psicologico in cui è nato e si è sviluppato il suo discorso sul canto, iniziato col canto e proseguito con le ‘sirene’ e le ‘figure obbligatorie’.
La ‘magia’ col suo alone di onnipotenza infantile è in realtà la ‘figura nascosta’ che fin dall’inizio ha mosso le ricerche della Estill, ma che in un’epoca scettica e materialistica come la nostra non poteva essere accettata come tale (neppure nella sua veste metaforico-simbolica di arte) , ma solo ritrovata ‘sotto mentite spoglie’ nel suo sostituto più autorevole e prestigioso: la scienza.
La scienza, per la Estill come per molti, è la nuova magia, quella che rende possibili, appunto, tutte le magie…..:
1)- la trasmutazione del piombo in oro (pernacchie e urli che diventano canto);
2)- la creazione dei gesti vocali più complessi per semplice ‘formulazione’ di parole magiche, cioè ‘dicendo’ il nome scientifico della serie di muscoli deputati a una determinata funzione;
3)- la ‘trasvalutazione’ di giochetti infantili (‘sirene’ e rumori vari) in ‘esperimenti scientifici’;
4)- la ‘animazione’ delle figure immobili (e morte) dell’atlante anatomico in forme vocali viventi;
5)- le ‘laringoscopie’ e le ‘stroboscopie’ come moderni ‘oracoli’ ed ‘oroscopi’;

e, ‘dulcis in fundo’, (6) la più grande magia: l’elevazione di chi ha mostrato una fede incrollabile in tutto ciò, al rango o di ‘scienziato’, o di ‘iniziatore’ o di semplice ‘iniziato’

Antonio Juvarra

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2 pensieri su “Antonio Juvarra: Il Voicecraft

  1. ho letto con attenzione questo intervento di Juvarra.
    ma non capisco come mai se la prende tanto con un metodo, certamente dannoso per la voce a quanto ne so, che è stato concepito per un mondo vocale totalmente estraneo a quello del "belcanto", ovverosia il mondo della vocalità legato alla "popular music" nelle sue varie forme e in particolare a quella standardizzata (appunto mediante l'individuazione delle cosiddette "qualuità vocali") legata al mondo dei format televisivi legati al canto pop, appunto.
    forse che Estill e i suoi seguaci hanno avanzato pretese di entrare nell'insegnamento anche in ambito lirico?

    piuttosto io trovo anche ingenue alcune argomentazioni di Juvarra, diciamo così, euro-centriche o belcanto-centriche.
    il mondo della vocalità non accademica – legato alle musiche tradizionali e/o popolari nelle loro varie accezioni, professionali e non, commercializzabili e non – è costitutivamente legato a una miriadi di emissioni vocali diversi, quasi si potrebbe dire una per ciascun individuo che le produce.
    in tutto questo vi sono emissioni che possiamo considerare "tecnicamente" sbagliate ma senza che per questo venga meno la loro qualità espressiva.
    in altri termini in questo mondo, per sua natura caotico e imprevedibile, non vi è la coincidenza fra tecnica ed estetica che invece caratterizza l'espressione del canto classico nei suoi vari stili.
    al contrario! è proprio una miriade di espressioni vocali diverse che rende questo mondo e queste voci così interessanti, naturalmente a chi le sappia e le voglia ascoltare con orecchio attento alla diversità culturale o, in senso ampio, alla bio-diversità vocale.

    non credo che né Estill, che di fatto mira a creare voci pop tutte uguali, né Juvarra che apprtiene ad un altro mondo, con tutto il rispetto, abbiano titoli per stabilire cosa è giusto e cosa no, specialmente al di fuori dei loro ristretti ambiti di competenza.
    poi Fussi può dire quello che vuole del "belting" ma da una parte invitando i "voicecraftiani" ai suoi convegni di Ravenna ne legittima in qualche modo il valore didattico e dall'altra ponendo la questione sul piano meramente fisiologico non vede la forza espressiva di questo modo di cantare che quando è naturale, dunque non studiato col metodo Estill nè con nessun altro metodo, è portatore (grazie anche ovviamente all'ausilio di un microfono) una grande forza espressiva testimoniata per esempio in centinaia di voci nell'ambito della musica afro-americana.
    e peraltro non credo che nessuno, secondo me neppure la Estill, si sognerebbe mai di dire di utilizzare il belting per esguire una qualsiasi opera in un teatro e senza microfono.

    per fortuna comunque che gli esseri umani, almeno la maggior parte di loro, canta senza l'aiuto di alcun insegnante!

  2. Anch’io ho letto con attenzione questo intervento di Juvarra, che trovo di una logica inattaccabile. Al contrario della logica di chi invece afferma: “non capisco perché (Juvarra) se la prenda tanto con un metodo, che è certamente dannoso” (sic)…..(non è un motivo sufficiente questo per caso ??) e che chiede retoricamente: “forse che la Estill ha avanzato pretese di insegnamento anche nell’ambito lirico ?” Certo che ha avanzato queste pretese e per accorgersene basta entrare nel sito del voicecraft ! Questo sempre che si abbia voglia di ragionare, ovviamente, e non di fare i bastian contrari. Sì perché a sentire Proetabarbun nel campo del canto non lirico vige la libertà assoluta, a tal punto che si può dire che “non vi è coincidenza tra tecnica ed estetica”, cioè ognuno può fare quello che vuole, basta che sia espressivo. Se le cose stanno così, allora si può sapere che bisogno abbiamo delle suddivisioni, delle catalogazioni, o meglio, come le chiama Juvarra, delle ‘figurine’ del ‘metodo’ Estill ? Risposta: nessuno ! E meno male che poi proprio il Proetabarbun sottolinea che “neanche la Estill ha titolo per stabilire cosa è giusto e cosa non è giusto”…(??!!) Ma ci stiamo con la logica o no ? Forse Proetabarbun non ha capito che è proprio questo il senso dell’intervento di Juvarra: nessuno (tanto meno la Estill) può stabilire il numero e la qualità delle figurine ufficiali del canto, soprattutto se nel farlo dimostra di non aver capito niente né di canto né di fisica acustica né di logica….

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